New York Times: mandato di comparizione di Trump ai giornalisti per lo scoop sull’Air Force One del Qatar.

Quattro giornalisti del New York Times hanno ricevuto mandati di comparizione dal Dipartimento di Giustizia americano dopo aver pubblicato articoli sulle falle di sicurezza del nuovo Air Force One, il Boeing 747-8 donato dal Qatar e trasformato in jet presidenziale. I reporter — Julian Barnes, Eric Lipton, Tyler Pager ed Eric Schmitt — dovranno testimoniare mercoledì davanti a un gran giurì federale a Manhattan. In alcuni casi, gli agenti federali hanno recapitato i documenti direttamente a casa loro.
Fermiamoci un secondo su questo dettaglio. Agenti federali che suonano al campanello di un giornalista alle otto di mattina. In America. Nel 2026. Per degli articoli di giornale.
La storia: il Qatar regala un aereo, il Secret Service dice no
Tutto nasce l’8 luglio scorso. Trump era ad Ankara per il vertice NATO. Avrebbe dovuto volare sul nuovo Air Force One — quell’aereo lussuoso offerto dalla famiglia reale del Qatar, aggiornato in Texas in circa un anno per meno di 400 milioni di dollari secondo le cifre ufficiali, molto di più secondo esperti indipendenti. Invece, a sorpresa, è salito sul vecchio VC-25A, il classico Air Force One blu e bianco.
Il motivo, rivelato dal New York Times attraverso fonti anonime, è semplice quanto imbarazzante: il nuovo aereo qatarino manca di sistemi antimissile, non ha la capacità di rifornimento in volo, e alcune funzionalità di comando e controllo — quelle che trasformano l’aereo in una sala situazione volante capace di gestire crisi militari in tempo reale — non erano ancora operative. E questo mentre le tensioni con l’Iran erano ai massimi storici, con intelligence israeliana che segnalava un presunto piano per assassinare Trump. Lo stesso presidente ha dichiarato di essere «il numero uno nella lista degli obiettivi iraniani», pur smentendo poi che il cambio di aereo fosse per motivi di sicurezza.
Il giornale ha pubblicato. Il giorno dopo, il Dipartimento di Giustizia ha emesso i mandati.
La risposta del governo: «Non è censura, è sicurezza nazionale»
Il Dipartimento di Giustizia ha provato a smorzare le polemiche: i giornalisti non sarebbero gli obiettivi dell’indagine, ma le fonti che hanno fatto trapelare informazioni classificate. La tesi è: qualcuno nell’amministrazione ha parlato, e noi vogliamo sapere chi. I reporter servono solo come mezzo per arrivare alle talpe.
Suona ragionevole? In teoria sì. In pratica no. Perché costringere un giornalista a rivelare le proprie fonti davanti a un gran giurì equivale a far saltare il meccanismo stesso del giornalismo investigativo. Le fonti parlano solo se sanno di essere protette. Quando quella protezione scompare, scompare anche l’informazione scomoda per il potere.
Non è un caso che la ex Attorney General Pam Bondi, nell’aprile del 2025, avesse già revocato le tutele per i giornalisti nelle indagini sui leak — una norma che era stata introdotta proprio per evitare abusi. Da allora, i procuratori possono usare mandati, ordini del tribunale e perquisizioni per risalire alle fonti di qualsiasi notizia «non autorizzata».
Prima ancora che gli articoli uscissero, un alto funzionario dell’FBI aveva contattato la direzione del New York Times chiedendo di non pubblicare, invocando la sicurezza nazionale. Senza però spiegare quali rischi concreti comportasse la pubblicazione. Il giornale ha pubblicato lo stesso.
Un precedente pericoloso
Non è la prima volta. Nelle settimane precedenti, il Dipartimento di Giustizia aveva emesso mandati simili contro reporter del Washington Post e del Wall Street Journal — poi ritirati. Questa volta, almeno per ora, non si parla di ritiro.
Il presidente del Reporters Committee for Freedom of the Press ha detto senza giri di parole che la “guerra di Trump alla stampa cerca un’altra vittima”. L’avvocato del New York Times è stato ancora più diretto: «L’arrivo di agenti federali alla porta di un giornalista dovrebbe sconvolgere la coscienza di ogni americano che crede nella Costituzione».
I mandati sono stati emessi dall’ufficio del procuratore di Manhattan Jay Clayton, lo stesso che Trump ha recentemente nominato direttore dell’intelligence nazionale. Una coincidenza di ruoli e fedelissimi che non è sfuggita a nessuno.
La linea che non si può attraversare
Ora, sia chiaro: il New York Times non è esattamente il campione della stampa indipendente. Ha i suoi bias, le sue opacità editoriali, i suoi momenti poco gloriosi. Lo si può criticare su molti fronti. Ma questo non c’entra niente con quello che sta succedendo.
I mandati di comparizione ai giornalisti per gli articoli che scrivono non si dovrebbero accettare. Non importa quanto non si condivida la linea editoriale del giornale in questione. Perché il principio che viene attaccato non è la reputazione del New York Times — è la libertà di stampa di tutti. Sì, d’accordo: quale libertà di stampa? La stampa è concentrata nelle mani di pochi editori, e in genere mena sempre dalla stessa parte. È vero Ma se non si difende anche questo tipo di libertà, poi non la si può invocare per sé. Questo è il punto. Un principio non vale solo quando conviene. Deve valere sempre, proprio per poterlo affermare anche a proprio vantaggio. Il vantaggio degli scomodi, dei piccoli, di chi lavora senza le risorse legali di un grande quotidiano per difendersi.
Se un governo può convocare i reporter davanti a un gran giurì per scoprire chi ha parlato con loro, nessuna fonte scomoda parlerà mai più. Con nessuno. Né da una parte, né dall’altra. Sicurezza nazionale? Forse (ma nel caso in questione andrebbe spiegato, perché non si capisce). Tuttavia, anche controllo dell’informazione. Che non è mai una buona cosa, neppure quando si reagisce a chi l’ha applicata e ancora la applica a parti inverse.
Trump ha trasformato un aereo regalato da un emirato del Golfo nel simbolo della sua presidenza. Adesso rischia che quel simbolo diventi invece la storia del giorno in cui in America è diventato ufficialmente pericoloso fare il giornalista.
C’è solo un momento nella storia dove le fonti diventano in qualche modo pericolose per la sicurezza nazionale, ed è quando si entra in guerra. A giudicare dai tempi che stiamo vivendo, forse è di quello che stiamo parlando.
Complimenti per il regalo, Vostra Altezza.