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Tirana a ferro e fuoco: studenti e ultraquarantenni assaltano ministeri e Parlamento. Un inferno.

Due giorni di rivolta, ministeri in fiamme, decine di fermati. I giovani chiedono le dimissioni di Rama e cacciano dalla piazza anche l’opposizione.
Byoblu·14 ottobre 2026

Tirana a ferro e fuoco. Per due giorni, ieri e oggi, la capitale albanese è stata scossa da una rivolta partita dagli studenti e poi estesa a tutto il centro. Martedì una protesta davanti al Ministero dell’Istruzione è degenerata dopo circa un’ora. Oggi gli scontri sono durati una decina d’ore. Il bilancio comprende cinque ministeri colpiti, la Presidenza del Parlamento invasa e incendiata all’interno, un commissariato devastato e diverse banche date alle fiamme. I manifestanti chiedono le dimissioni del primo ministro Edi Rama. Nei cori però compare anche il capo dell’opposizione, Sali Berisha: «Rama e Berisha in galera».

Il bilancio: feriti, fermati, palazzi in fiamme

Alle 20:51 di stasera la Polizia di Stato contava 14 agenti feriti e 35 persone fermate. Il dato è provvisorio e cambia di ora in ora. Mezz’ora dopo, nell’ospedale traumatologico della capitale risultavano ricoverati 23 agenti, 5 manifestanti e un passante. Un poliziotto di 31 anni è arrivato con gravi lesioni agli occhi e fratture alla mascella e al naso. Berisha parla di «oltre 50 studenti e cittadini feriti».

Per la giornata di ieri il comunicato della polizia indica 16 arresti in flagranza, 49 indagati a piede libero e 6 agenti feriti.

L’elenco dei bersagli di oggi è lungo. Sono stati colpiti i ministeri dell’Istruzione, delle Finanze, dell’Economia, della Giustizia e dell’Interno, la Corte Costituzionale, la Banca d’Albania, la Piramide, le Torri Gemelle e almeno quattro banche private. Al Ministero delle Finanze i manifestanti hanno sfondato il portone, portato fuori computer e mobili e sventolato la bandiera nazionale dentro l’atrio. Davanti alla Kryeministria, la sede del governo, sono stati incendiati gli alberi dell’ingresso laterale ed è stata lanciata una molotov contro l’edificio. Il palazzo non ha preso fuoco, come qualche pagina social ha invece sostenuto.

Le immagini più forti arrivano dal Commissariato n. 2. Nelle dirette della rete albanese A2 CNN i manifestanti rompono i vetri, entrano e devastano i locali, mentre fuori volano molotov e pietre. Nel cortile brucia un’auto della polizia. Per diversi minuti gli agenti non reagiscono. «La polizia si è completamente arresa», dice l’inviato. Poi arriva un furgone con i rinforzi.

Sempre secondo le immagini in diretta di A2 CNN, all’Occhio di Tirana, un grattacielo in costruzione nel centro della città, i manifestanti hanno preso il polistirolo del cantiere. Lo hanno usato per incendiare due mezzi della Polizia Municipale e poi la facciata dell’edificio, rivestita dello stesso materiale. Sul posto, riferisce il cronista, non c’erano né polizia né vigili del fuoco.

Ieri era toccato anche alla Nunziatura Apostolica, la sede diplomatica della Santa Sede. Alcuni manifestanti hanno scavalcato la recinzione e rimosso la bandiera vaticana, che secondo le testate locali è stata poi bruciata. Il Ministero degli Esteri ha condannato l’episodio. La Conferenza Episcopale albanese ha espresso solidarietà al nunzio, monsignor Mirosław Adamczyk.

L’ombra del 1997

Davanti al commissariato invaso, l’inviato di A2 CNN ha commentato così: «Solo nel ’97 abbiamo visto scene simili». Per un albanese quella data ha un significato preciso. Nel 1997 crollarono le cosiddette piramidi finanziarie, schemi di risparmio che promettevano rendimenti impossibili e nei quali aveva investito una larga parte della popolazione. Nel gennaio di quell’anno circa 30.000 persone affrontarono la polizia nel centro di Tirana, mentre nel sud venivano dati alle fiamme interi edifici. Nei mesi successivi lo Stato perse il controllo del paese.

Allora la gente scendeva in piazza dopo aver perso i risparmi. Oggi in piazza c’è una generazione che dice di non riuscire nemmeno a formarseli. «Balluku ha 300 case, voi nessuna!», gridavano oggi gli studenti, riferendosi alla vicepremier Belinda Balluku, finita al centro di accuse di corruzione.

Da dove nasce la rivolta: la Rivoluzione Fenicottero

La protesta studentesca si innesta su un movimento più ampio, il «Revolucioni Flamingo», cioè la Rivoluzione Fenicottero. È nato il 31 maggio, dopo che alcune guardie private avevano aggredito un cittadino durante una manifestazione a Zvërnec, vicino a Valona. Quel giorno si contestava un resort di lusso in un’area naturale protetta, un progetto legato a Jared Kushner, genero di Donald Trump. Da allora a Tirana si tengono raduni ogni giorno. Ieri gli studenti parlavano di 135 giorni di protesta.

