Referendum Svizzera neutralità: vince il no, restano le sanzioni

Gli svizzeri hanno detto no. Oggi circa il 71% degli elettori ha respinto il referendum sulla «Salvaguardia della neutralità svizzera». L’iniziativa popolare chiedeva di scrivere nella Costituzione una neutralità più rigida, capace di vincolare il governo di Berna su sanzioni e alleanze militari. Le urne hanno chiuso a mezzogiorno. Poco dopo la proiezione dell’istituto GFS Bern per la radiotelevisione pubblica SRG ha fotografato il risultato: 71% contrari, 29% favorevoli. La conseguenza pratica è immediata. Le sanzioni contro la Russia restano in vigore e il governo federale conserva il margine per aderire a quelle future e per collaborare con la NATO.
Sulla stessa scheda gli elettori trovavano un secondo quesito, sull’alimentazione. Proponeva che entro dieci anni il 70% del cibo consumato nel Paese fosse prodotto in Svizzera, con meno carne, più coltivazioni vegetali e forti tagli a concimi e fitofarmaci. Oggi l’agricoltura elvetica copre circa metà del fabbisogno. Governo e Parlamento avevano invitato a votare no anche su questo.
Cosa chiedeva il referendum sulla neutralità
In discussione c’era il modo di applicare la neutralità svizzera, che è già scritta nella Costituzione dal 1848 e che nessuno proponeva di abolire.
Il testo voleva definirla «perpetua e armata». Avrebbe vietato alla Confederazione di aderire ad alleanze militari o difensive, salvo in caso di aggressione diretta o di atti preparatori di un attacco. Soprattutto, avrebbe proibito le sanzioni contro Stati in guerra, a meno che non fossero decise dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Restavano ammesse anche le misure necessarie a impedire che quelle sanzioni venissero aggirate.
Il Consiglio di sicurezza è l’organo dell’ONU che può imporre sanzioni vincolanti. Ha cinque membri permanenti con diritto di veto: Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito. Con quella regola, qualsiasi misura contro Mosca sarebbe stata bloccata da Mosca stessa. Il Dipartimento federale degli affari esteri, il ministero degli Esteri svizzero, aveva stimato che in caso di vittoria del sì le sanzioni attuali contro la Russia avrebbero dovuto con ogni probabilità essere revocate.
Trattandosi di una modifica costituzionale, per passare l’iniziativa avrebbe avuto bisogno della doppia maggioranza: quella degli elettori e quella dei Cantoni.
Chi ha promosso l’iniziativa e chi l’ha combattuta
A raccogliere le firme è stato Pro Schweiz, un movimento che si batte per la sovranità nazionale. Lo ha sostenuto l’Unione Democratica di Centro (UDC), il partito euroscettico che ha vinto le ultime elezioni ed è la prima forza politica del Paese. A giugno la stessa area aveva portato alle urne la proposta di fissare un tetto di 10 milioni di abitanti, anch’essa bocciata. Lo slogan della campagna era «No alla guerra».
Il leader storico dell’UDC, Christoph Blocher, 85 anni, aveva riassunto così la posizione dei promotori: «Abbiamo danneggiato la neutralità con quelle sanzioni europee. Ora la Russia pensa che siamo parte della guerra». Blocher si era opposto perfino all’ingresso della Svizzera nell’ONU, avvenuto solo nel 2002.
Contro l’iniziativa si è schierato un fronte molto ampio: il Consiglio federale, cioè il governo di sette membri che guida la Confederazione, la maggioranza del Parlamento e quasi tutti i partiti, di governo e di opposizione. Stando a quanto riportato dal sito Civico20, sul fronte del no figuravano anche l’Unione europea, gli Stati Uniti e Amnesty International.
Il ministro degli Esteri Ignazio Cassis ha difeso la linea del governo: «La neutralità viene sempre applicata con un certo grado di flessibilità», ha detto, aggiungendo che «neutralità non significa indifferenza». I contrari hanno ricordato che, in nome di una neutralità rigida, la Svizzera non partecipò alle sanzioni contro il Sudafrica dell’apartheid.
