Roggero in cella. Due parole sul diritto a vendicarsi, su come si chiede una Grazia, sul circo della politica e su come ci sentiamo noi a casa.

Mario Roggero si è costituito ieri pomeriggio nel carcere di Bollate. Alle 16.30, davanti ai cronisti, il gioielliere di Grinzane Cavour, 72 anni, ha varcato il portone dell’istituto milanese per iniziare a scontare la condanna definitiva a 14 anni e 9 mesi, confermata mercoledì dalla Cassazione, per aver ucciso due rapinatori e ferito un terzo dopo l’assalto alla sua gioielleria del 28 aprile 2021. Prima di entrare, ha detto quello che pensava: «Mattarella ha graziato uno scafista che ha ammazzato 30 persone, ha graziato la Minetti. Io penso che dovrebbe mettersi una mano sulla coscienza». E ancora: «Come si può sentire uno che entra per 15 anni a 72 anni? È un ergastolo. Viva la giustizia italiana».
Questa la cronaca. Adesso passiamo alle valutazioni.
Lo Stato che non protegge e poi presenta il conto
Iniziamo dalla prima, quella base (signora mia, non ci sono più le mezze stagioni). Milioni di italiani sentono sulla propria pelle che nelle grandi metropoli, così come a casa loro, sono vulnerabili di fronte a una criminalità che lo Stato non è in grado di tenere a bada. Roggero non è un criminale di professione: è un commerciante che nel 2015 aveva già subito una rapina violentissima, con il setto nasale fratturato, la figlia minacciata, un disturbo post traumatico da stress certificato dai giudici stessi nelle motivazioni della sentenza. Nel 2021 tre uomini tornano, legano e minacciano la moglie e la figlia. Lui reagisce. E lo Stato, che non era riuscito a proteggerlo, oggi lo manda in cella e — beffa nella beffa — gli chiede pure centinaia di migliaia di euro di risarcimento per le famiglie dei rapinatori.
Su questo punto, almeno, Giorgia Meloni è andata dritta: «Mi aggredisci, mi difendo. E dovrei risarcirti? Non è giusto». Che un cittadino aggredito debba indennizzare chi lo ha aggredito è una di quelle acrobazie giuridiche che allargano ogni giorno il fossato tra il Paese reale e i palazzi.
Il concetto di “vendetta” che non sta in piedi
Ora veniamo agli azzeccagarbugli, ai legulei. La Cassazione ha stabilito che quella di Roggero non fu legittima difesa: la rapina era finita, i banditi erano in fuga, e lui li inseguì sparando. Due morti, Giuseppe Mazzarino e Andrea Spinelli, e un ferito. Nelle motivazioni i giudici hanno richiamato anche un precedente del 2005, quando Roggero minacciò con una pistola il fidanzato della figlia e i suoi genitori dopo che la figlia riferì di essere stata picchiata dall’allora fidanzato: finì con un patteggiamento e una multa da 2.280 euro, ma per la Corte dimostra una «modalità impulsiva di reazione» già presente in passato. Anche qui, sono pochi i padri che manterrebbero un perfetto uplomb quando la figlia torna a casa dopo essere stata presa a schiaffi. Certo, si può andare a denunciare. Diciamo che Roggero fa parte di quella categoria di persone che nei film, paradossalmente, ci piacciono tanto (presente Liam Neeson: “Io vi troverò”?). Ma nei film nessuno li denuncia mai per omicidio, né per violenza, né per danneggiamento di beni pubblici e privati.
Il presidente delle Camere penali, Francesco Petrelli, lo ha detto che «una domanda di grazia non può costituire né un ulteriore grado di giudizio né uno strumento per correggere politicamente una decisione definitiva». Ma soprattutto, ha aggiunto che «il diritto di difendersi” non può essere confuso con il diritto di vendicarsi».