Le richieste del movimento, stando a quanto riferito dall’organizzatrice Arvina Lleshi, partono dalla caduta del governo Rama. Seguono un governo tecnico, elezioni libere, l’annullamento del progetto di Zvërnec e l’abrogazione delle modifiche alle leggi sulle aree protette e sugli investimenti strategici. Secondo i manifestanti, quelle modifiche favoriscono i grandi investitori a scapito dell’ambiente e delle comunità locali.

Gli studenti aggiungono le proprie rivendicazioni: aule, laboratori e dormitori decenti, tasse più basse, sostegno economico, lavoro dopo la laurea. Contestano la legge sull’istruzione superiore del 2015. «Mi tratta come un cliente, non come uno studente», ha detto la studentessa Megi Mustafaraj. Sullo sfondo c’è l’emigrazione di massa dei giovani. «Le lauree che riceviamo sono solo passaporti per emigrare», ha detto Redjan Shkëmbi.

C’è un precedente. Nel dicembre 2018 migliaia di studenti protestarono contro tasse ed esami a pagamento. Il governo ridusse le tasse, ma secondo gli organizzatori di allora le altre promesse sono rimaste sulla carta. Questa volta il movimento rifiuta di trattare con il governo.

«Quello di cui l’Albania ha bisogno è una rivoluzione, un cambiamento, un rovesciamento completo del sistema, perché così non si può andare avanti», ha detto la manifestante Luljeta Kola, che ha denunciato un divario profondo tra ricchi e poveri.

Una piazza contro il governo e contro l’opposizione

Il movimento si dichiara senza partiti. «Non abbiamo alcuna organizzazione, ci siamo uniti», ha spiegato uno studente del Politecnico. Oggi due deputati del Partito Democratico di Berisha, Edi Paloka e Arjana Kalaja, sono stati contestati con lanci d’acqua e bottiglie e invitati ad andarsene. «Sei qui per l’opposizione, non per il popolo», ha gridato una manifestante.

Berisha ha invitato i suoi militanti a unirsi alla protesta e ha definito i manifestanti «leoni». Secondo lui la violenza l’ha imposta la polizia.

Il governo sostiene la tesi opposta. Il capogruppo socialista Taulant Balla ha dichiarato che «il fuoco porta il nome di Sali Berisha». Ha diffuso un video in cui il deputato democratico Klevis Balliu, con il volto coperto, parla con alcuni manifestanti mascherati poco prima dell’incendio al Ministero dell’Istruzione. Al momento non risultano verifiche indipendenti né risposte del diretto interessato. La vicepremier Albana Koçiu ha parlato di opposizione composta dagli «eterni sconfitti delle elezioni».

Un dato alimenta il dibattito. Tra i 16 arrestati di ieri nessuno ha meno di 23 anni, l’età media è di circa 40 e sei hanno superato i 50. Il governo può leggerlo come una prova della presenza di infiltrati. Può anche indicare che la protesta si è allargata ben oltre le aule universitarie. Allo stato attuale nessuna delle due letture è dimostrata.

La polizia sotto accusa e il silenzio di Rama

Anche le forze dell’ordine hanno usato la mano pesante. Un ragazzo di 19 anni ha riportato una frattura alla gamba e secondo l’ospedale la lesione è dovuta alla violenza degli agenti. Quattro poliziotti e un responsabile dell’ordine pubblico sono stati sospesi, e sul caso indagano la Procura e l’agenzia che vigila sull’operato della polizia. Ieri è stato ferito alla testa anche un diplomatico austriaco. Diversi giornalisti sono stati colpiti, e un agente ha sequestrato il telefono della reporter Alice Taylor.

La Delegazione dell’Unione europea a Tirana ha espresso preoccupazione per la reazione eccessiva della polizia e ha chiesto indagini prioritarie sulle violenze contro manifestanti e giornalisti. Il Comitato di Helsinki albanese, organizzazione per i diritti umani, ha condannato ogni violenza e chiesto di non trattare come violenti tutti i manifestanti. Il presidente della Repubblica Bajram Begaj ha scritto che «la violenza non può essere uno strumento per esprimere il dissenso» e che il suo ufficio «resta aperto al dialogo».

Mentre ieri la capitale bruciava, Rama si trovava in Lussemburgo per annunciare la chiusura provvisoria di un altro capitolo dei negoziati di adesione all’Ue. Il ministro Gonxhja ha dichiarato che «nessuna barricata può fermare il cammino europeo dell’Albania». In piazza si parla d’altro: tasse universitarie, dormitori, affitti, valigie pronte per l’estero.

La rivolta ha colpito anche chi non c’entrava. Sono state distrutte vetrine di negozi, un atelier e una libreria-caffè, è stato saccheggiato un bar e un palazzo di due piani accanto alla Nunziatura è andato a fuoco a ridosso di altre abitazioni. In alcune zone i residenti sono scesi in strada per sfuggire alle fiamme.

Edi Rama finora non ha rilasciato dichiarazioni e ha convocato per domani il gruppo parlamentare socialista. Gli studenti non hanno annunciato alcuna tregua.

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