Siher: chiesto il carcere per Siher: ma di cosa è accusato esattamente? Cosa non torna.

La Procura di Milano ha chiesto il carcere per Youssef Siher. Oggi i pubblici ministeri hanno depositato la richiesta di convalida del fermo e di custodia cautelare in cella per il 30enne ritenuto l’amministratore della pagina Instagram e del gruppo Telegram del Movimento 17 ottobre. Le accuse sono istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche. Secondo i pm, con la sua padronanza degli strumenti informatici Siher potrebbe «sviluppare una strategia rivoluzionaria». Domani alle 9.30, nel carcere di San Vittore, sarà interrogato dalla giudice per le indagini preliminari Tiziana Landoni. La decisione è attesa entro mercoledì.
Il passaggio è decisivo. Il gip è il giudice terzo che, durante le indagini, controlla l’operato dell’accusa. Deve stabilire due cose: se il fermo disposto d’urgenza dai pm sabato era legittimo, e se Siher debba restare in cella in attesa di un eventuale processo.
Cosa scrivono i pm nella richiesta di carcere
La richiesta è di 14 pagine, firmate dalla pm dell’antiterrorismo Francesca Crupi e dal procuratore capo Marcello Viola. I messaggi diffusi da Siher vengono definiti «una dichiarazione di ‘guerra’ continua (…) deliberatamente volta — e sicuramente idonea — a incutere un profondo timore nella popolazione e a destabilizzare l’ordinario corso della vita civile».
Siher è incensurato. Per l’accusa questo non basta a tranquillizzare: avrebbe dimostrato «una particolare capacità delinquenziale nel senso di saper sfruttare il suo elevato background culturale ed i suoi contatti relazionali al fine di porre in essere gravi reati». Gli arresti domiciliari vengono giudicati insufficienti.
Due i rischi indicati: che commetta di nuovo lo stesso reato e che fugga. Sul secondo punto i pm scrivono che Siher ha «un profilo di spicco nel ‘movimentismo’ Pro Pal e contatti con ‘l’antagonismo’ (Fronte della Gioventù Comunista e sindacati)», cioè una «rete relazionale che gli consentirebbe di riparare all’estero». Pesa anche quanto accaduto sabato mattina: quando polizia postale e Digos sono andate a cercarlo, lui e la moglie si erano spostati a Milano, in zona Corvetto, a casa di amici. Il telefono di Siher era spento. Gli investigatori lo hanno localizzato attraverso quello della moglie.
I reati contestati prevedono pene da uno a cinque anni. La violenza organizzata nelle manifestazioni è un reato nuovo, introdotto dall’ultimo decreto sicurezza come risposta ai disordini di sabato 17 e domenica 18 ottobre. Punisce anche chi promuove la formazione di un gruppo che poi agisce con violenza in piazza.
La «strategia rivoluzionaria» secondo l’accusa
Il gruppo Telegram è nato domenica 18 ottobre alle 19.58, a poche ore dai saccheggi nel centro di Milano. In pochi giorni ha superato gli 11 mila iscritti. Tra Telegram e Instagram, scrivono i pm, i messaggi potevano raggiungere potenzialmente 150 mila persone. La parola d’ordine era una «mobilitazione permanente ogni sabato. Fino alla caduta di questo governo ladro», con convocazioni in otto città per sabato scorso.
Tra gli elementi a carico c’è un documento intitolato «Rivoluzione, istruzioni per l’uso». Ribadisce gli obiettivi, cioè il dissenso contro il governo Meloni e l’allargamento della protesta, e dà indicazioni pratiche: occhiali protettivi, felpe con cappuccio, sciarpe o mascherine contro i lacrimogeni. In un passaggio invita a «sfondare» eventuali sbarramenti delle forze dell’ordine. Per il resto raccomanda prudenza, per la propria sicurezza e per quella degli altri manifestanti. Per i pm, il testo cita anche il manuale clandestino usato in Egitto durante la Primavera araba, e le piazze scelte come punti di ritrovo erano «strategiche» per limitare i controlli di polizia. Un altro messaggio attribuito a Siher dice: «dobbiamo fare come la Francia, li sono ben organizzati e soprattutto attivi».
Come esempio di «contenuto violento», il provvedimento di fermo cita un post ancora online: «Meloni dichiara guerra al futuro di questo paese, noi dichiariamo guerra a questo futuro infame».
C’è poi un argomento che merita attenzione. Per dimostrare il clima di intimidazione creato da Siher, i magistrati richiamano la massiccia mobilitazione di polizia ed esercito e la scelta di molti commercianti milanesi di blindare le vetrine o chiudere. In questo ragionamento la paura alimentata dalla risposta delle istituzioni e dal racconto dei media diventa una prova a carico dell’indagato.
