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Tetto stranieri a scuola, Ue: «Trattati vietano discriminazione»

La vicepresidente Minzatu risponde al Pd sul decreto del 30%: Bruxelles «segue gli sviluppi». Ma l’organizzazione della scuola resta nazionale
Byoblu·03 novembre 2026
Politica — Byoblu

La Commissione europea interviene sul tetto agli stranieri a scuola introdotto dal governo Meloni. In una risposta scritta a un’interrogazione di eurodeputati del Partito democratico, la vicepresidente dell’esecutivo Ue Roxana Minzatu ricorda che «i trattati Ue vietano la discriminazione» e fa sapere che Bruxelles «segue gli sviluppi del decreto legge italiano». La presa di posizione è stata diffusa oggi. Il provvedimento era stato approvato dal Consiglio dei ministri a fine settembre e, come ogni decreto legge, va convertito dal Parlamento entro sessanta giorni dalla pubblicazione.

La risposta non apre alcuna procedura formale. Si tratta di un atto politico, che richiama un principio generale senza indicare, almeno nei resoconti disponibili, una violazione specifica. Resta però un segnale: l’opposizione italiana ha portato a Bruxelles uno scontro nato a Roma, e la Commissione ha scelto di tenere il dossier sotto osservazione.

Tetto stranieri a scuola, cosa prevede il decreto Valditara

Il decreto fissa un limite del 30% per classe. Il criterio combina cittadinanza e percorso scolastico. Il tetto riguarda gli alunni con cittadinanza straniera che hanno poca esperienza nella scuola italiana e una conoscenza insufficiente della lingua. Alla primaria rientrano nel conteggio i bambini nati all’estero che non hanno frequentato almeno due anni di scuola dell’infanzia. Alle medie e alle superiori, gli studenti stranieri che non hanno completato con successo almeno tre anni di scuola in Italia.

Sono previste deroghe quando il limite non è ragionevolmente applicabile, per esempio per ragioni di residenza o situazioni familiari. Alle scuole che non riescono a rispettarlo vanno fondi dedicati al rafforzamento dell’italiano: lo stanziamento è di 17,5 milioni di euro, cui si aggiungono risorse per corsi extracurricolari. Il pacchetto obbliga inoltre i genitori dei ragazzi con gravi difficoltà linguistiche a frequentare corsi gratuiti di italiano, pena multe da 200 a 1.000 euro, e vieta di partecipare alle attività scolastiche con il volto coperto, compresi burqa e niqab, con sanzioni identiche.

Sui numeri le cifre circolate vanno lette con attenzione. Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha parlato di circa 34mila classi con una quota di alunni stranieri superiore al 30%. Applicando però i criteri più stretti del decreto, secondo quanto da lui stesso indicato, le classi effettivamente coinvolte sarebbero circa mille, lo 0,3% del totale. Nell’anno scolastico 2022-23, stando ai dati del ministero, gli studenti senza cittadinanza italiana erano l’11,2% della popolazione scolastica.

Ue e discriminazione, le norme che entrano in gioco

Il principio evocato da Minzatu trova riscontro in più testi. L’articolo 18 del Trattato sul funzionamento dell’Unione (Tfue) vieta le discriminazioni in base alla nazionalità; l’articolo 21 della Carta dei diritti fondamentali vieta ogni discriminazione; il regolamento 492 del 2011 garantisce ai figli dei lavoratori comunitari l’accesso all’istruzione alle stesse condizioni dei cittadini nazionali.

Gli stessi trattati, però, pongono dei limiti. L’articolo 165 del Tfue affida agli Stati membri la responsabilità sui contenuti dell’insegnamento e sull’organizzazione dei sistemi scolastici: l’Unione sostiene e integra, senza sostituirsi. La Carta, inoltre, si applica ai governi nazionali solo quando attuano il diritto europeo.

Il punto più delicato riguarda il criterio. Un bambino romeno arrivato in Italia a cinque anni rientra nel conteggio; un figlio di emigrati italiani rientrato dall’estero alla stessa età, con le stesse lacune linguistiche, no. È su questa asimmetria che potrebbe concentrarsi un eventuale esame giuridico, soprattutto per gli alunni cittadini di altri Paesi Ue. Per i figli di cittadini extracomunitari il margine di intervento di Bruxelles è più ridotto.

Decreto scuola, le ragioni del governo Meloni

L’esecutivo difende la misura come strumento di integrazione. Valditara ha spiegato che l’obiettivo è mettere la lingua italiana al centro del percorso di inserimento, sottolineando che gli studenti stranieri di prima generazione hanno in media una preparazione linguistica inferiore e un tasso più alto di dispersione implicita, cioè il mancato raggiungimento delle competenze di base. La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha parlato della necessità di evitare le «classi ghetto», sostenendo che concentrare molti alunni con scarsa conoscenza dell’italiano danneggia sia loro sia i compagni.

Sul fronte opposto, la segretaria del Pd Elly Schlein ha definito il decreto vergognoso e ideologico. Il sindacato Flc Cgil lo ha giudicato propagandistico, mentre l’associazione DirigentiScuola e il presidente dell’Associazione nazionale presidi, Antonello Giannelli, pur riconoscendo la fondatezza del problema sul piano educativo, hanno sollevato dubbi sulla sua applicabilità nelle aree con forte presenza di immigrati.

Fuori dall’Italia la vicenda è letta soprattutto in chiave elettorale. Al Jazeera inquadra la misura nella competizione a destra in vista delle politiche del 2027, con il governo incalzato da Futuro Nazionale, il partito del generale Roberto Vannacci. La stessa testata riferisce che il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella aveva espresso cautela verso qualsiasi ostacolo all’accesso all’istruzione.

Tetto del 30%, i precedenti: dalla circolare Gelmini a Strasburgo

L’idea di un tetto ha un precedente italiano. Nel 2010 una circolare dell’allora ministra Mariastella Gelmini introdusse lo stesso limite del 30% di alunni con cittadinanza non italiana per classe, con deroghe affidate agli uffici scolastici regionali. Non risulta che quella misura abbia prodotto contenziosi europei.

In materia di scuola e minoranze la giurisprudenza più nota viene dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, che fa capo al Consiglio d’Europa ed è distinta dalle istituzioni Ue. Nella sentenza Oršuš contro Croazia del 2010 i giudici di Strasburgo condannarono la creazione di classi separate per bambini rom motivate con la scarsa conoscenza della lingua. Il decreto italiano segue la logica inversa: punta a impedire le concentrazioni, anziché crearle. È un argomento che il governo potrà far valere.

Procedura d’infrazione, cosa può succedere ora

Se la Commissione ritenesse violato il diritto Ue, potrebbe avviare una procedura d’infrazione ai sensi dell’articolo 258 del Tfue: lettera di messa in mora, parere motivato e, in ultima istanza, ricorso alla Corte di giustizia europea. Per ora Bruxelles si limita a osservare. Sul piano interno restano la conversione parlamentare, i possibili ricorsi ai Tribunali amministrativi regionali contro gli atti applicativi e un eventuale giudizio della Corte costituzionale.

Il tetto entrerà in vigore dal prossimo anno scolastico. Sarà l’applicazione concreta delle deroghe da parte degli uffici scolastici, più delle dichiarazioni di principio, a fornire a Bruxelles e ai giudici gli elementi per valutare se la misura regga alla prova dei trattati.

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