Sul significato del termine “vendetta” però vale la pena spendere due parole. La vendetta, per definizione, è un piatto che si consuma freddo. Tu mi fai un torto, io ci medito su e, quando meno te lo aspetti, ti do il ben servito. Questa è inequivocabilmente vendetta. Gengis Khan era il numero uno: se lo insultavi a casa sua, ti sorrideva, ti trattava con tutti gli onori, ti riempiva di doni e poi ti lasciava andare. Mentre eri sulla via del ritorno, però, ti faceva raggiungere da due sgherri che non ti lasciavano neppure il tempo di dare l’addio al mondo.
Ora, un uomo aggredito (per la seconda volta), minacciato da un’arma che evidentemente non doveva sembrare giocattolo, con figlia e moglie legate a terra, vittima di violenze psicologiche che possiamo solo immaginare, pieno di adrenalina fino ai capelli, che mentre scappi dal negozio (quindi nell’ambito della stessa scena e a pochi minuti o secondi dall’aggressione), ti insegue e ti spara, si sta “vendicando”? Io non credo: sta ancora “reagendo”, perché abbiamo provato tutti a essere “arrabbiati”, e sappiamo tutti che “non ci passa a comando”. Non è un interruttore che si accende e si spegne. Specialmente quando è la nostra stessa vita ad essere minacciata: subentrano meccanismi ancestrali che prendono il controllo e il pilota automatico lo prende il più basso ed elementare dei nostri istinti: quello di sopravvivenza.
Quella non era vendetta perché il piatto non è stato servito freddo: era ancora bello bollente. Fumava e bruciava. Come si faccia a parlare di vendetta, è un fatto che possono capire solo i malati che con il VAR definiscono “fuori gioco” un’azione in cui un’attaccante ha i piedi ampiamente dietro la linea dell’ultimo difensore ma, nello slancio di proiettarsi in avanti, ha la spalla anteriore di qualche centimetro oltre. E’ ridicolo, antisportivo e contrario a qualsiasi buon senso, ma i burocrati onanisti regolamentatori annullano gol strepitosi perché non guardano al senso delle cose, ma all’applicazione di un cavillo millimetrico.
Lo stesso tipo di differenza lo si può apprezzare nella definizione di “vendetta” applicata a Roggero.
Il doppiopesismo del Colle e il circo della politica
Roggero con Mattarella non ha agito freddamente. Solo pochi giorni fa, il Presidente della Repubblica aveva richiamato il Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, per spiegargli classicamente che “non può essere tirato per la giacchetta“. Lo avevo raccontato più prosaicamente qui. E Nordio infatti oggi fa marcia indietro. Diciamo che se l’obiettivo è ottenere la grazia, allora fare pressioni, accuse e mettere all’angolo il Quirinale non è il modo migliore di raggiungerlo, perché da Archimede in poi si sa che un corpo immerso in un liquido reagisce con forza eguale e contraria (se non sono stato preciso, mi scuserete, ma il concetto è quello). Roggero però forse non se lo ricorda, il principio di Archimede, e allora passa all’attacco: “con quale coerenza il Quirinale, dopo avere concesso la clemenza a Nicole Minetti e una grazia parziale allo scafista Alaa Faraj, ora dovrebbe negarla a un commerciante incensurato — o quasi — che ha passato la vita dietro un bancone? Se la grazia è un atto di equità, l’equità non può funzionare a corrente alternata“. Messa così sembra sensata, ma non è furba, perché spinge il Quirinale a dover dimostrare che non si fa dettare legge da nessuno (mentre il silenzio avrebbe permesso al colle di mostrarsi magnanimo motu proprio). La moglie del gioielliere, Mariangela Sandrone, ha comunque depositato l’istanza. Il ministro Nordio (come volevasi dimostrare), dopo nuove interlocuzioni con il Colle, ha già frenato: l’iter «non è ancora partito». Traduzione: il Quirinale ha fatto sapere che non gradisce le pressioni.
