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Ambiente

Strage di lupi nel Parco d’Abruzzo: veleno premeditato, metodi inaccettabili

Almeno 23 esemplari uccisi con fitofarmaci nelle esche. La Procura di Sulmona indaga su fondi Ue e mafia dei pascoli.
Byoblu·03 giugno 2026
Ambiente — Byoblu
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Almeno 23 lupi appenninici, insieme a volpi e poiane, sono stati trovati morti tra la metà e la fine di aprile 2026 nel territorio del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, nei Comuni di Alfedena, Villetta Barrea, Pescasseroli e nelle aree limitrofe della Marsica, in provincia dell’Aquila. Le cause? Esche avvelenate confezionate con cura, sigillate in sacchetti di plastica e disseminate sui sentieri montani: un metodo che esclude qualsiasi ipotesi di gesto impulsivo.

L’Istituto Zooprofilattico Sperimentale di Teramo, con il supporto del Centro di Medicina Forense Veterinaria di Grosseto, ha confermato che il veleno impiegato è lo stesso per tutti gli animali trovati morti: si tratta di fitofarmaci agricoli, sostanze di vecchia generazione ancora reperibili in commercio ma dagli effetti letali. Secondo Giancarlo Scortichini dell’Istituto di Teramo, citato da TGCom24, si tratta di «sostanze che si trovano in commercio, di vecchia generazione, che non sono più usate in agricoltura ma circolano ancora».

L’indagine: dai veleni ai fondi europei

La Procura della Repubblica di Sulmona, guidata dal procuratore capo Luciano D’Angelo con i sostituti Stefano Iafolla ed Edoardo Mariotti, coordina un’inchiesta che si sta allargando in più direzioni. In parallelo, la Procura di Avezzano ha aperto un fascicolo separato per le carcasse rinvenute nell’area di Bisegna.

Gli inquirenti stanno ricostruendo l’intera filiera di approvvigionamento dei fitofarmaci incriminati: alcune di queste sostanze possono essere acquistate soltanto da aziende iscritte in appositi registri regionali, rendendo teoricamente tracciabile chi le ha comprate. Il 3 giugno è stato ascoltato in Procura Dino Rossi, presidente del Cospa (Comitato agricoltori e allevatori d’Abruzzo), che avrebbe fornito indicazioni sulle sostanze più diffuse in ambito agricolo. Su almeno un’esca è in corso l’analisi del DNA per risalire direttamente al proprietario.

Un secondo filone investigativo punta ai meccanismi legati ai fondi europei. Stando a quanto ricostruito da Il Fatto Quotidiano e da altre fonti locali, il Parco Nazionale avrebbe preso in affitto circa ventimila ettari di terreno da diversi Comuni, escludendo di fatto alcuni operatori agricoli dalla possibilità di accedere agli incentivi comunitari. Secondo gli inquirenti, questa circostanza potrebbe aver generato forti tensioni e, in qualche caso, potrebbe aver fornito un movente economico alla strage. Si fa strada anche l’ipotesi della cosiddetta “mafia dei pascoli”: soggetti esterni alla regione avrebbero tentato di acquisire alcuni terreni, ricevendo un diniego, e la violenza contro i predatori potrebbe configurarsi anche come un atto intimidatorio.

Metodi feroci che non possono essere giustificati

Pur comprendendo le difficoltà reali degli allevatori che operano in aree ad alta densità di grandi predatori — e le cui perdite di bestiame sono spesso insufficientemente coperte dagli indennizzi previsti — quanto avvenuto nel Parco d’Abruzzo rappresenta qualcosa di inaccettabile sul piano etico, giuridico e ambientale.

L’avvelenamento con esche predisposte con meticolosità chirurgica non è una risposta alla convivenza difficile con il lupo: è uno sterminio pianificato. Non colpisce soltanto i predatori, ma l’intero ecosistema — come dimostrano le carcasse di poiane e volpi — e mette a rischio la popolazione umana, gli animali domestici e la fauna nella sua interezza. Lo stesso Comune di Pescasseroli ha ricordato pubblicamente che «l’uso di veleni è un reato grave» che «contamina il territorio».

Quando si parla di gestione della fauna selvatica, esistono strumenti alternativi: la cattura e il trasferimento degli esemplari problematici, il rafforzamento delle misure di protezione del bestiame, il miglioramento dei sistemi di indennizzo. Quello che non è ammissibile, in nessuna circostanza, è ricorrere a metodi indiscriminati che portano alla morte di decine di animali protetti.

Il lupo appenninico è una specie fondamentale per l’equilibrio degli ecosistemi montani. Non a caso, associazioni come WWF e Legambiente hanno chiesto l’apertura di un tavolo nazionale e un impegno diretto del Governo nella tutela della specie. Il WWF ha ricordato che un’ordinanza ministeriale del 2025 ribadisce il divieto assoluto di utilizzo e abbandono di esche e bocconi avvelenati.

Un contesto politico che preoccupa

La vicenda si inserisce in uno scenario già teso: nel 2025, su spinta dell’Unione europea e con il sostegno del governo Meloni, lo status di protezione del lupo è stato declassato da “rigorosamente protetto” a “protetto”, aprendo la strada agli abbattimenti legali. Il primo abbattimento ufficiale dopo cinquant’anni si è verificato in Alto Adige nell’agosto 2025. Secondo l’associazione Io non ho paura del lupo, tra il 2019 e il 2023 sono state censite 1.639 carcasse di lupo recuperate a livello nazionale, con una stima di oltre 300 morti per mano umana ogni anno.

In questo contesto, come ha sottolineato il presidente del Parco Giovanni Cannata, «difendere il lupo oggi significa difendere la legalità, la credibilità delle istituzioni e il futuro stesso della cultura della conservazione».

Le indagini sono ancora in corso. Nessuna contestazione formale di responsabilità è stata ancora notificata a carico di alcuno.


Fonti:

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