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Tecnologia

Schermi a scuola e a casa: i pediatri lanciano l’allarme, ma la scuola fa la sua parte?

Al Congresso italiano di pediatria si parla di cefalea digitale. Eppure registro elettronico, compiti via app e DAD hanno moltiplicato l’esposizione agli schermi dei bambini.
Byoblu·28 maggio 2026
Tecnologia — Byoblu

Mentre l’81esimo Congresso italiano di pediatria, in corso a Padova fino al 29 maggio 2026, lancia l’allarme sulla cosiddetta cefalea digitale — una forma di mal di testa direttamente correlata all’uso prolungato di dispositivi elettronici — una domanda rimane sullo sfondo, raramente posta con chiarezza: quante ore di schermo giornaliero vengono imposte ai bambini non dai genitori, ma dalla scuola stessa?

Secondo la Società Italiana di Pediatria (SIP), la cefalea interessa fino al 15% dei bambini e adolescenti in età scolare ed è oggi tra le cause più frequenti di accesso agli ambulatori pediatrici. Una review pubblicata sulla rivista scientifica Headache, che ha analizzato 48 studi internazionali, individua nel tempo trascorso davanti agli schermi uno dei principali fattori scatenanti. Un’altra ricerca, pubblicata sul Boletín Médico del Hospital Infantil de México, ha rilevato che i ragazzi con cefalea utilizzano smartphone e tablet per oltre tre ore al giorno, con i sintomi che peggiorano sensibilmente oltre le sei ore quotidiane.

I danni documentati: dalla vista al cervello

La letteratura scientifica, richiamata dalla SIP anche in un articolo pubblicato sulla rivista Children nel novembre 2024, è inequivocabile. I bambini che trascorrono tre o più ore al giorno davanti a uno schermo mostrano una prevalenza di compromissione visiva cinque volte superiore rispetto ai coetanei. Il rischio di miopia, occhio secco, affaticamento oculare e persino di esotropia — una forma di strabismo acquisito associata all’uso eccessivo di smartphone — cresce con il numero di anni di esposizione in età pediatrica.

Non si tratta solo di occhi. L’uso prolungato degli schermi altera il ritmo sonno-veglia attraverso la luce blu emessa dai dispositivi, che riduce la produzione di melatonina. La postura piegata sullo schermo, nota come text neck, provoca tensioni cervicali che si irradiano verso la testa. Il sovraccarico cognitivo da notifiche continue e video brevissimi — tipico di piattaforme come TikTok — alimenta ansia e stress. Elena Bozzola, responsabile della Commissione Dipendenze digitali della SIP, ha ricordato che nel cervello degli adolescenti iperconnessi si osservano modificazioni simili a quelle prodotte dalle dipendenze da sostanze.

Il paradosso scolastico: chi prescrive gli schermi?

Eppure, in questo quadro clinico preoccupante, emerge una contraddizione che le istituzioni sanitarie faticano ad affrontare apertamente: la scuola è diventata uno dei principali vettori di esposizione agli schermi per i minori.

Il registro elettronico, strumento ormai universale in Italia, obbliga genitori e studenti a consultare dispositivi digitali quotidianamente. I compiti vengono assegnati via app o piattaforme di messaggistica. Il diario cartaceo è scomparso da molte classi. La didattica a distanza, accelerata dall’emergenza Covid e mai del tutto abbandonata, ha normalizzato ore di videolezione davanti a schermi per bambini anche molto piccoli. Tablet e computer sono entrati nelle aule come strumenti didattici obbligatori, spesso senza una pedagogia digitale adeguata a governarne l’uso.

Mentre le famiglie vengono giustamente invitate a limitare lo screen time — niente cellulare prima dei 13 anni, dispositivi lontani dalle camere da letto, zero schermi sotto i due anni, secondo le raccomandazioni SIP — il sistema scolastico procede in direzione opposta, moltiplicando i punti di contatto obbligatorio tra bambini e schermi.

Il modello nordeuropeo: la retromarcia silenziosa

Alcuni paesi del Nord Europa hanno già tratto le conseguenze di questa contraddizione. La Svezia, che era stata pioniera nella digitalizzazione scolastica spinta, ha avviato dal 2023 una revisione del proprio approccio, reintroducendo i libri di testo cartacei nelle scuole primarie e limitando l’uso dei tablet nelle prime classi, sulla base di evidenze scientifiche che mostravano un calo nelle capacità di lettura e comprensione dei testi. Anche la Finlandia ha avviato riflessioni simili, rivalutando l’efficacia della scrittura a mano rispetto alla digitazione.

In Italia, questo dibattito stenta a decollare. Le linee guida SIP invitano le famiglie alla consapevolezza, e il pediatra Antonino Gulino ha sottolineato che «non si tratta di demonizzare la tecnologia, ma di imparare a utilizzarla in modo corretto». Il presidente SIP Rino Agostiniani ha ribadito che «la prevenzione oggi passa anche dall’educazione digitale». Parole condivisibili, ma insufficienti se l’appello è rivolto solo ai genitori e ignora il ruolo attivo che il sistema scolastico svolge nell’aumentare l’esposizione agli schermi dei minori.

Quello che manca: una risposta istituzionale coerente

Finché il Ministero dell’Istruzione non affronterà il tema con la stessa serietà con cui lo affrontano i pediatri, il paradosso resterà intatto: da un lato la sanità chiede di ridurre gli schermi, dall’altro la scuola li rende obbligatori. I bambini, nel mezzo, pagano il prezzo — in mal di testa, in miopia, in sonno perso — di una incoerenza istituzionale che nessuno sembra voler risolvere.

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