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Salute

Asili nido e scuole sono forni a cielo aperto, senza raffrescamento “aria irrespirabile”. Ma per le armi, si trovano miliardi!

Scuole italiane senza condizionatori: solo il 7,4% è climatizzato. Bambini al caldo nei nidi, proteste a Milano e chiusure a Prato. Il governo tace sui fondi.
Byoblu·29 giugno 2026
Salute — Byoblu
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Mentre il governo italiano annuncia stanziamenti miliardari per la difesa, le scuole della Repubblica restano forni a cielo aperto. I dati ufficiali del ministero dell’Istruzione, aggiornati all’anno scolastico 2024-2025, sono impietosi: su circa 60mila istituti censiti, soltanto 4.457 — il 7,42 per cento — dispone di un impianto di condizionamento. Più di nove scuole su dieci, in piena ondata di calore, non hanno nemmeno un sistema di raffrescamento funzionante. Migliaia di bambini, dai nidi alle superiori, e decine di migliaia di maturandi hanno trascorso questi giorni in aule roventi, in balia di temperature che sfiorano i 40 gradi.

Bambini sofferenti, genitori in rivolta

Le testimonianze che arrivano da tutto il paese raccontano una realtà insostenibile. A Pordenone, un padre di un bambino di quattro anni che frequenta la scuola dell’infanzia di Rorai Piccolo ha descritto aule «irrespirabili»: i piccoli non mangiavano a mensa per il caldo, si sedevano silenziosi e sofferenti, incapaci persino di giocare. Un generatore termico è presente nella struttura, ma risulterebbe inutilizzato a causa delle lamentele dei vicini per il rumore. Il padre denuncia: «È impensabile che a distanza di dodici mesi non sia stato fatto nulla».

A Milano la protesta ha assunto i contorni di una mobilitazione civica vera e propria: quasi 4mila genitori hanno firmato una petizione sulla piattaforma ufficiale del Comune, superando largamente la soglia delle mille firme necessarie per ottenere una risposta istituzionale. «Le condizioni ambientali negli asili nido e nelle scuole dell’infanzia comunali non costituiscono più un fenomeno straordinario, bensì una criticità strutturale», si legge nel testo della petizione. Le famiglie denunciano misure «temporanee e inefficaci», interventi mai risolutivi e un problema scaricato sistematicamente sui genitori, costretti a ritirare i figli in anticipo.

A Prato il Comune ha dovuto disporre la chiusura anticipata di nidi e scuole dell’infanzia comunali da oggi, dopo che le rilevazioni interne hanno registrato temperature superiori ai livelli di sicurezza nonostante l’uso di condizionatori portatili. Una resa dei conti con una realtà che le istituzioni continuano a rimandare.

Un paese a due velocità: dalle Marche alla Campania

Le differenze territoriali sono abissali. Le Marche, grazie a investimenti mirati effettuati dopo la pandemia da Covid-19, sono la regione virtuosa con oltre il 30 per cento degli istituti climatizzati. L’Emilia-Romagna si ferma al 9,5 per cento — comunque al di sopra della media nazionale — mentre Lazio (2,35%), Campania (4,40%) e Basilicata (4,47%) chiudono la classifica in condizioni di vera e propria emergenza strutturale.

Lamberto Montanari, che guida l’Associazione nazionale presidi dell’Emilia-Romagna, ha invitato i colleghi dirigenti ad agire subito, senza aspettare risposte dall’alto: «Bisogna pensare già ora al prossimo anno. Inutile parlare del presente». Montanari ha anche proposto di coinvolgere i genitori in raccolte fondi per finanziare almeno qualche aula climatizzata da destinare agli esami, in un paese dove si chiede ai privati di fare quello che lo Stato non riesce a garantire.

Ma basterebbe solo uno di quei 15 miliardi con i quali stiamo per indebitarci per armamenti, a sistemare i climatizzatori per tutti i bambini della penisola (e ce ne avanzerebbe, chiaramente, per tutto il resto).

Il nodo strutturale: edifici vecchi, fondi assenti, competenze frammentate

La metà delle scuole italiane sorge in edifici costruiti prima del 1976, quindi con oltre cinquant’anni sulle spalle. Gli edifici di costruzione recente, dal 2018 a oggi, sono appena 429. Il problema non è solo tecnico, ma anche di governance: la manutenzione degli edifici scolastici non spetta al ministero, bensì a comuni, province e città metropolitane, che spesso non dispongono delle risorse necessarie.

Daniele Parrucci, delegato del sindaco per l’edilizia scolastica nella città metropolitana di Roma, ha ammesso che il comune sarebbe disposto a valutare l’installazione di impianti di raffrescamento, «ma mancano i fondi» e servirebbe un intervento diretto di regione e Stato. A questo si sommano i vincoli architettonici che gravano su molti edifici storici e gli impianti elettrici obsoleti, che rendono ogni intervento più costoso e lento.

Valditara promette, ma senza dire cosa

Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha assicurato nei giorni scorsi che il governo sta lavorando a «una soluzione strutturale» per la climatizzazione degli edifici scolastici. Tuttavia, al momento in cui scriviamo, non è stato comunicato alcun piano concreto, né sono stati indicati fondi, tempi o modalità di intervento. Nel frattempo, il presidente nazionale dell’Associazione presidi, Antonello Giannelli, ha dovuto limitarsi a suggerire misure di emergenza per la maturità: anticipare gli orali al mattino, trovare locali climatizzati alternativi alle aule, garantire acqua fresca a studenti e commissari.

Il centro studi Tortuga, in un recente report intitolato L’estate addosso, ha calcolato che circa il 10 per cento di tutti i giorni scolastici registra temperature superiori ai 26 gradi, soglia individuata dall’INAIL come limite di comfort per gli ambienti scolastici. La letteratura scientifica è unanime: il caldo riduce le performance cognitive e peggiora i risultati degli studenti.

Quello che nessuno sembra voler dire (perché?)

Quando si discute di come finanziare nuovi sistemi d’arma o missioni militari all’estero, le risorse sembrano trovate con solerzia. Quando si tratta di garantire aria respirabile a bambini di tre anni o a ragazzi che affrontano l’esame più importante della loro carriera scolastica, la risposta è invariabilmente la stessa: «Mancano i fondi».

È una scelta politica, non una fatalità. I nostri bambini evidentemente valgono molto meno, per lo Stato!


Fonti:

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