Think tank di Khodorkovsky: «Solo la morte di Putin farebbe crollare il regime»

Un rapporto pubblicato dal think tank legato a Mikhail Khodorkovsky, l’oligarca dissidente russo da anni in esilio a Londra, sostiene che il regime di Vladimir Putin non mostra segni di cedimento strutturale e che, secondo gli analisti del centro studi, soltanto la morte del presidente russo potrebbe determinarne il collasso. La notizia, rilanciata oggi 29 maggio 2026 da Repubblica, apre uno scenario che merita una riflessione che va al di là della semplice analisi geopolitica.
Il contenuto del rapporto
Secondo quanto riportato dallo studio del New European Security Council (Nesc), le tensioni e le crisi interne che tra il 2022 e il 2023 sembravano poter destabilizzare il Cremlino — dalla rivolta di Prigozhin alle difficoltà economiche legate alle sanzioni — sarebbero state «neutralizzate dalle autorità o hanno perso rilevanza». Il regime avrebbe quindi dimostrato una capacità di assorbimento degli urti superiore alle attese di molti osservatori occidentali.
La conclusione più dirompente dello studio è però un’altra: l’unico fattore che, secondo gli autori del rapporto, potrebbe realmente far vacillare la struttura di potere putiniana sarebbe la scomparsa fisica del suo leader. Una tesi che, presentata in forma di analisi accademica, equivale di fatto all’auspicio — o comunque alla teorizzazione come strumento risolutivo — della morte di un capo di Stato in carica.
Una soglia inquietante nel dibattito pubblico occidentale
Qui sta il nodo politico e civile più serio. Che un think tank, per quanto di opposizione e con legittima distanza critica da Mosca, arrivi a indicare la morte di un leader come variabile centrale di scenario non è un dettaglio neutro. Significa che nel dibattito pubblico di una parte dell’Occidente si è già normalizzata l’idea che l’eliminazione fisica di un avversario politico — fosse anche il più controverso — costituisca una soluzione auspicabile o quanto meno analizzabile senza particolari remore.
Non si tratta di difendere Putin né le sue politiche, su cui le critiche sono ampiamente documentate e giustificate. Si tratta di chiedersi quale livello di decadenza del discorso civile e politico si stia raggiungendo quando la morte di una persona diventa, nella comunicazione pubblica di un centro di ricerca con sede in una capitale occidentale, la principale «exit strategy» da un problema geopolitico.
La storia insegna che ogni volta che si è iniziato a ragionare in questi termini — dall’idea che bastasse eliminare un tiranno per risolvere tutto — le conseguenze sono state spesso devastanti, tanto sul piano pratico quanto su quello morale. Il vuoto di potere, le guerre di successione, l’instabilità sistemica: nessuno di questi rischi viene affrontato nel ragionamento del Nesc, almeno stando a quanto riportato.
Khodorkovsky e il peso della fonte
Va ricordato chi c’è dietro questo rapporto. Mikhail Khodorkovsky è un ex oligarca che ha trascorso dieci anni in carcere in Russia, condannato in processi ritenuti politicamente motivati da gran parte della comunità internazionale. La sua opposizione a Putin è dunque radicata in una storia personale e politica precisa, il che rende comprensibile — ma non necessariamente accettabile dal punto di vista dell’analisi — una certa radicalità nelle conclusioni.
Il problema non è la legittimità del dissenso di Khodorkovsky. È che un documento del genere, ripreso e diffuso da media mainstream senza particolari riserve critiche, contribuisce a spostare verso il basso l’asticella del discorso pubblico accettabile in democrazia.
Una domanda aperta
Resta da chiedersi: se un rapporto identico fosse stato pubblicato da un think tank russo con riferimento a un leader occidentale, come sarebbe stato ricevuto? La risposta è probabilmente ovvia. E proprio questa asimmetria racconta qualcosa di significativo sullo stato della cultura politica in una parte dell’Occidente contemporaneo.