Trump contro i media: dalla CNN alle licenze TV, guerra ai giornalisti «corrotti»

Washington, 4 giugno 2026. Nel corso di una conferenza stampa alla Casa Bianca, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha definito la CNN «un’organizzazione molto corrotta», con giornalisti che — a suo dire — sarebbero stati consapevoli di notizie false e avrebbero scelto di non correggerle. Poche ore prima, sempre via social, aveva puntato il dito anche contro ABC e NBC, evocando la possibilità di revocare le loro licenze trasmissive attraverso la FCC, la Federal Communications Commission.
«Il ‘giornalismo’ corrotto non dovrebbe essere premiato, dovrebbe essere interrotto», ha scritto Trump, sostenendo che le due reti producono il 97% di copertura negativa nei suoi confronti e opererebbero di fatto come «un braccio del Partito Democratico».
Il caso Iran: informazioni contrastanti
L’attacco più recente riguarda la copertura degli attacchi militari statunitensi agli impianti nucleari iraniani, in particolare a Fordow. Sia la CNN che il New York Times avrebbero riportato in modo prominente una valutazione preliminare della Defense Intelligence Agency (DIA) secondo cui il programma nucleare iraniano sarebbe stato rallentato solo di qualche mese. Trump ha paventato licenziamenti per i giornalisti coinvolti, mentre il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha accusato queste testate di aver amplificato «in modo servile» quel rapporto, ignorando valutazioni contrarie: quella dell’agenzia israeliana per l’energia atomica, che parla di impianto «reso inoperativo», e quella dell’AIEA, che ha certificato «danni enormi». Il direttore della CIA John Ratcliffe, dal canto suo, ha dichiarato che fonti ritenute storicamente affidabili confermerebbero la distruzione di «diversi impianti nucleari iraniani chiave».
Le valutazioni restano dunque contrastanti e non definitivamente verificabili dall’esterno. Il punto critico non è tanto chi abbia ragione sui danni a Fordow — questione ancora aperta — quanto il modo in cui media diversi scelgono quale fonte privilegiare e perché.
La deriva delle licenze: uno spettro incostituzionale
La minaccia di revocare le licenze ad ABC e NBC è, sul piano giuridico, priva di fondamento nell’attuale assetto normativo: la FCC non può togliere concessioni per ragioni editoriali o politiche senza violare il Primo Emendamento della Costituzione americana. Tuttavia, la pressione politica sull’agenzia — sempre più soggetta all’influenza dell’esecutivo — è un segnale che diversi analisti e organizzazioni per la libertà di stampa leggono come preoccupante. Anche il Partito Democratico italiano ha commentato la vicenda: «Un attacco diretto al pluralismo», ha dichiarato Sandro Ruotolo, responsabile Informazione nella segreteria nazionale del PD.
Il punto che Trump non dice, e che però esiste
Eppure, al netto delle forme — spesso aggressive, a tratti intimidatorie — c’è un nodo che l’attacco di Trump porta in superficie e che sarebbe disonesto ignorare. Il concetto classico di giornalismo come «cane da guardia del potere» presuppone un’equidistanza che, nelle grandi redazioni americane, è diventata sempre più rara. Studi indipendenti sul framing mediatico, ricerche sulla composizione politica delle redazioni e la stessa autocritica interna a testate come il New York Times documentano una tendenza alla copertura orientata, non sempre distinguibile da una presa di posizione partigiana.
Il problema non è che i media critichino Trump — è loro diritto e dovere. Il problema è quando la critica sistematica sostituisce il racconto dei fatti, quando le fonti vengono selezionate in base alla narrativa preferita e quando il cittadino smette di essere il destinatario dell’informazione per diventare il bersaglio di una persuasione.
In quel caso, il «cane da guardia del potere», cioè che difende “dal” potere, si trasforma nel cane da guardia “del” potere, cioè che appartiene al potere: non quello che abbaia contro chi comanda, ma quello che abbaia contro chi vuole sapere.
Un invito, non solo una polemica
Le parole di Trump vanno lette nel loro contesto: vengono da un presidente che ha tutto l’interesse a delegittimare chi lo controlla, e che usa la retorica delle «fake news» in modo strumentale e selettivo. Non è giornalismo critico negargli copertura; è propaganda negare che il problema che solleva esista.
La vera sfida, per chi fa informazione, è restare equidistante dai fatti quando tutti — politici, inserzionisti, algoritmi e lettori affezionati — spingono nella direzione opposta. Una sfida che vale in America come in Italia. E a cui non si risponde con le licenze revocate, né con l’applauso a chi le minaccia. Una sfida che Byoblu accoglie ogni giorno.