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Sindaco di Trieste Dipiazza: «Se lanciano bombe carta nella mia città, allora io gli sparo in testa»

Roberto Dipiazza dopo gli scontri di venerdì con tre agenti feriti. Il Pd chiede le dimissioni, il M5S parla di «gravità inaudita».
Byoblu·08 novembre 2026
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Il sindaco di Trieste, Roberto Dipiazza, ha commentato gli scontri di venerdì sera tra manifestanti e polizia con una frase destinata a pesare: «Se lanciano bombe carta nella mia città, allora io gli sparo in testa». Le parole sono state pronunciate in un’intervista al quotidiano locale Il Piccolo, due giorni dopo gli incidenti in cui sono rimasti feriti tre agenti. Il Partito democratico ne chiede le dimissioni. Il Movimento 5 Stelle parla di dichiarazioni «di una gravità inaudita».

Sindaco di Trieste, dalla Costituzione alla minaccia di sparare

Il ragionamento di Dipiazza procede per gradi. La premessa è di principio: «La Costituzione prevede il diritto a manifestare, ma le manifestazioni devono essere pacifiche». Segue l’avvertimento: «Se questi continuano a usare la violenza allora ci comporteremo di conseguenza: non possono pensare di occupare casa mia». Poi la frase sugli spari alla testa.

La deputata del Pd Debora Serracchiani chiede al sindaco di ritirare pubblicamente le sue parole e di lasciare l’incarico. «A Trieste c’è un sindaco che istiga a “sparare in testa” e tanto basta per chiedergli di fare un passo indietro», ha dichiarato. E ha aggiunto: «È gravissimo che un’istituzione evochi l’esecuzione sommaria contro chiunque, fossero pure gli antagonisti in piazza». Per Serracchiani, «a ridosso di scontri di piazza le autorità devono essere ferme ma non incoscienti».

Sulla stessa linea il triestino Stefano Patuanelli, vicepresidente del M5S: «Un rappresentante delle istituzioni non può rispondere alla violenza evocandone altra, addirittura letale». Il suo invito è ad «abbassare i toni».

La violenza contro gli agenti è stata condannata anche dalle opposizioni. Il presidente leghista del Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, aveva definito l’attacco ai «servitori dello Stato» qualcosa di «semplicemente inconcepibile e non tollerabile in uno Stato democratico». Nello stesso intervento aveva però chiesto di fermare l’escalation. Le parole del sindaco hanno alzato il livello dello scontro.

Scontri a Trieste, tre agenti feriti in piazza Libertà

Venerdì sera circa 200 persone si sono radunate in piazza Libertà. Una parte dei manifestanti ha tentato di entrare nell’ex mercato comunale di via Flavio Gioia, edificio di proprietà del Comune chiuso dal 2016. La polizia è intervenuta e sono seguiti lanci di oggetti e manganellate.

Tra i tre agenti feriti c’è il vicario della Questura, Leonardo Boido, raggiunto da una bomba carta esplosa dopo essere caduta a terra. Una manifestante è stata denunciata per resistenza. La Digos, la Divisione investigazioni generali e operazioni speciali della polizia, sta ricostruendo le responsabilità individuali in vista di eventuali altre denunce.

Il segretario generale del sindacato di polizia Coisp, Domenico Pianese, ha denunciato la gravità dell’accaduto: «Nel contratto di lavoro di chi indossa una divisa non c’è scritto che si debba fare da bersaglio a bombe carta, mazze, bastoni o sampietrini».

Porto Vecchio, due giovani morti all’origine della protesta

La manifestazione era nata dopo la morte di Marilisa Covasso, 21 anni, e di un ragazzo marocchino di 23 anni, rimasti intrappolati nel Magazzino 18 del Porto Vecchio durante un incendio. Le fiamme sono partite da un fuoco acceso da altre persone che si riparavano nell’edificio per scaldarsi.

La tragedia ha riportato l’attenzione sulle condizioni di chi dorme negli edifici abbandonati dello scalo, tra cui migranti e richiedenti asilo in attesa di formalizzare la domanda di protezione.

L’ex mercato di via Gioia è da anni indicato da associazioni e volontari come possibile struttura di accoglienza a bassa soglia, cioè con requisiti minimi per l’accesso, già dotata di servizi e allacci. L’ipotesi era stata valutata anche dall’amministrazione comunale nel 2022, senza seguito. Dipiazza ha più volte evocato il rischio di un «effetto calamita»: «Non voglio che Trieste venga trasformata in un hub dove tutti vengono qua a chiedere asilo».

Dipiazza e il linguaggio delle istituzioni: la soglia superata

La frase del sindaco tocca una questione che va oltre la cronaca di una serata di tensione. In un ordinamento democratico l’uso della forza spetta agli apparati dello Stato, è regolato dalla legge e sottoposto ai principi di necessità e proporzionalità. Un sindaco che evoca lo sparo alla testa di chi lancia una bomba carta sovrappone due piani che le istituzioni tengono separati: la responsabilità pubblica e la violenza, in questo caso letale. Il possessivo ricorrente, «la mia città», «casa mia», trasforma un problema di ordine pubblico in una difesa personale del territorio.

Gli episodi di violenza di venerdì sono documentati e sono oggetto degli accertamenti della Digos. La risposta, nei casi accertati, compete a polizia e magistratura. Una minaccia di morte pronunciata da un’autorità eletta sposta invece il confronto dal terreno della legge a quello dello scontro fisico. Offre a ciascuna parte un argomento per irrigidirsi: chi era in piazza vi legge la conferma di un’istituzione ostile, chi invoca più durezza vi trova una legittimazione dall’alto. È il meccanismo che alimenta i cicli di polarizzazione e che logora la credibilità di chi dovrebbe garantire la convivenza civile.

C’è anche un effetto di spostamento. La protesta di piazza Libertà era nata da due morti in un magazzino abbandonato e ruotava attorno a una richiesta concreta: usare un edificio pubblico inutilizzato come riparo. Dopo gli scontri, la questione dell’accoglienza ha ceduto il passo a quella dell’ordine pubblico, e la frase del sindaco ha accentuato questo slittamento.

Trieste, i sindacati di polizia accusano la politica locale

Una lettura del problema arriva dagli stessi sindacati di polizia. Siulp e Coisp hanno sostenuto che Trieste «sta pagando un prezzo altissimo per l’incapacità di gestire un’emergenza ormai cronica». Hanno ricordato che in passato si discuteva di un hotspot, mentre poi «si è preferito ripristinare i controlli alla frontiera slovena, senza risolvere le criticità che continuano a interessare la città». Per le due sigle, realizzare un hotspot o strutture di accoglienza a bassa soglia significa «poter governare un fenomeno anziché subirlo».

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