Salute mentale in Italia: pochi accedono alle cure, allarme dipendenze digitali

L’Italia del 2026 presenta un paradosso difficile da ignorare: da un lato cresce la consapevolezza dell’importanza della salute mentale, dall’altro i numeri raccontano una realtà ben diversa. Secondo quanto riportato dall’ultimo Rapporto sulla Salute Mentale del Ministero della Salute, le percentuali di presa in carico dei pazienti rimangono molto basse. A fare eco a questi dati, le dichiarazioni rilasciate in questi giorni da esperti del settore, che parlano apertamente di un’emergenza culturale prima ancora che sanitaria.
Quindici milioni di italiani senza cure adeguate
Stando a quanto dichiarato da fonti della Società Italiana per il Trattamento delle Dipendenze (Sitd), sarebbero circa 15 milioni gli italiani che avrebbero bisogno di cure per problematiche legate alle dipendenze — da sostanze, gioco d’azzardo o comportamenti digitali — ma soltanto l’8% di questi accede effettivamente ai servizi disponibili. Un dato che fotografa un divario enorme tra bisogno reale e risposta concreta.
Tra le preoccupazioni emergenti, esperti del settore segnalano le dipendenze digitali tra i più giovani. Il primo accesso ai social network avverrebbe oggi, in media, prima dei sei anni di età: una soglia che solleva interrogativi sull’impatto a lungo termine sullo sviluppo psicologico dei minori.
L’analisi degli specialisti: non basta l’offerta di servizi
Vincenzo Barretta, psichiatra e psicoterapeuta nonché Direttore Scientifico del Centro Noesis di Napoli, ha commentato i dati del Ministero sottolineando che la situazione non sorprende chi lavora quotidianamente sul campo. Secondo Barretta, il problema centrale non è soltanto la disponibilità di servizi, ma la scarsa percezione collettiva dell’urgenza psichiatrica.
«Se qualcuno avverte un dolore al petto, sa che deve chiamare il 118», ha dichiarato lo specialista, «per la salute mentale questa consapevolezza non esiste». L’esperto evidenzia come molte persone tendano ad autodiagnosticarsi o a rimandare la richiesta di aiuto fino a quando il disagio non è già grave.
A supporto di questa lettura, Barretta cita due ricerche condotte da Ipsos negli anni 2024 e 2025, secondo cui gli italiani collocano la salute mentale al secondo posto tra le proprie preoccupazioni — una posizione diversa rispetto alla maggior parte degli altri paesi — pur ritenendo, in larga misura, di poter gestire autonomamente i propri disturbi. Un atteggiamento che, con la diffusione degli strumenti di intelligenza artificiale per l’auto-consulenza, desta secondo lo specialista «enorme preoccupazione».
Tre livelli di intervento secondo gli esperti
Barretta individua tre aree su cui intervenire in modo strutturato. Il primo livello è quello istituzionale: le risorse previste dalla legge di Bilancio — 80 milioni di euro per il 2026, destinati a crescere fino a 90 milioni nel 2028 — vengono giudicate un segnale positivo, ma insufficienti se non accompagnate da investimenti in formazione e comunicazione pubblica.
Il secondo livello riguarda la scuola e la comunità: portare l’educazione al benessere psicologico in contesti quotidiani come scuole, luoghi di lavoro e aggregazioni sociali, senza attendere che il disagio si manifesti in forme conclamate.
Il terzo livello, considerato il più urgente dallo specialista, è quello della conoscenza: diffondere la consapevolezza dei segnali d’allarme e dei percorsi di accesso ai servizi, compresa l’esistenza del pronto soccorso psichiatrico e dei Centri di Salute Mentale. Una lacuna che, secondo Barretta, riguarda tanto i pazienti quanto i loro familiari, spesso i primi a osservare cambiamenti nel comportamento di una persona cara ma privi degli strumenti per interpretarli.
Il contesto del Piano Nazionale
Il quadro si inserisce nel Piano di Azioni Nazionale per la Salute Mentale 2025-2030, avviato dal governo per affrontare strutturalmente il tema. Gli esperti concordano sull’importanza dell’iniziativa, ma sollecitano che alle misure operative si affianchi una campagna culturale capace di modificare la percezione sociale del disagio psicologico. I prossimi mesi diranno se le risorse stanziate si tradurranno in interventi concreti o resteranno, come teme parte della comunità scientifica, inattuate.