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Esteri

Taiwan copia l’Ucraina: tutta la società pronta all’invasione

Manuali a fumetti, zaini d’emergenza e corsi di difesa civile: Taipei arruola i cittadini contro Pechino. E ora cerca alleati all’estero.
Byoblu·01 ottobre 2026
Esteri — Byoblu

Taiwan sta preparando l’intera popolazione a un’eventuale invasione cinese e, per farlo, segue il modello Ucraina. A fine settembre il presidente Lai Ching-te ha presentato a un forum con 500 esperti e ospiti una nuova alleanza internazionale. L’obiettivo è permettere a governi e organizzazioni non governative di prepararsi insieme in caso di disastro. Per l’isola, «disastro» può voler dire un attacco o un blocco navale da parte della Cina, militarmente molto più forte. È il salto all’estero di una campagna nata circa cinque anni fa, mentre la Russia si preparava alla guerra in Ucraina, che punta a coinvolgere civili e militari in una difesa «dell’intera società».

A raccontarne ambizioni e limiti, oltre al presidente, sono Wen Liu, presidente dell’associazione di difesa civile Kuma Academy, lo storico militare della Cornell University David Silbey, l’analista politico indipendente Sean Su, il ricercatore Brian Hioe dell’Università di Nottingham e l’ex parlamentare Joanna Lei.

Lo Stretto di Taiwan, una crisi che dura da decenni

Pechino rivendica la sovranità su Taiwan, che si governa da sola, e ha minacciato di prenderla con la forza se necessario. Negli ultimi quattro anni l’Esercito popolare di liberazione ha intensificato le esercitazioni militari attorno all’isola, spesso nello Stretto largo circa 160 chilometri che la separa dal continente. La Cina si oppone anche alla vendita di armi americane a Taipei, che considera un’ingerenza in una questione interna.

La «resilienza attraverso l’unità» di Lai Ching-te

Davanti alla platea del forum, Lai ha parlato di una ricerca di «resilienza attraverso l’unità». E ha rivendicato il percorso fatto: gli sforzi di Taiwan «per promuovere la resilienza difensiva dell’intera società sono progrediti verso legami e una cooperazione internazionale più stretti».

Il movimento ha una storia istituzionale precisa. Nel gennaio 2022 il ministero della Difesa dell’allora presidente Tsai Ing-wen ha creato l’All-out Defense Mobilization Agency, l’agenzia per la mobilitazione della difesa totale. Due anni dopo Lai ha istituito presso l’ufficio presidenziale un comitato che lega governo e società civile. Il compito è imparare a mantenere il Paese operativo durante attacchi o calamità naturali. Si riunisce quattro volte l’anno.

Manuali a fumetti e zaini d’emergenza

Nel novembre 2025 è arrivato il passaggio più visibile. Il governo ha distribuito a 9,83 milioni di famiglie Case of Crisis: Taiwan’s National Public Safety Guide, una guida nazionale alla sicurezza pubblica disegnata in stile fumetto. Contiene consigli su come fare scorte di cibo e acqua e su come trovare un rifugio.

Molti cittadini hanno risposto preparando i cosiddetti «go-bag», zaini con razioni quotidiane, beni di prima necessità e kit di pronto soccorso. In parallelo sono nati corsi di preparazione alla difesa civile organizzati da privati.

La società civile: «Non basta chiedersi se l’esercito reggerà»

Tra le realtà più attive c’è la Kuma Civil Defense Education Promotion Association, nota come Kuma Academy. Ha sede a Taipei ed è nata nel 2021 per formare i civili alla gestione delle emergenze e al riconoscimento della guerra cognitiva. La presidente Wen Liu spiega che l’associazione ha ricevuto il sostegno di un miliardario in pensione. Con centinaia di corsi in presenza ha raggiunto circa 100.000 persone.

Il suo ragionamento parte da qui: «Un potenziale conflitto che coinvolga Taiwan non colpirebbe soltanto obiettivi militari, ma l’intera popolazione e le nostre infrastrutture critiche».

«Questo significa che la domanda non è soltanto se le forze armate di Taiwan siano in grado di difendere l’isola», prosegue Liu. «È anche una questione di capire se la società taiwanese possa continuare a funzionare sotto una pressione prolungata».

