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Esteri

Taiwan avverte l’Europa: «Se la Cina attacca, sarete colpiti anche voi». Hormuz sembrerà una passeggiata.

Il viceministro degli Esteri Wu Chih-chung lancia l’allarme a Bruxelles: un conflitto nello Stretto avrebbe conseguenze economiche e strategiche devastanti per il Vecchio Continente.
Byoblu·16 giugno 2026
Esteri — Byoblu
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Nel corso di un’intervista esclusiva rilasciata a Euronews nei primi giorni di giugno 2026, il viceministro degli Esteri taiwanese François Wu Chih-chung ha formulato un avvertimento esplicito e diretto all’Europa: «Se la Cina attacca Taiwan, Francia, Europa, Stati Uniti e Giappone ne saranno tutti colpiti. Taiwan si troverà in una situazione terribile — ma anche voi». Le parole del diplomatico di Taipei, pronunciate in una fase di rinnovata tensione militare attorno all’isola, pongono una domanda scomoda ai governi europei: possono davvero permettersi di trattare lo Stretto di Taiwan come una questione lontana e altrui?

Cosa ha detto esattamente il viceministro Wu

Nell’intervista a Euronews — la fonte più recente disponibile, datata 10 giugno 2026 — Wu ha fornito una serie di dati che dovrebbero far riflettere anche il più disattento degli osservatori europei. Circa il 70% di tutti i semiconduttori mondiali viene prodotto a Taiwan, insieme al 95% dei chip più avanzati e al 100% di quelli destinati all’intelligenza artificiale. La sola TSMC (Taiwan Semiconductor Manufacturing Company) controlla oltre il 90% della produzione globale di chip d’avanguardia. Sono componenti essenziali per smartphone, automobili, sistemi militari e infrastrutture digitali — incluse quelle europee.

Ma Wu ha spinto il ragionamento ancora oltre, ribaltando la logica della distanza geografica: «Tutta l’Europa è dentro quel centimetro quadrato di silicio», ha detto, ricordando che le macchine per la fotolitografia avanzata arrivano dai Paesi Bassi, le ottiche di precisione dalla tedesca Zeiss, i gas industriali dalla francese Air Liquide, e gli strumenti di progettazione chip dal belga IMEC di Lovanio. Non è solo Taiwan a dipendere dall’Europa: è l’Europa a essere già dentro la catena produttiva taiwanese.

Il diplomatico ha anche citato un dato che raramente circola nel dibattito pubblico europeo: oltre 60.000 container attraversano ogni giorno lo Stretto di Taiwan, una quantità che stima essere tre volte superiore al traffico combinato dei canali di Panama e di Suez. Un blocco militare cinese — anche senza un’invasione vera e propria — potrebbe paralizzare rotte commerciali globali con effetti immediati sui porti europei.

La storia che Pechino non vuole raccontare

Wu ha anche contestato la narrativa storica su cui Pechino fonda le proprie rivendicazioni. La Cina afferma di avere diritto sovrano su Taiwan «dalla fine della guerra civile del 1949», ma il viceministro ha ricordato che l’isola è stata governata, in momenti diversi, da olandesi, spagnoli, dalla dinastia Qing e dal Giappone. La dinastia Qing ha amministrato Taiwan per oltre un secolo, ma l’ha considerata una provincia strategicamente rilevante solo tra il 1885 e il 1894 — appena dieci anni. «La Cina non era l’unico paese lì», ha detto Wu, sfidando l’assunto di una continuità sovrana mai realmente esistita.

Questo argomento storico non è nuovo, ma acquista peso politico in un momento in cui il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha pubblicamente definito la riunificazione con Taiwan «una missione storica che dobbiamo portare a termine» — come riportato da Eurofocus-Adnkronos già nel dicembre 2025, in occasione delle maxi-esercitazioni militari cinesi denominate ‘Justice Mission 2025’.

Le ripercussioni concrete per l’Europa

Gli analisti consultati dalle fonti esaminate concordano su un punto: le conseguenze di un conflitto nello Stretto sarebbero sistemiche, non periferiche.

Il ricercatore Elia Morelli, intervistato da Affaritaliani nel maggio 2026, ha spiegato che Pechino sta puntando principalmente sulla coercizione economica e sull’isolamento diplomatico di Taipei, riservando l’opzione militare come ultima carta. Tuttavia, ha avvertito, il rischio di guerra «è costantemente elevato» e alcune valutazioni d’intelligence occidentali — inclusa quella della CIA, stando a quanto riportato dalla fonte — ipotizzano una possibile finestra di attacco entro il 2027.

Per l’Europa, gli scenari concreti in caso di escalation includono:

– Collasso delle forniture di chip avanzati, con blocco immediato di settori come automotive, difesa, elettronica di consumo e intelligenza artificiale;

– Interruzione delle rotte marittime nello Stretto, con effetti a catena su porti e catene logistiche globali;

– Nuove sanzioni e ritorsioni commerciali che coinvolgerebbero anche le imprese europee che operano sia con Pechino sia con Taipei;

– Shock alle relazioni UE-Cina, in un momento in cui Bruxelles non ha ancora una politica estera unitaria sul dossier indo-pacifico.

Il presidente taiwanese Lai Ching-te aveva già lanciato un allarme simile nel febbraio 2026, in un’intervista all’AFP riportata da Difesa Online: un attacco cinese a Taiwan non sarebbe un evento isolato, ma potrebbe innescare un’ondata di destabilizzazione che coinvolgerebbe Giappone, Filippine e Corea del Sud. Un effetto domino geopolitico che, attraverso le alleanze e le dipendenze economiche, arriverebbe inevitabilmente anche in Europa.

L’Europa nella nebbia

Il problema, secondo diversi analisti citati nelle fonti, è che l’Unione europea non appare attrezzata per gestire uno scenario del genere. I Ventisette non hanno relazioni diplomatiche formali con Taipei, non vendono armi all’isola dal 1991 (quando la Francia lo fece per ultima) e si sono limitati a generici inviti alla «moderazione» ogni volta che la tensione è salita.

Anzi, nel dicembre 2025 Bruxelles ha ritirato il ricorso al WTO contro le ritorsioni commerciali cinesi sulla Lituania — una mossa che può essere letta, a seconda dei punti di vista, come pragmatismo diplomatico o come cedimento alla pressione di Pechino.

Wu ha scelto di non fare appelli retorici alla solidarietà democratica, ma di argomentare in termini di interesse: «Perché la Francia dovrebbe proteggere Taiwan? Non siamo mai stati un paese francese. Ma la Francia ha interessi molto importanti nella regione, ed è un paese indo-pacifico». È un invito — o una sfida — a ragionare in modo strategico, non sentimentale.

La situazione descritta dalle fonti esaminate risale ai primi dieci giorni di giugno 2026. Da allora, la dinamica potrebbe aver subito ulteriori sviluppi, sia sul piano militare sia su quello diplomatico. Quello che sembra difficilmente mutabile nel breve termine è la struttura del problema: un’isola da cui dipende l’economia digitale globale, contesa da una grande potenza che non esclude l’uso della forza, e un’Europa che non ha ancora deciso se e come vuole contare qualcosa in questa partita.

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