Mosca non è rimasta a guardare. Ad agosto la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha firmato un intervento sulla Neue Zürcher Zeitung, uno dei principali quotidiani svizzeri. Ha scritto che «da un punto di vista legale la “neutralità flessibile” significa una totale assenza di neutralità».
Il conto delle sanzioni pagato da Ginevra
Nel 2022, dopo alcune esitazioni, Berna si è allineata a quasi tutti i pacchetti di sanzioni varati da Bruxelles contro la Russia. La scelta ha avuto un costo misurabile.
Prima delle sanzioni, due terzi delle contrattazioni sul petrolio russo venduto all’estero passavano da Ginevra. Oggi quel commercio si svolge a Dubai e a Mosca. Il petrolio russo ha continuato a essere venduto: è cambiato il luogo in cui si fanno affari. A perdere è stata la piazza svizzera.
Sul fronte finanziario, i beni congelati a persone e aziende russe ammontano a 7,4 miliardi di euro. Prima della guerra i patrimoni russi in Svizzera erano stimati in 213 miliardi. Il congelamento ha colpito una piccola parte di quella ricchezza, mentre l’immagine della Confederazione come rifugio sicuro per i capitali internazionali ne è uscita incrinata. È su questo bilancio tra risultati ottenuti e prezzo pagato che i promotori hanno costruito una parte della loro campagna.
Una neutralità affidata al governo
Il diritto internazionale riconosce già la neutralità permanente della Svizzera. Le impone di restare fuori dalle guerre e di non inviare aiuti militari. Tutto il resto, dalle sanzioni alla cooperazione con le alleanze, rientra nella «politica di neutralità», cioè nelle scelte discrezionali del governo. Il referendum chiedeva di spostare una parte di quella discrezionalità dentro la Costituzione, sottraendola all’esecutivo.
I contrari sostengono che le mani libere servano a negoziare in un mondo dove il diritto internazionale conta sempre meno. Hanno citato il caso dei dazi statunitensi: Berna non era riuscita a ridurli con la diplomazia tradizionale e ci è arrivata solo giocando secondo le regole di Donald Trump, anche con regali al presidente americano.
Lo stesso episodio si presta a una lettura diversa. La flessibilità offre margini di manovra, e quei margini vengono esercitati sotto la pressione dei partner più forti: Bruxelles nel 2022, Washington sui dazi. Nel frattempo anche altri Paesi storicamente neutrali, come Austria e Irlanda, stanno aumentando la spesa militare.
Cinque secoli di neutralità
Le origini della neutralità elvetica vengono fatte risalire alla sconfitta dei Confederati a Marignano, nel 1515. Le potenze europee la riconobbero formalmente nel 1815, quando conveniva a tutti avere uno Stato cuscinetto nel cuore del continente. Nel 1848 entrò nella Costituzione.
La Svizzera attraversò le due guerre mondiali senza schierarsi ufficialmente. Durante la Seconda, però, un atteggiamento definito «pragmatico» la portò a contribuire allo sforzo bellico tedesco e a chiudere le frontiere agli ebrei in fuga. Nel 1990 partecipò alle sanzioni contro l’Iraq. La guerra in Ucraina ha riaperto la questione.
Il voto nei Cantoni
I sondaggi davano i contrari a due terzi. Lo spoglio ha allargato il margine, con differenze regionali marcate. Nei Grigioni, a scrutinio concluso, il no ha raggiunto il 66,6%. In Ticino, il Cantone di lingua italiana, dopo lo spoglio di 86 comuni su 100 il no era fermo al 51,2%: una maggioranza sottile, lontana dal dato nazionale.
Il risultato lascia le cose come stanno. Le sanzioni contro Mosca restano. Al prossimo pacchetto europeo sarà di nuovo il Consiglio federale a decidere se aderire, questa volta con un voto popolare alle spalle che gli conferma la libertà di scelta.