Quello che le accuse non contengono
Nessuna delle contestazioni riguarda il weekend del 17 e 18 ottobre. Siher è stato descritto ovunque come la «mente» dei disordini di Milano, ma i fatti indicati nel provvedimento sono successivi e riguardano solo l’attività online. Allo stato attuale non risultano collegamenti diretti tra lui, la moglie e i giovanissimi protagonisti dei saccheggi in piazza Duomo. Le indagini dell’antiterrorismo proseguono per accertare o escludere eventuali contatti.
Sono gli stessi pm a scrivere che dietro il Movimento 17 ottobre non ci sarebbero entità statali o organizzazioni, ma solo Siher. Non sono emersi elementi su presunti contatti con hacker filorussi, un’ipotesi circolata nei giorni scorsi. I messaggi più espliciti riportati negli atti, come quello di un utente che scrive «spaccare gli istituti di credito è giusto», sono di altri iscritti. A Siher si contesta di non averli arginati e di aver così rafforzato i propositi violenti.
Sabato la polizia postale ha bloccato i messaggi programmati che dovevano indicare i nuovi punti di ritrovo. Le ricostruzioni però divergono: alcune parlano di due messaggi trovati sul suo computer, pronti per le 14.31 e le 15.31; altre riferiscono che i messaggi di convocazione nei luoghi sparsi di Milano non sono stati trovati, nemmeno in bozza. Risultato: a Milano, dove si temeva il peggio, non è successo nulla. Scontri ci sono stati a Bologna, Torino e Roma, dove sfilavano cortei già organizzati da altri collettivi.
C’è infine un filone aperto a Genova. La Procura indaga su eventuali legami tra Siher e il gruppo arrestato nell’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia, la struttura che si occupa di criminalità organizzata e terrorismo, sui presunti finanziamenti ad Hamas attraverso associazioni benefiche. Si tratta di verifiche in corso, senza contestazioni formali a suo carico.
Chi è Youssef Siher
Nato in provincia di Brescia da famiglia di origini marocchine, Siher si è laureato in Scienze della comunicazione alla Statale di Milano. Il professore che lo ha seguito nella tesi lo ha definito «uno studente eccellente», tra i migliori del corso. Ha frequentato un master in Scienze politiche, è stato membro del Senato accademico e dell’associazione studenti musulmani. Nel 2024 ha svolto uno stage di ricerca sul Medio Oriente e il Nord Africa all’ISPI, l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, uno dei principali centri italiani di analisi geopolitica. In una diretta del 2023 si presentava come giornalista freelance. È anche esponente dei Giovani palestinesi.
La moglie, Sagia Hammoud, 32 anni, mediatrice culturale residente nel Comasco, è indagata a piede libero. Durante la perquisizione Siher si è rifiutato di fornire il codice del telefono. La sua avvocata, Yasmina Abu Sharar, ha fatto sapere che la linea è il silenzio: domani, con ogni probabilità, non risponderà alle domande.
Le voci in sua difesa
Il segretario di Rifondazione Comunista Maurizio Acerbo ha preso le sue parti: «Non ho capito cosa motiverebbe il fermo di Siher. Di cosa è accusato? Di essere a favore di Hamas? Ma allora dovrebbero fermare politici e editorialisti che fiancheggiano Netanyahu». Investito dalle polemiche, ha poi precisato di non aver «mai sostenuto Hamas», definendo gli attacchi «strumentali». Intanto partono le prime denunce contro la polizia per la gestione delle piazze di sabato e per alcune perquisizioni eseguite prima dei cortei.
Un colpevole che serviva?
Dopo il 17 e 18 ottobre il Paese ha visto vetrine sfondate nel cuore di Milano e circa cinquanta fermati, metà dei quali minorenni. Il governo ha risposto con un nuovo reato. Mancava un volto. Siher è stato fermato proprio nel giorno della nuova mobilitazione e presentato come il regista di quella rivolta.
Gli atti raccontano un’altra cosa. Della regia dei saccheggi non c’è traccia, e i ragazzi che li hanno compiuti restano senza un burattinaio. A Siher si contestano parole, convocazioni e un vademecum per i cortei, con un’aggravante, il terrorismo, normalmente riservata ad altro. Gli elementi a suo carico esistono: un canale da 11 mila persone, l’invito a «sfondare», le mappe delle città trovate nella perquisizione, il tentativo di rendersi irreperibile. Toccherà alla gip stabilire se bastano a fare di un ricercatore incensurato un pericolo da tenere in alta sicurezza.
L’interrogatorio è fissato per domani alle 9.30 a San Vittore. La decisione arriverà entro la tarda mattinata di mercoledì.