Dalla Finlandia a Singapore: i piccoli contro i grandi

David Silbey, storico militare e docente alla Cornell Brooks School of Public Policy della Cornell University, ricorda che Finlandia, Svizzera e Singapore praticano da tempo un approccio di questo tipo.

«La Finlandia, in particolare, si è preparata contro la Russia tra gli anni Cinquanta e Sessanta, la Svizzera contro la Germania durante la Seconda guerra mondiale, e i civili di Singapore si sono preparati a qualsiasi mossa della Malesia: tutti Paesi più piccoli che resistono a Paesi più grandi», spiega Silbey.

Il punto, per lo storico, è la dissuasione: «L’obiettivo è scoraggiare tanto quanto vincere un conflitto vero e proprio, perché combattere davvero in quel modo sarebbe catastroficamente distruttivo per il Paese più piccolo».

«Nel caso di Taiwan la minaccia arriva ovviamente dalla Cina», aggiunge. «Stanno cercando di costruire e standardizzare un modello di resistenza in cui tutti reagiscono a una potenziale invasione».

Tenere in piedi un Paese mentre i soldati combattono

Per l’analista politico indipendente Sean Su, che vive a Taiwan, la resilienza è soprattutto questione di continuità. Durante una crisi gli ospedali devono restare aperti, il cibo deve continuare ad arrivare negli scaffali dei supermercati e le famiglie devono potersi spostare.

«Quello che fa davvero la resilienza dell’intera società è mantenere un Paese in funzione mentre i soldati fanno il loro lavoro», afferma Su. «Lo si vede in posti come l’Ucraina».

L’isola, ricorda, ha già una base di partenza: «Le fondamenta di Taiwan nella gestione delle crisi sono la nostra esperienza con tifoni e terremoti». Ma avverte: «Un blocco non è pensato per finire in poche settimane, quindi dovremo adattarci di conseguenza».

Civili e militari, la sincronizzazione che non c’è

L’idea di fondo, spiega Brian Hioe, ricercatore non residente del Taiwan Research Hub dell’Università di Nottingham, è «sincronizzare» le risposte civili e militari alla guerra o ad altre crisi. I gruppi di difesa civile non militari sono in aumento, segno che Taiwan fa sul serio con la difesa alla base della società.

Ma le forze armate, secondo Hioe, non hanno accolto queste iniziative civili. «La sfida, finora, resta come sincronizzare gli sforzi civili e quelli militari», osserva. «I militari continuano a considerarsi i principali responsabili della difesa e ritengono che i civili debbano restare al loro posto e lasciare il combattimento ai soldati professionisti».

«Nessuna isteria di massa»

C’è anche chi vede un movimento ormai fermo. Joanna Lei, ex parlamentare e oggi presidente della National Women’s League of Taiwan, sostiene che dopo la distribuzione delle guide di sopravvivenza l’attivismo civile si sia complessivamente appiattito.

«Non c’è nessuna isteria di massa, e la gente vive la propria vita normale», dice.

Il nodo Washington e le armi in sospeso

Resta la partita con gli Stati Uniti. Secondo gli analisti, lo slancio della difesa civile avrà al massimo un effetto neutro o vagamente positivo sulla decisione di Donald Trump. Il presidente americano deve stabilire se approvare un pacchetto di armamenti per Taiwan da 14 miliardi di dollari, oggi bloccato. Intanto, nei vertici di maggio e settembre, Trump ha cercato con il presidente cinese Xi Jinping accordi su altri dossier.

Lunedì scorso la Formosan Association for Public Affairs, gruppo di pressione filo-taiwanese, ha chiesto a Trump di approvare la vendita senza ritardi. Secondo l’associazione, la pressione militare e marittima cinese nella cosiddetta «zona grigia» ha raggiunto «livelli senza precedenti».

Per David Silbey, però, a Trump di quello che accade a Taiwan non importa «né in un senso né nell’altro». Perché, conclude lo storico, «non si tratta di quanto Taiwan sia seria per lui, si tratta di corteggiare la Cina».

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