Sudafrica nel caos: xenofobia, rifugiati bianchi negli Usa e impeachment di Ramaphosa

Il Sudafrica attraversa una fase di instabilità su più fronti. Dalla metà di aprile 2026 si registra una nuova ondata di tensioni xenofobe nelle principali città del paese, mentre sul piano diplomatico Washington ha alzato il tetto per l’accoglienza di rifugiati bianchi sudafricani e sul piano istituzionale il Parlamento si appresta ad avviare una commissione di impeachment contro il presidente Cyril Ramaphosa. Tre dossier distinti che, insieme, restituiscono l’immagine di un paese sotto pressione.
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Violenza contro i migranti: una crisi che si ripete
Tra aprile e maggio 2026, gruppi di vigilantes hanno condotto attacchi violenti contro cittadini stranieri — principalmente di origine africana e asiatica — in diverse aree urbane del paese. A denunciarlo è Human Rights Watch in un rapporto pubblicato il 20 maggio, nel quale l’organizzazione per i diritti umani segnala una risposta «insufficiente» da parte delle forze dell’ordine.
Al centro delle proteste vi è il movimento «March and March», che sostiene un’applicazione più rigida delle norme sull’immigrazione irregolare e ha organizzato manifestazioni a Pretoria, Johannesburg e Durban. Secondo testimonianze raccolte sia da HRW che da Al Jazeera, diversi stranieri titolari di regolare permesso di soggiorno sarebbero stati aggrediti senza che venisse verificato il loro status documentale.
Un commerciante camerunense di 43 anni, residente in Sudafrica da quasi vent’anni e sposato con una donna sudafricana, ha raccontato di essere stato picchiato il 17 aprile 2026 nel suo negozio a Durban da un gruppo di circa dieci uomini armati di bastoni e spray al peperoncino. «Nessuno è venuto ad aiutarci», ha dichiarato. L’uomo ha riferito di non aver sporto denuncia per mancanza di fiducia nel sistema giudiziario.
Al Jazeera riporta inoltre la testimonianza di Mpofu, un cittadino dello Zimbabwe che lavorava come fattorino a Pretoria: dopo un’intimidazione da parte di un gruppo di vigilantes, ha perso il lavoro e oggi sopravvive con lavori informali. Un secondo testimone, Zwelibanzi Velempini Khumalo, descrive una situazione analoga nell’area di Durban e Pietermaritzburg, dove commercianti stranieri sarebbero stati espulsi dai loro alloggi e derubati delle merci.
HRW segnala inoltre un caso — non ancora verificato in modo indipendente dall’organizzazione — in cui un cittadino del Malawi sarebbe deceduto dopo essere stato fermato dalla polizia e collocato nel bagagliaio di un’auto.
Le radici del fenomeno
Le violenze xenofobe non sono una novità per il Sudafrica. Episodi gravi si erano già verificati nel 2008 — con 62 morti — e poi nel 2015, nel 2019 e nel biennio 2021-2022. Alla base del fenomeno vi sono tensioni socioeconomiche strutturali: il tasso di disoccupazione supera il 43 per cento, stando ai dati citati da HRW, e le disuguaglianze ereditate dall’apartheid — il sistema di segregazione razziale vigente dal 1948 al 1994 — restano profonde.
Padre Nathaniel Kagwima, missionario della Consolata di origine kenyota che vive in Sudafrica dal 2017, ha spiegato a Open Prisma che i migranti vengono spesso additati come cause della disoccupazione e della criminalità, tesi che lui stesso contesta. «La criminalità è in gran parte un fenomeno interno, non causato dai migranti», ha affermato. «Quando le persone soffrono, cercano qualcuno da incolpare».
Il portavoce del governo sudafricano Nomonde Mnukwa ha dichiarato ad Al Jazeera che le azioni ostili contro i migranti non sono tollerate e che le leggi sull’immigrazione sono in fase di revisione. Il presidente Ramaphosa ha definito gli attacchi sotto copertura di attivismo «illegali». Sul fronte internazionale, il Segretario generale dell’Onu António Guterres e la Commissione africana dei diritti dell’uomo e dei popoli hanno entrambi espresso preoccupazione e chiesto al governo di Pretoria di indagare e assicurare protezione ai migranti.
