Shell triplica i profitti: 10,8 miliardi grazie alla guerra

C’è un modo semplice per capire chi ci guadagna, quando il mondo va a fuoco: guardare i bilanci. E il bilancio di Shell, diffuso oggi, è un documento che andrebbe letto ad alta voce nelle scuole. Il colosso petrolifero britannico ha triplicato i profitti nel secondo trimestre del 2026, fino a 10,8 miliardi di dollari, contro i circa 3,6 dello stesso periodo del 2025. Ricavi a 96,4 miliardi, più 45%. Utile netto rettificato a 9,84 miliardi, ben oltre gli 8,79 che si aspettavano gli analisti interpellati da Lse. E per festeggiare: altri 3 miliardi di dollari agli azionisti tramite riacquisto di azioni proprie.
Il motivo? Nessuna strategia di marketing “geniale” (anche se per talune multinazionali, la guerra in fondo sono affari), ma la guerra. L’impennata dei prezzi di gas e petrolio innescata dagli attacchi di Stati Uniti e Israele all’Iran e dal blocco di fatto del traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz. Shell non ha dovuto fare nulla: è bastato aspettare che qualcun altro sganciasse le bombe.
“Gravi perturbazioni dei mercati”: il linguaggio dei signori della rendita
L’amministratore delegato Wael Sawan lo ha spiegato con quel gergo aziendale che serve a rendere presentabile l’impresentabile: la performance operativa, ha detto, garantisce «risultati molto solidi durante questo periodo di gravi tensioni sui mercati mondiali dell’energia». Tradotto in italiano corrente: più il mondo brucia, più noi guadagniamo.
Non è nemmeno andato tutto liscio, tecnicamente. Il volume di barili commerciati tra aprile e giugno è calato per gli effetti del conflitto, e il deposito di gas naturale di Ras Laffan, in Qatar, hub decisivo per Shell nella regione, è stato gravemente danneggiato. Eppure gli utili triplicano lo stesso. Perché quando il prezzo esplode, vendere meno roba a molto di più è un affare migliore che venderne tanta a poco. È la vecchia legge della scarsità: la guerra è il più efficiente creatore di scarsità che l’uomo abbia mai inventato.
Chi paga il conto: l’automobilista, sempre lui
Dall’altra parte dell’oceano, la fotografia è speculare e rovesciata. Negli Stati Uniti la benzina viaggia intorno ai 4,56 dollari al gallone secondo le rilevazioni AAA, contro i 3,15 di un anno fa. Il diesel è a un soffio dal record storico. Il pendolare del Midwest fa i conti prima di riempire il serbatoio del pickup; a Londra si discute di quanti miliardi restituire agli azionisti.
Già nel primo trimestre Shell aveva più che raddoppiato gli utili rettificati, a 6,9 miliardi. Greenpeace UK ha proiettato sul quartier generale londinese della compagnia una scritta che è già uno slogan: war profits, profitti di guerra. Gli attivisti parlano apertamente di guerra illegale e chiedono una tassazione straordinaria degli extraprofitti per aiutare le famiglie schiacciate dalle bollette. Si può essere d’accordo o no con Greenpeace su tutto il resto. Su questo, il conto della serva torna.
E non è un fenomeno solo britannico. Anche l’italiana Eni ha festeggiato la stessa dinamica di prezzi. Il modello è identico: si distrugge in Medio Oriente, si incassa in Europa, si paga il conto alla pompa sotto casa.
Ma chi sono, in concreto, gli azionisti di Shell?
A questo punto la domanda diventa inevitabile: quei 3 miliardi, e i dividendi che li accompagnano, in quali tasche finiscono? La risposta è meno folkloristica di quanto si immagini. Shell plc non ha un padrone. Non esiste una famiglia, uno Stato o un magnate del petrolio che tiri i fili. Il capitale è quotato a Londra, ad Amsterdam e a New York, il flottante è praticamente totale, e la proprietà è frammentata in migliaia di soggetti. Nessuno decide, tutti incassano.
A dominare l’azionariato, come nella quasi totalità delle grandi multinazionali anglosassoni, sono i grandi gestori di patrimoni. Nei registri pubblici delle partecipazioni rilevanti compaiono da anni i nomi che ormai conosciamo a memoria: BlackRock e Vanguard, i due colossi americani del risparmio gestito, seguiti da State Street, dai fondi di Capital Group, dalle divisioni di gestione delle grandi banche svizzere e britanniche, e dai grandi investitori istituzionali europei come Legal & General e il fondo sovrano norvegese Norges Bank, che a sua volta esiste grazie ai proventi del petrolio del Mare del Nord. Le quote individuali sono nell’ordine di pochi punti percentuali a testa: nessuno ha il controllo, ma insieme muovono la maggioranza del capitale.
Qui il quadro si complica, perché dietro BlackRock e Vanguard non ci sono solo speculatori con il sigaro: ci sono fondi pensione, casse previdenziali, piani di risparmio di milioni di lavoratori occidentali, dai dipendenti pubblici britannici agli insegnanti americani, fino ai sottoscrittori italiani di ETF e fondi comuni che hanno Shell in portafoglio senza magari saperlo. Una parte degli extraprofitti torna quindi, per rivoli sottilissimi, nelle pensioni future di persone comuni. Un’altra parte, molto più concentrata, si ferma nelle commissioni di gestione e nelle plusvalenze di chi quel risparmio amministra.
È il paradosso strutturale del capitalismo finanziario contemporaneo: gli stessi gestori che siedono nell’azionariato dei colossi energetici siedono anche in quello dell’industria della difesa e delle banche che finanziano entrambe. Non serve evocare complotti: basta leggere i prospetti. Quando i prezzi dell’energia salgono per una guerra, il portafoglio si riequilibra da sé. E i buyback come quello annunciato ieri fanno esattamente questo: riducono il numero di azioni in circolazione e aumentano il valore di quelle che restano in mano a chi c’è già.
La domanda che nessuno fa in televisione
Come che sia, è evidente che c’è qualcuno che trae grandi profitti dalle guerre, in molti campi. Qualcuno che specula sulle sofferenze e sul dolore di altri. Uno di questi, come abbiamo visto, è quello dei carburanti. È giusto intervenire? Qui entriamo in un terreno un po’ ostico, intrinseco alla logica stessa del capitalismo. Se fossimo tutti comunisti, sarebbe già illegale. Del resto, l’estremo opposto non esiste, perché non può esistere un mondo in cui sono tutti speculatori: sulle spalle di chi mangerebbero?
Esiste, comunque, una soluzione che si può proporre? Sì, e non è neanche esotica: la tassazione seria degli extraprofitti energetici, con il ricavato destinato a calmierare le bollette di famiglie e piccole imprese. Alcuni Paesi ci hanno provato, in modo timido e pieno di scappatoie. In Italia se ne parlò, poi la cosa si è sciolta come neve al sole tra ricorsi e cavilli. Chissà perché.
Nel frattempo, la prossima volta che vi spiegheranno che bisogna alzare i toni, mandare armi, prepararsi allo scontro perché “la sicurezza non ha prezzo”, ricordatevi questo numero: 10,8 miliardi in tre mesi. La sicurezza non avrà un prezzo, ma la guerra ha un fatturato. E quel fatturato lo amministrano i grandi gestori di fondi. Scommettiamo per cosa votano, o quale azioni di lobbyng fanno al Congresso? Ma i loro extraprofitti li paghiamo noi, un pieno alla volta. Un discorso da comunisti? Forse.