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Esteri

Russia espande la presenza militare dal Pacifico all’Artico: Europa e Giappone in allerta

Sottomarini nucleari, missili Kinzhal e il corridoio artico del Bear Gap: le mosse di Mosca che nessuno discute in Italia
Byoblu·02 giugno 2026
Esteri — Byoblu
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Mentre l’attenzione internazionale resta concentrata sul conflitto in Ucraina, la Russia sta silenziosamente ridisegnando la propria postura militare su scenari geografici lontani ma altrettanto critici: l’Estremo Oriente e l’Artico. Due teatri distinti, una strategia che sembra rispondere a una logica unitaria di proiezione di potenza, e che preoccupa seriamente sia Tokyo che le capitali nordeuropee.

Curili, Pacifico e la minaccia al Giappone

Negli ultimi mesi, secondo quanto ricostruito da diverse fonti militari e rimbalzato anche sull’account X di NEXTA — osservatorio specializzato nelle attività delle forze armate russe — Mosca avrebbe intensificato in modo sensibile il proprio dispiegamento nell’Estremo Oriente. Nelle isole Curili meridionali, arcipelago conteso con il Giappone sin dalla fine della Seconda guerra mondiale e mai oggetto di un trattato di pace formale, sarebbero stati posizionati caccia Su-35 e sistemi missilistici antinave.

In primavera sarebbero stati avvistati anche velivoli equipaggiati con missili ipersonici Kinzhal nelle acque circostanti il Giappone. A preoccupare ulteriormente Tokyo è però la presenza crescente, nel Mare di Ochotsk, dei sottomarini nucleari della classe Borei — piattaforme capaci di trasportare missili balistici a testata multipla e componente essenziale della triade atomica russa.

Secondo analisti e osservatori, la base dei sottomarini nella penisola della Kamchatka sarebbe stata ampliata, e la Marina russa starebbe sviluppando nuove capacità operative sottomarine di profondità. In questo quadro si inserisce anche il sottomarino nucleare Khabarovsk, destinato alla Flotta del Pacifico e considerato uno degli assetti più avanzati dell’arsenale navale di Mosca.

Il ministro della Difesa giapponese Shinjiro Koizumi ha definito pubblicamente le attività militari russe nell’area come “motivo di seria preoccupazione”, collegandole alla crescente intesa strategica tra Mosca e Pechino. Russia e Cina hanno aumentato negli ultimi anni le esercitazioni congiunte nei cieli e nelle acque adiacenti al territorio giapponese, alimentando il timore di Tokyo di dover affrontare, in caso di crisi regionale, un coordinamento diretto tra le due potenze.

La risposta del governo nipponico ha portato a una revisione della dottrina difensiva: pur vincolato dalla Costituzione pacifista, il Giappone sta sviluppando capacità di contrattacco a lungo raggio e ha aumentato significativamente il proprio budget per la difesa. Negli ultimi nove mesi i caccia giapponesi sarebbero decollati centinaia di volte per intercettare velivoli stranieri ai margini dello spazio aereo nazionale.

Il Bear Gap e la minaccia all’Europa del Nord

Parallelamente, sul fronte artico, il ministro della Difesa norvegese ha lanciato un avvertimento pubblico in merito al cosiddetto Bear Gap — il corridoio strategico che collega le acque artiche all’Atlantico del Nord, già noto durante la Guerra Fredda come linea di transito privilegiata per i sottomarini sovietici. Secondo Oslo, se la Russia dovesse acquisire il controllo operativo di questo corridoio, avrebbe la capacità concreta di minacciare il nord Europa con attacchi missilistici.

La tesi del governo norvegese è che questo scenario non debba essere permesso, e che l’attenzione della NATO su questo fronte debba restare alta, indipendentemente dagli sviluppi nel teatro ucraino.

Un quadro che l’Italia ignora

Ciò che colpisce è il silenzio del dibattito pubblico italiano attorno a questi sviluppi. Mentre politica e media nazionali si concentrano quasi esclusivamente sui negoziati per il cessate il fuoco a est, la Russia sembra costruire — lontano dai riflettori — una nuova architettura di deterrenza e pressione su due fronti separati ma coordinati. Le implicazioni per la sicurezza europea e per gli equilibri del Pacifico potrebbero risultare durature, indipendentemente dall’esito del conflitto in corso.


Fonti:

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