Non è che ci volesse un abile spin doctor per prevederlo. E allora perché Roggero fa così? La spiegazione non è difficile da trovare. Dove c’è una notizia, la politica ci si infila per avere scatti gratis e prime pagine di giornali in omaggio. Che, in vista delle elezioni, è tutta campagna gratuita. Mentre un uomo di 72 anni passa la sua prima notte in cella — provato e in lacrime, secondo chi lo ha visto — c’è la Lega che «valuta la candidatura» di Roggero, poi ci sono i flash mob davanti al tribunale di Torino, la gara a intestarsi la vittima del giorno e via discorrendo. Probabilmente gli arrivano cattivi consigli, da parte di chi vuole strumentalizzarlo per alimentare il consenso intorno ai suoi temi. «L’ultima cosa a cui penso è candidarmi», ha detto il gioielliere, Bene, adesso applichi lo stesso buon senso alla richiesta di grazia e lasci sedimentare un po’ il polverone. La moglie ha già presentato richiesta. Lasci che siano gli altri a intestarsi l’iniziativa. Lui stia in disparte. È il miglior consiglio che gli si possa dare.
La radice del problema
In tutto questo, nessuno sembra domandarsi perché Roggero è diventato così popolare tra la gente. Eppure la risposta è così semplice. Perché siamo tutti Roggero. E non è un vuoto slogan. Siamo tutti Roggero perché ci sentiamo tutti minacciati, insicuri. Abbiamo paura di girare per strada la sera, e certe volte anche di giorno. Se abbiamo figli siamo terrorizzati. Rapine, furti, stupri sono all’ordine del giorno. Quante ragazze sono state stuprate a Milano, trascinate dietro una transenna di una stazione di metropolitana o dietro a un cespuglio in un parco? Quante finestre rotte, con i malviventi che entrano in casa, minacciano, rompono tutto e rubano tutto quello che trovano? Quante gang uccidono a sangue freddo? Quanti sbandati ti accoltellano per strada senza nessun motivo, e tu muori senza sapere perché? Basta leggerli, i giornali, almeno ogni tanto. Esci di casa ed è il far west. C’è da ringraziare il cielo se la sera torni a casa e nessun ubriaco ti ha investito, nessun ragazzino senza patente si è portato via la vita di tuo figlio, nessuna banda di violenti perdigiorno ti ha lasciato per terra in un lago di sangue, nessun drogato ha tirato fuori la siringa davanti ai tuoi bambini. Questo è il punto. Questo è il motivo per cui quando poi “uno di noi” reagisce e spara, la gente sta dalla sua parte e non capisce le questioni di lana caprina della vendetta calcolata sul filo del fuorigioco.
Serve una una riforma della legittima difesa, certo. Ma serve anche avere forze dell’ordine che pattugliano il territorio avanti e indietro, si fanno vedere ovunque, centrali che quando li chiami ti mandano immediatamente qualcuno. Serve sentire e percepire di essere sicuri. E invece? Sarò un semplice, ma spendere 17 miliardi in armamenti, più altri per sostenere paesi lontani e i loro problemi, quando a casa nostra non riusciamo a risolvere i nostri, è incomprensibile. La prima difesa è quella che garantisce la sicurezza del popolo nel suo stesso territorio. D’accordo gli alleati, d’accordo la geopolitica, d’accordo gli obblighi derivanti dagli accordi internazionali, ma forse per i cittadini italiani, che alla fine sono quelli che pagano (no, i politici non ci mettono i soldi di tasca loro: i politici se li prendono, casomai), si può fare di meglio che lasciare andare allo sfascio il paese per servire gli interessi di altri. E non venitemi a parlare dell’indotto dell’industria delle armi. Eccolo qui, l’indotto: quasi il 50% finisce nelle tasche dei produttori americani.
Se lo Stato pretende il monopolio legittimo dell’uso della forza (si chiama così, te lo insegnano al primo anno di Scienze Politiche), allora lo usi. Ma se non protegge i suoi cittadini, con quale coraggio poi li processa e li condanna quando si difendono da soli?
Claudio Messora