Safe, l’Italia non firma: Meloni vuole prima risposte sull’energia

Mentre cinque Paesi dell’Unione Europea — Polonia, Lituania, Croazia, Romania e Belgio — hanno già siglato i contratti per accedere ai prestiti del programma Safe (Security Action for Europe), l’Italia rimane fuori. Lo ha confermato il portavoce della Commissione europea per la Difesa, Thomas Regnier, nel corso del briefing con la stampa a Bruxelles nella giornata del 29 maggio. La scadenza formale per la firma è fissata al 30 maggio, ma il governo italiano ha già deciso di lasciarla trascorrere.
Roma aveva “prenotato” la quota più consistente tra i Paesi aderenti: 14,9 miliardi di euro a tassi agevolati, su un totale di 150 miliardi messi a disposizione dalla Commissione. Una cifra considerevole, che tuttavia — come sottolineato più volte dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti — andrebbe comunque ad aggravare il debito pubblico italiano.
La scelta di Meloni: prima i cittadini, poi le armi
Dietro la decisione di non firmare c’è una strategia precisa, ribadita dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni in un’intervista a Mattino Cinque: «Non possiamo dire ai cittadini che i soldi ci sono solo per la difesa». Una frase che fotografa con chiarezza la posizione del governo: nessun impegno aggiuntivo sui fondi militari europei senza che Bruxelles garantisca prima margini di bilancio adeguati per affrontare la crisi energetica.
La scelta appare tanto più significativa se si considera il contesto: il 18 maggio Meloni ha scritto una lettera a Ursula von der Leyen per chiedere risorse e flessibilità fiscale a sostegno delle famiglie e delle imprese italiane colpite dal caro energia. La risposta della presidente della Commissione è attesa per il 3 giugno, insieme al cosiddetto “pacchetto di primavera” che includerà le nuove Raccomandazioni Paese e la valutazione finale sui conti 2025.
Un governo diviso, ma una linea che tiene
Secondo quanto ricostruito da più fonti, mercoledì 27 maggio a Palazzo Chigi si è tenuta una riunione ristretta alla quale hanno partecipato i vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini, il ministro Giorgetti, il titolare della Difesa Guido Crosetto e il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari. In quella sede sarebbe stata confermata la scelta di rinviare l’adesione al Safe, con l’argomento che — nella lettura del governo — il 31 maggio non rappresenterebbe una scadenza perentoria ai sensi del regolamento.
Tajani ha ipotizzato pubblicamente una soluzione intermedia: chiedere all’Europa non i 14,9 miliardi originari, ma una somma ridotta — intorno ai 4-5 miliardi — limitata ai soli progetti già coperti da contratti esistenti. Un’ipotesi che, stando alle fonti citate dal Sole 24 Ore, genera qualche perplessità tecnica e ha riacceso le tensioni con Crosetto, da settimane favorevole a un’adesione piena al programma.
Il nodo politico: miliardi per i cannoni, briciole per i cittadini
La vicenda solleva una domanda che va oltre i tecnicismi di bilancio: come mai l’Europa riesce a mobilitare 150 miliardi di euro in tempi rapidi per finanziare armamenti e spese militari degli Stati membri, mentre la stessa capacità di intervento risulta assai più faticosa quando si tratta di energia, sanità o infrastrutture sociali?
È un interrogativo che riguarda in modo particolare i Paesi del Sud Europa, dove la spesa pubblica per i servizi essenziali è sotto pressione da anni. In Italia, secondo i dati Istat, una quota crescente di famiglie rinuncia alle cure mediche per ragioni economiche: nel 2024, oltre 4,5 milioni di italiani avrebbero rinunciato a visite specialistiche o esami diagnostici a causa dei costi. Le liste d’attesa nel Servizio Sanitario Nazionale si allungano, i pronto soccorso sono saturi, e la spesa sanitaria pro capite italiana rimane al di sotto della media europea.
Nel frattempo, le grandi infrastrutture del Paese — strade, ferrovie, ospedali pubblici, scuole — mostrano i segni di decenni di sotto-investimento. Un paradosso che stride con la velocità con cui Bruxelles ha costruito il meccanismo Safe: 150 miliardi di prestiti a tassi favorevoli, pronti in pochi mesi, per riarmare il continente.
Il “metodo Fitto” e il 3 giugno come data chiave
Nel mezzo di questa partita, il vicepresidente esecutivo della Commissione europea Raffaele Fitto — uomo di Fratelli d’Italia a Bruxelles e fedelissimo di Meloni — ha proposto un percorso di rimodulazione delle risorse già disponibili, sul modello di quanto sperimentato con il PNRR e i fondi di Coesione (dei 35 miliardi riprogrammati per l’Italia, 7 sono di competenza italiana). Una soluzione che il governo di Roma considera un passo avanti, ma ancora insufficiente rispetto alle aspettative.
Il 3 giugno sarà la data spartiacque. La risposta di von der Leyen alla lettera di Meloni dirà molto non solo sulle relazioni tra Roma e Bruxelles, ma sul tipo di Europa che le istituzioni comunitarie intendono costruire: una capace di investire nei cittadini tanto quanto nei carri armati, oppure una che tutela la sicurezza militare lasciando indietro quella sociale.