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Scienza

Prima modifica genetica precisa su embrioni umani: traguardo scientifico, allarme etico

Il team della Columbia University corregge difetti del DNA embrionale senza danni. Ma il confine tra cura ed eugenetica resta sottile.
Byoblu·05 giugno 2026
Scienza — Byoblu
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Un gruppo di ricercatori della Columbia University di New York ha annunciato quello che viene descritto come un risultato senza precedenti: per la prima volta, i geni di embrioni umani nei primissimi stadi dello sviluppo sono stati modificati con precisione chirurgica, al fine di correggere difetti genetici responsabili di malattie, senza evidenza di effetti avversi. Lo studio, coordinato dal genetista Dieter Egli, è stato pubblicato il 5 giugno 2026 sulla piattaforma bioRxiv — che ospita articoli non ancora sottoposti alla revisione della comunità scientifica — ed è stato riportato dal New York Times.

I ricercatori hanno impiegato una tecnica chiamata base editing, che consente di modificare le singole unità elementari — le basi — che compongono la catena del DNA. Si tratta di un’evoluzione rispetto alla più nota CRISPR-Cas9, che in passato aveva mostrato rischi di danni cromosomici. In questo caso, scrivono gli autori, gli errori genetici «vengono riparati in modo efficiente negli embrioni umani, consentendo modifiche specifiche e mirate senza conseguenze genotossiche». Al termine dell’esperimento, il processo di sviluppo degli embrioni è stato arrestato automaticamente.

Egli stesso ha chiarito che siamo ancora lontani da un’applicazione clinica: «Non stiamo dicendo che potrà essere utilizzata in ambito clinico già da domani». Il ricercatore ha però auspicato un dibattito pubblico più ampio, aggiungendo: «Come scienziato, puoi fornire i dati per la discussione, ma poi ti fermi lì e lasci che siano gli altri a proseguire».

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Dalla cura al potenziamento: un passo che fa paura

È proprio su questo punto che il quadro si complica. La prospettiva di correggere mutazioni responsabili di malattie devastanti — come la fibrosi cistica, il morbo di Huntington o la malattia di Tay-Sachs — è accolta con favore dalla comunità medica. Ma la stessa tecnica che oggi promette di eliminare la sofferenza potrebbe domani essere utilizzata per selezionare caratteristiche desiderabili: intelligenza, altezza, prestanza fisica, o resistenza a determinate patologie non letali.

Su questo, gli esperti di bioetica sono espliciti: si tratterebbe, a tutti gli effetti, di eugenetica. Non quella rudimentale e criminale praticata nei decenni bui del Novecento, ma una forma tecnologicamente sofisticata che ne ricalca la logica di fondo — la selezione artificiale delle caratteristiche umane — con in più il rischio concreto di ampliare le disuguaglianze sociali. Le terapie di editing genetico degli embrioni richiedono la fecondazione assistita e costi elevati: chi potrà permettersele? Solo i più abbienti, con il risultato che i vantaggi biologici si trasformerebbero in un ulteriore privilegio di classe.

Non è un timore astratto. Uno studio pubblicato su Nature agli inizi del 2025 ha stimato che l’editing poligenico — la modifica simultanea di più varianti genetiche legate a malattie complesse come diabete, Alzheimer o schizofrenia — potrebbe essere tecnicamente realizzabile entro trent’anni. La velocità con cui la ricerca avanza supera di gran lunga la capacità delle istituzioni di regolamentarla.

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Il precedente cinese e il rischio di un vuoto normativo

Il rischio non è teorico. Nel novembre 2018, lo scienziato cinese He Jiankui sconvolse il mondo annunciando la nascita delle prime bambine al mondo con DNA modificato allo stadio embrionale — le cosiddette «Lulu» e «Nana» — rese, secondo le sue affermazioni, resistenti al virus dell’HIV attraverso la disattivazione del gene CCR5. L’esperimento fu condotto in segreto, senza adeguata supervisione etica, e valse a He Jiankui una condanna a tre anni di carcere in Cina. Successivamente fu confermata anche la nascita di un terzo bambino modificato geneticamente.

Dopo aver scontato la pena, He Jiankui avrebbe dichiarato, stando a quanto riportato dall’Osservatorio Terapie Avanzate, di essere pronto a riprendere le ricerche sull’editing della linea germinale umana. Nel frattempo, il Sudafrica avrebbe introdotto, già a maggio 2024, nuove linee guida che aprirebbero uno spiraglio regolatorio per queste pratiche, sollevando interrogativi su un possibile effetto-domino a livello internazionale.

Cinquant’anni fa, ad Asilomar, 140 scienziati di tutto il mondo si riunirono per discutere come regolamentare l’ingegneria genetica agli albori. Oggi, con strumenti infinitamente più potenti e accessibili, quel tipo di governance appare ancora più urgente — e ancora più assente.

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La corsa della scienza, il ritardo della politica

Il risultato della Columbia University è, in sé, una prova di principio: la tecnica funziona e, almeno in laboratorio, appare sicura. Ma il punto sollevato da Egli — «lascia che siano gli altri a proseguire» — è esattamente il problema. Chi sono questi «altri»? Quali istituzioni, quali leggi, quali valori collettivi decideranno dove si ferma la cura e dove inizia il potenziamento? Dove si traccia il confine tra medicina e selezione?

In gran parte del mondo, l’editing germinale è ancora vietato. Ma la storia recente insegna che i divieti, senza una governance internazionale robusta e condivisa, non bastano a fermare chi è disposto ad attraversarli. La scienza ha consegnato alla società uno strumento potentissimo. Ora tocca alla società decidere — in fretta, e con gli occhi aperti — come usarlo.

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