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Economia

Tassa invisibile, fino a 13 miliardi che pagheranno dipendenti e pensionati.

Cos’è il Fiscal Drag e perché l’inflazione cumulata potrebbe salire al 6%
Byoblu·28 settembre 2026
Economia — Byoblu

Il drenaggio fiscale torna a pesare su buste paga e pensioni. Secondo nuove simulazioni degli economisti Marco Leonardi e Leonzio Rizzo, la cosiddetta tassa invisibile dell’inflazione toglierà a lavoratori dipendenti e pensionati almeno 8 miliardi di euro nel biennio 2026-2027. Se i prezzi saliranno più del previsto, il conto potrebbe avvicinarsi ai 13 miliardi. Le stime sono aggiornate alle proiezioni di giugno della Banca d’Italia. Arrivano mentre il governo Meloni prepara la legge di bilancio e cerca risorse per ridurre l’Irpef al ceto medio.

Che cos’è il fiscal drag

L’Irpef, l’imposta sul reddito delle persone fisiche, è progressiva: l’aliquota cresce per fasce di reddito, chiamate scaglioni. Anche le detrazioni, cioè gli sconti d’imposta per chi lavora come dipendente o riceve una pensione, dipendono dal reddito. In molti casi si riducono man mano che il reddito sale.

Scaglioni e detrazioni sono fissati in euro e non si aggiornano con l’inflazione. Quando i prezzi aumentano, stipendi e pensioni provano a seguirli con rinnovi contrattuali, aumenti o qualche straordinario. Una parte di quell’aumento, però, viene tassata con un’aliquota più alta o riduce le detrazioni. Il reddito in euro cresce, il potere d’acquisto resta fermo o cala, e le tasse aumentano.

È il fiscal drag, in italiano drenaggio fiscale. Nessuna legge alza le aliquote: l’effetto è prodotto dall’inflazione.

I tre scenari per il biennio 2026-2027

Il punto di partenza sono le stime della Banca d’Italia: inflazione al 3,1% quest’anno e al 2% nel 2027. I due tassi si combinano, non si sommano, e producono un aumento cumulato dei prezzi del 5,2%. In questo scenario centrale il drenaggio vale 8,1 miliardi: circa 6 a carico dei dipendenti e 2 dei pensionati.

Nello scenario avverso della Banca d’Italia, con un’inflazione cumulata del 6%, si sale a 9,35 miliardi. In quello più severo, con prezzi in aumento dell’8,2%, si arriva a 12,74 miliardi: circa 9 pagati dai lavoratori e quasi 4 dai pensionati.

Gli autori definiscono i calcoli prudenti. Considerano solo redditi da lavoro dipendente e pensioni, circa l’85% del gettito Irpef, e lasciano fuori le addizionali regionali e comunali. Il modello è stato verificato con un’inflazione al 2%. Il risultato, 3,18 miliardi, è quasi identico ai 3,2 miliardi stimati dall’Ufficio parlamentare di bilancio, l’organismo indipendente che controlla le previsioni sui conti pubblici per conto del Parlamento.

Il precedente del 2022-2023

L’ondata di inflazione seguita alla crisi energetica aveva già prodotto, secondo i due economisti, circa 25 miliardi di maggiore prelievo. Nel 2024-2025, con i prezzi tornati a crescere lentamente, il fenomeno si era attenuato.

Nei giorni scorsi Leonardi ha descritto così l’esito di quella fase: «Quei 25 miliardi con una mano il governo li ha presi, con l’altra li ha restituiti con gli sgravi, cioè il taglio del cuneo ai redditi più bassi». Il cuneo fiscale è la differenza tra quanto un lavoratore costa all’azienda e quanto riceve in busta paga. Secondo l’economista, la restituzione non ha riguardato tutti nello stesso modo: «sopra i 35 mila euro ci hanno perso».

I due economisti indicano anche un secondo effetto. Ogni mese in cui i contratti non recuperano l’inflazione riduce il salario reale e il costo del lavoro. Secondo la loro analisi, le imprese avrebbero così un incentivo a rinviare i rinnovi, e i redditi resterebbero più a lungo indietro rispetto ai prezzi.

Chi paga la tassa invisibile

Il drenaggio colpisce i contribuenti soggetti all’Irpef progressiva, in larga parte dipendenti e pensionati. Una quota crescente degli altri redditi è tassata con regimi sostitutivi ad aliquota fissa, come il regime forfettario per molti lavoratori autonomi o la cedolare secca sugli affitti. In questi casi l’aliquota resta la stessa anche quando il reddito cresce.

Il fiscal drag e la manovra

Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha confermato che la riduzione delle imposte sui redditi medi resta una delle priorità della prossima manovra. Tra le ipotesi c’è l’estensione dell’aliquota del 33%, oggi applicata ai redditi tra 28mila e 50mila euro, fino a 60mila euro.

Il fiscal drag aumenta le entrate dello Stato senza modificare le aliquote e contribuisce a migliorare i conti pubblici. Gli 8-13 miliardi stimati, però, non diventano automaticamente risorse disponibili per nuove spese o nuovi tagli. L’inflazione fa crescere anche alcune voci di spesa pubblica, come le pensioni, che vengono rivalutate in base ai prezzi.

Sul piano politico le letture divergono. Un taglio dell’Irpef rischia di restituire solo in parte ciò che l’inflazione ha già tolto agli stessi contribuenti. Per chi difende gli interventi decisi anno per anno, il maggiore gettito permette di scegliere a chi destinare gli sgravi, come è avvenuto con il taglio del cuneo concentrato sui redditi più bassi.

L’indicizzazione degli scaglioni

La correzione discussa da tempo è l’indicizzazione: aggiornare ogni anno scaglioni e detrazioni in base all’inflazione, come avviene in altri Paesi, tra cui Stati Uniti e Francia. In questo modo il drenaggio verrebbe neutralizzato. Lo Stato, però, rinuncerebbe a un gettito che oggi contribuisce anche a finanziare gli sgravi decisi di volta in volta.

Il disegno di legge di bilancio dovrà essere presentato al Parlamento entro il 20 ottobre.

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