Report contro Ranucci: «Se torna lui ce ne andiamo noi»

Una parte degli inviati e degli autori storici di Report, il programma d’inchiesta di Rai3, avrebbe lanciato un ultimatum all’azienda. Se il Tribunale del lavoro di Roma reintegrerà Sigfrido Ranucci alla conduzione, loro lasceranno la trasmissione. Lo racconta un retroscena pubblicato oggi dal Corriere della Sera, che descrive un clima «grottesco e surreale» negli uffici Rai di via Teulada. Il Comitato di redazione della struttura Approfondimento ha smentito che questa sia la posizione della redazione. Ranucci ha risposto sui social. La decisione del giudice è attesa nei primi giorni di ottobre.
Il ricorso di Ranucci e la giudice del caso Almasri
Ranucci è stato rimosso dalla guida di Report a fine agosto. La Rai ha deciso dopo un audit interno, cioè una verifica condotta dagli uffici di controllo dell’azienda, sui suoi rapporti con il faccendiere Valter Lavitola. Il giornalista ha presentato un ricorso d’urgenza al Tribunale del lavoro, la sezione che decide le cause tra dipendenti e datori di lavoro. Chiede di tornare autore e conduttore.
L’udienza si è tenuta venerdì davanti alla giudice Donatella Casari, della terza sezione. La magistrata ha ritenuto la causa pronta per la decisione e si è riservata di pronunciarsi. Le parti hanno tempo fino a mercoledì 30 settembre per depositare le note difensive.
«O lui o noi»: cosa dicono gli autori storici di Report
Secondo il retroscena, la frase circola da giorni tra inviati e autori storici. Se Ranucci tornerà, faranno gli scatoloni. «Questione di opportunità e incompatibilità», spiega il gruppo. E ancora: «Caro Sig, auguri e arrivederci».
Ranucci frequenta ancora la sua stanza al primo piano della palazzina ex Tg, due o tre volte a settimana. Ne ha diritto. Ha quindici giorni per scegliere una delle destinazioni proposte dall’azienda: la corrispondenza dal Cairo, RaiNews o il Tg3.
Quando arriva, nella nuova chat del programma, da cui è stato escluso, parte il passaparola: «Occhio, è arrivato». I nuovi conduttori Claudia Di Pasquale e Daniele Piervincenzi, con i co-autori Giulio Valesini e Bernardo Iovene, si spostano in un’altra ala degli uffici. «Se c’è lui a volte discutiamo nei corridoi per non farci sentire», racconta un inviato.
Il quadro interno è fatto di sospetti incrociati. Un gruppo di giornalisti rimasti vicini a Ranucci sarebbe accusato di riferirgli ciò che accade. Lui, a sua volta, invierebbe segnalazioni e suggerimenti che non vengono presi in considerazione. Si valuta perfino di chiedere alla Rai una bonifica dei locali, per timore di microspie piazzate non si sa da chi (ma Lavitola capitò negli uffici in qualche occasione).
Il nuovo Report debutterà l’8 novembre, con un nuovo studio e forse un logo rivisto. Per la prima puntata è pronto un editoriale che spiegherà al pubblico l’assenza di Ranucci. Andrà riscritto se il giudice gli darà ragione.
La smentita del Cdr e la replica di Ranucci
Il Cdr, il Comitato di redazione, è l’organismo sindacale che rappresenta i giornalisti. Quello della struttura Approfondimento, da cui dipende Report, ha diffuso una nota. Il titolo del retroscena, si legge, «non corrisponde alla realtà». Il Cdr «smentisce che ci sia stata alcuna assemblea o altra riunione rappresentativa della redazione titolata ad attribuire la loro opinione». E aggiunge: «Il timore oggi tra i colleghi è che si sia scelta una parte per il tutto, come già accaduto – ahinoi – nelle relazioni imbastite informalmente dall’Azienda nel recente passato».
Ranucci ha rivendicato la vicinanza dei giornalisti del programma. Ha richiamato il comunicato del 31 agosto, con cui l’assemblea della redazione di Report si era schierata contro la sua sostituzione, arrivando a minacciare lo sciopero.
Le due versioni si sovrappongono solo in parte. Il Cdr nega che esista una posizione ufficiale della redazione. Non nega che alcuni autori abbiano parlato. Finora nessuno degli inviati e autori storici citati in forma anonima ha preso pubblicamente le distanze da quelle frasi.
Gasparri e i dubbi sulla giudice
Sul fronte politico è intervenuto il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri: «La decisione è finita nelle mani di Donatella Casari che ha fatto parte del Tribunale dei ministri per il caso Almasri chiedendo di procedere contro Mantovano, Piantedosi e Nordio». Il Tribunale dei ministri è l’organo che indaga sui reati commessi dai membri del governo nell’esercizio delle loro funzioni. Il caso riguarda il rilascio e il rimpatrio del generale libico Almasri, ricercato dalla Corte penale internazionale. Gasparri parla di un sospetto uso politico della giustizia. Nel centrodestra si ricorda anche che la stessa magistrata si sarebbe pronunciata in senso favorevole a Giuseppe Conte nel procedimento sulla gestione della pandemia.
Il nodo dell’opportunità
Report è il programma di punta del giornalismo d’inchiesta del servizio pubblico, finanziato con il canone dei cittadini. Chi lo conduce deve offrire una garanzia di imparzialità che va oltre il rispetto formale delle regole. Il rapporto tra Ranucci e Lavitola è l’elemento su cui si regge la rimozione. Nelle cronache Ranucci viene definito «amico fraterno» del faccendiere. Lavitola, secondo il retroscena, sarebbe salito almeno due volte negli uffici del programma. Ed è stato proprio Lavitola a ordinare l’attentato di cui Ranucci è stato vittima. Non risulta una presa di distanza pubblica del conduttore da quella frequentazione.
A Ranucci la politica contesta un uso strumentale di Report, indirizzato verso obiettivi quasi sempre dello stesso schieramento, e la battaglia attorno a lui è anche il riflesso di questo scontro, ma la vicenda Lavitola offre al centrodestra un argomento che prescinde dal colore delle inchieste. Un giornalista che rappresenta una trasmissione di inchiesta che è il fiore all’occhiello del servizio pubblico, non deve solo essere, ma anche sembrare inattaccabile. Il valore di Report sta nella sua squadra e nel suo metodo. I sospetti distruggono la sua credibilità.
Entro mercoledì le parti depositeranno le note. Poi la giudice deciderà. In caso di reintegro, la Rai potrebbe opporsi, come già accaduto nei casi Santoro, Ruffini e Di Bella. E la redazione potrebbe dimettersi. Su Ranucci pende inoltre un procedimento disciplinare interno all’azienda.