— 📻 Radio Byoblu Iscriviti alla newsletter✉ Newsletter Petizioni 👤 Area utente ♥ Sostieni
Il primo blog di informazione indipendente
Ultim'ora
byoblu
Economia

Profitti petrolieri USA con la guerra in Iran: oltre 130 miliardi

Da aprile a settembre utili quasi triplicati sul 2025, mentre le famiglie americane hanno speso 147 miliardi in più per benzina e diesel.
Byoblu·31 ottobre 2026
Economia — Byoblu

La guerra contro l’Iran, iniziata il 28 febbraio con gli attacchi di Stati Uniti e Israele, ha aperto per l’industria petrolifera americana una delle stagioni più redditizie degli ultimi anni. Tra aprile e settembre oltre cinquanta grandi compagnie statunitensi, in gran parte produttori e raffinatori, hanno accumulato più di 130 miliardi di dollari di utili netti. Negli stessi sei mesi del 2025 si erano fermate sotto i 47 miliardi. In un anno i profitti sono quasi triplicati.

Il calcolo si basa sui dati di S&P Global Market Intelligence e, per le società che non hanno ancora pubblicato i conti del terzo trimestre, sulle stime degli analisti raccolte da FactSet. Si tratta quindi di una cifra in parte provvisoria, e prudente: esclude marzo, il primo mese di guerra, e ottobre. Restano fuori anche gli operatori degli oleodotti e le società di servizi petroliferi, meno esposti allo shock dei prezzi.

Famiglie americane, 147 miliardi in più per benzina e diesel

Sul fronte opposto ci sono i consumatori. Secondo il Climate Solutions Lab della Brown University, dal 28 febbraio a questa settimana gli americani hanno speso circa 147 miliardi di dollari in più per benzina e diesel rispetto a quanto avrebbero pagato senza la guerra. Ripartita sulle famiglie, la cifra supera i 1.100 dollari ciascuna.

Il prezzo medio della benzina è passato da circa 2,98 a 4,25 dollari al gallone, l’unità di misura americana pari a 3,78 litri. Il diesel è salito ancora di più, da 3,67 a circa 6,35 dollari. Il gasolio muove camion, macchine agricole e cantieri, e il rincaro tende a trasferirsi sui prezzi di cibo e merci. Anche chi guida poco finisce quindi per pagarlo.

Le due cifre, 130 e 147 miliardi, descrivono la stessa crisi ma vanno tenute distinte. Riguardano periodi diversi e grandezze contabili diverse. Ma resta un dato politico: i benefici si concentrano su un numero ristretto di imprese e di azionisti, mentre i costi ricadono su milioni di famiglie.

Exxon e Chevron, utili del terzo trimestre più che raddoppiati

Oggi i due giganti americani hanno presentato i conti del terzo trimestre, i migliori da anni. Exxon Mobil ha registrato un utile netto di 15,41 miliardi di dollari, più del doppio dei circa 7,5 miliardi di un anno fa. Circa 7,17 miliardi arrivano dalla divisione dei prodotti energetici, cioè dalla raffinazione. Chevron ha chiuso a 9,92 miliardi, contro i 3,54 del 2025: quasi il triplo.

«Riconosciamo che i prezzi più alti del carburante mettono sotto pressione famiglie e imprese», ha dichiarato Neil Hansen, direttore finanziario di Exxon. Ha poi aggiunto che in un settore come questo non si può uscire da una crisi investendo dall’oggi al domani, perché «le decisioni che contano oggi sono state prese anni fa». Più asciutta Eimear Bonner, direttrice finanziaria di Chevron: la liquidità, ha spiegato, finisce a bilancio ed è una risorsa su cui contare nei periodi difficili.

Raffinerie USA, margini record con i danni in Medio Oriente e Russia

I guadagni maggiori si concentrano nella raffinazione, il passaggio che trasforma il greggio in benzina, gasolio e cherosene. A determinare i profitti è il margine di raffinazione, cioè la differenza tra il prezzo dei carburanti venduti e il costo del petrolio acquistato. Secondo Argus Media, a ottobre il margine lordo medio negli Stati Uniti ha toccato circa 62 dollari al barile.