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Trump e i rifugiati bianchi: la mossa che divide
Sul piano diplomatico, il 21 maggio 2026 il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha firmato una determinazione presidenziale che innalza di 10.000 unità il tetto annuale per l’accoglienza di rifugiati, portandolo a 17.500, con l’obiettivo esplicito di favorire l’ingresso di sudafricani bianchi di etnia afrikaner. Il documento, esaminato dall’agenzia Reuters, afferma che questa minoranza — che costituisce circa il 7 per cento della popolazione sudafricana — si troverebbe in una «situazione di emergenza» a causa di presunti incitamenti alla violenza razziale da parte del governo di Pretoria. Tuttavia, la determinazione presidenziale non riporta esempi specifici a sostegno di tale affermazione.
Trump aveva già lanciato nel 2025 un programma dedicato esclusivamente agli afrikaner, congelando al contempo le ammissioni di rifugiati da tutto il resto del mondo. Secondo dati governativi statunitensi, l’amministrazione avrebbe accolto circa 6.000 sudafricani bianchi entro la fine di aprile, a fronte di soli tre rifugiati provenienti da altri paesi nel corso dell’intero anno fiscale in corso.
Il ministero degli Esteri sudafricano ha risposto con una dichiarazione netta: «L’affermazione che gli afrikaner bianchi subiscano persecuzioni sistemiche è del tutto priva di fondamento», ha dichiarato il portavoce Chrispin Phiri. Le relazioni diplomatiche tra i due paesi si erano già deteriorate a dicembre 2025, quando le autorità sudafricane avevano fatto irruzione in un edificio di Johannesburg dove personale statunitense stava raccogliendo domande di asilo. Nelle settimane successive, i due governi avevano raggiunto un accordo per consentire la prosecuzione del programma.
Stando a quanto riportato da Reuters, l’amministrazione Trump starebbe valutando di invitare rifugiati sudafricani bianchi alla Casa Bianca in occasione della Giornata mondiale del rifugiato, il 20 giugno prossimo.
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Lo scandalo Farmgate e il processo di impeachment
A complicare ulteriormente il quadro interno sudafricano, il Parlamento si appresta a istituire una commissione di impeachment per indagare sul presidente Cyril Ramaphosa in relazione al cosiddetto «Farmgate». Lo scandalo riguarda il furto, avvenuto nel 2020, di circa quattro milioni di dollari in contanti in valuta estera nascosti nel divano della tenuta presidenziale di Phala Phala, una riserva privata di caccia.
L’iter era già stato bloccato quattro anni fa, ma la Corte Costituzionale sudafricana ha stabilito la scorsa settimana che quella decisione parlamentare era incompatibile con la Costituzione, ordinando la ripresa del procedimento. La commissione dovrà esaminare le prove e decidere se raccomandare un procedimento formale di destituzione.
Ramaphosa ha dichiarato di rispettare la sentenza, ma ha escluso le dimissioni e ha annunciato l’intenzione di contestare in sede legale le conclusioni del panel indipendente che aveva rilevato indizi preliminari di condotta irregolare. L’African National Congress, il partito del presidente, ha convocato il suo Comitato Esecutivo Nazionale per discutere la questione.
Il caso è stato promosso da due partiti di opposizione, gli Economic Freedom Fighters e l’African Transformation Movement. Tuttavia, anche in caso di esito negativo della commissione, la destituzione del presidente richiederebbe una maggioranza di due terzi alla Camera bassa: soglia difficile da raggiungere, poiché l’ANC conserva più di un terzo dei seggi.
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Un paese sotto pressione
Il Sudafrica si trova dunque a gestire contemporaneamente una crisi umanitaria interna, una controversia diplomatica con Washington e un’instabilità istituzionale al vertice dello Stato. Sullo sfondo, le tensioni irrisolte di un’economia in difficoltà e di un’eredità storica — quella dell’apartheid — che continua a pesare sulla coesione sociale del paese. Come si evolveranno i tre fronti aperti nei prossimi mesi resta una delle principali incognite sulla scena africana e internazionale.