Tinto Brass morto a 93 anni, una vita contro censure e tribunali

Tinto Brass è morto a Roma, a 93 anni. La notizia è stata diffusa oggi. Il regista, nato a Milano e cresciuto a Venezia, è stato l’autore italiano che più a lungo si è scontrato con gli strumenti con cui lo Stato decideva che cosa il pubblico potesse vedere. La sua carriera si è svolta tra censure, tribunali e voyeurismo: commissioni ministeriali, tagli imposti, sequestri disposti dalla magistratura. Per oltre cinquant’anni ha rivendicato il diritto di un autore a rappresentare il corpo e la sessualità senza chiedere permesso.
Tinto Brass, l’esordio nel 1963 e il primo scontro con la censura
Brass aveva esordito nel 1963 con Chi lavora è perduto, girato a Venezia. Era un film vicino alla Nouvelle Vague, che portava in laguna le scelte stilistiche e politiche di Jean-Luc Godard: il racconto di un giovane in rotta con il lavoro, la famiglia e le convenzioni dell’Italia del boom.
Già quel primo lavoro, privo di contenuti erotici, ebbe problemi con la commissione di revisione cinematografica, l’organo del ministero che rilasciava il nulla osta indispensabile per l’uscita nelle sale. Il bersaglio era il contenuto politico e sociale, prima ancora di quello sessuale. Per Brass il conflitto con le istituzioni è cominciato così, sul terreno delle idee.
Tinto Brass e lo Stato: nulla osta, oscenità e sequestri
Il sistema in cui Brass si è mosso poggiava su due pilastri. Il primo era la censura preventiva: senza il via libera della commissione un film restava fermo, oppure usciva mutilato e con divieti per i minori. Il secondo era il codice penale, che puniva le pubblicazioni e gli spettacoli osceni e consentiva ai magistrati di sequestrare le pellicole anche dopo il nulla osta.
La nozione di osceno era affidata al «comune sentimento del pudore», formula elastica che lasciava ampio margine di valutazione. Un film approvato a Roma poteva essere bloccato da una procura di provincia. Questa doppia esposizione, amministrativa e giudiziaria, ha accompagnato Brass per tutta la carriera.
Caligola e Salon Kitty, i casi che hanno portato Brass in tribunale
Nel 1976 Salon Kitty, ambientato in un bordello della Berlino nazista usato come centrale di spionaggio, subì tagli prima di arrivare nelle sale. La rappresentazione del potere totalitario attraverso il sesso risultò indigesta proprio per il nesso che stabiliva fra corruzione politica e corpi.
Il caso più complesso è Caligola, prodotto da Bob Guccione, editore di Penthouse, con sceneggiatura di Gore Vidal e Malcolm McDowell protagonista. Brass perse il controllo del montaggio: il produttore inserì scene esplicite girate senza di lui. Il regista prese le distanze dalla versione finale e portò la disputa in sede legale. In Italia il film finì sotto sequestro per oscenità. Brass si trovò così stretto fra due forze: un produttore che gli sottraeva l’opera e uno Stato che la sequestrava.
Secondo le ricostruzioni pubblicate in queste ore, tutta la sua vicenda professionale si è svolta fra aule di tribunale e sale cinematografiche, con un’alternanza costante fra nulla osta negati, ricorsi e decisioni dei giudici.
Tinto Brass e La chiave: il corpo come terreno di scontro
Nel 1983 La chiave, tratto dal romanzo di Jun’ichirō Tanizaki e trasferito nella Venezia del 1940 con Stefania Sandrelli, segnò una scelta precisa. Brass portò l’erotismo al centro del suo cinema e lo collocò dentro la storia italiana: il fascismo alle porte, l’ipocrisia della borghesia, il desiderio come spazio privato sottratto al controllo pubblico.
Da quel momento i suoi film, da Miranda a Paprika fino a Monella, hanno insistito sullo stesso punto: il corpo, soprattutto quello femminile, mostrato senza la vergogna imposta dalla morale ufficiale. Era il terreno su cui gli strumenti di controllo dello Stato si esercitavano con più forza. Restarvi, film dopo film, ha significato accettare divieti, tagli e il rischio costante di finire davanti a un giudice.
Intellettuale e «sporcaccione»: la doppia etichetta
Nei ritratti di queste ore riaffiora la doppia definizione che lo ha accompagnato: intellettuale e «sporcaccione». È un regista descritto come fedele soltanto a se stesso. La seconda etichetta, che Brass rivendicava con ironia, riproduceva in forma colloquiale lo stesso giudizio morale che le commissioni e le procure traducevano in atti formali.
Il percorso del regista mostra come in Italia la rappresentazione della sessualità sia stata trattata a lungo come una questione di ordine pubblico. Gli strumenti erano legali e pienamente in vigore. Brass li ha affrontati apertamente, senza rinunciare al proprio linguaggio per ottenere il nulla osta. Il cinema d’autore italiano lo ha spesso relegato ai margini, mentre il pubblico continuava a riempire le sale.
Censura cinematografica abolita nel 2021: l’eredità di Tinto Brass
Brass ha vissuto abbastanza per vedere la fine del sistema contro cui si era battuto. Nell’aprile del 2021 l’allora ministro della Cultura Dario Franceschini ha firmato il decreto che ha abolito la censura cinematografica in Italia. Il nulla osta preventivo è stato sostituito da un meccanismo di classificazione affidato agli stessi produttori e distributori, sotto la verifica di una commissione.
Il potere dello Stato di vietare un film prima della sua uscita, esercitato per decenni anche sulle sue opere, è stato cancellato quando Brass aveva 88 anni e da tempo non dirigeva più.