Le ragioni sono due. Molti impianti in Medio Oriente sono stati danneggiati dalla guerra, mentre gli attacchi alle infrastrutture energetiche russe nel conflitto ucraino hanno ridotto un’altra fonte importante di prodotti raffinati. Con meno raffinerie disponibili, chi resta operativo vende a prezzi molto più alti. Le raffinerie americane, inoltre, ricevono buona parte del greggio via oleodotto e restano al riparo dai costi di noli e assicurazioni marittime, saliti con l’insicurezza delle rotte. Secondo l’Energy Information Administration, l’agenzia federale di statistica sull’energia, nel terzo trimestre gli impianti statunitensi hanno lavorato in media al 95% della capacità.

Valero Energy, il maggiore raffinatore indipendente del Paese, ha moltiplicato per sei l’utile trimestrale: 6,83 miliardi contro circa 1,1. Phillips 66 è passata da 133 milioni a 5,62 miliardi, con le raffinerie al 98% della capacità. Per i produttori puri il quadro è meno eccezionale. Tra aprile e settembre il greggio americano è costato in media circa 90 dollari al barile, contro i circa 100 dello stesso periodo del 2022, dopo l’invasione russa dell’Ucraina. In genere i loro utili restano sotto i livelli di allora.

Dividendi e buyback, dove finisce l’extraprofitto petrolifero

Con questa liquidità le compagnie riducono i debiti e remunerano gli azionisti. Il programma di investimenti per estrarre o raffinare di più resta invece quello previsto prima della guerra. «Non cambieremo il nostro approccio agli investimenti solo perché abbiamo molta liquidità», ha detto la settimana scorsa agli analisti Homer Bhullar, direttore finanziario di Valero. E ha aggiunto che, nel tempo, tutta la liquidità in eccesso sarà destinata ai proprietari dell’azienda.

Di solito questo significa dividendi più alti o buyback, cioè il riacquisto di azioni proprie, che ne sostiene il valore in Borsa. Exxon ha distribuito nel trimestre 9,4 miliardi: 4,3 in dividendi e 5,1 in riacquisti, con altri 20 miliardi di buyback annunciati per il 2027. Phillips 66 ha restituito 2,8 miliardi ai soci e tagliato il debito di circa 2 miliardi.

C’è anche chi pensa ad altro. John Catsimatidis, amministratore delegato di United Refining, raffineria privata della Pennsylvania occidentale e storico alleato di Trump, ha detto che userà i guadagni per ridurre il debito, o forse per comprare un nuovo aereo aziendale. «Sono serio», ha spiegato. «Ho 78 anni. Se non compro un aereo nuovo adesso, quando lo compro? Da morto?»

Il fenomeno riguarda anche l’Europa. Shell ha chiuso il terzo trimestre con 12,06 miliardi di dollari, più del doppio dei 5,32 di un anno prima. TotalEnergies ha raddoppiato a 8,26 miliardi. Anche sul continente gli automobilisti pagano prezzi più alti, mentre i bilanci delle major crescono.

Trump, guerra in Iran e prezzi alla pompa prima del voto del 3 novembre

Ad agosto, davanti ai primi conti trimestrali gonfiati dalla crisi, Trump aveva attaccato le compagnie dalla Casa Bianca: «Chevron, troppi soldi. ExxonMobil, troppi soldi». Il presidente aveva chiesto che restituissero una parte dei guadagni al pubblico e tagliassero i prezzi al consumo. Da allora i profitti sono ulteriormente cresciuti. La guerra che li ha generati è stata decisa dalla stessa amministrazione, insieme al governo israeliano.

Martedì prossimo, 3 novembre, gli americani votano per le elezioni di metà mandato. Il costo della vita e il prezzo del carburante sono tra i temi più sentiti, e queste cifre entreranno nel confronto politico. Sul fronte dell’offerta non si vedono soluzioni rapide. Riparare le raffinerie colpite in Medio Oriente e in Russia richiederà mesi, forse anni. E le compagnie americane hanno già dichiarato che non costruiranno nuova capacità. Anche se il greggio si stabilizzasse, benzina e diesel potrebbero restare cari a lungo. Intanto la liquidità accumulata continua a prendere la strada degli azionisti.

📻 RADIO Caricamento…