Peste in Russia, Trump: «Non pensiamo sia un’arma biologica». E aggiunge: “Ma lo scopriremo!”.

Donald Trump non crede che la peste in Russia sia un’arma biologica. Il presidente degli Stati Uniti lo ha detto oggi dallo Studio Ovale, rispondendo a una domanda sulla morte di una tecnica di laboratorio dell’Istituto di ricerca anti-peste di Irkutsk, in Siberia. «Non crediamo che sia un’arma biologica. Se si ascoltano loro, è sotto controllo», ha dichiarato. Poi ha aggiunto che Washington intende comunque vederci chiaro: «Non pensiamo che sia così, ma lo scopriremo».
Con «loro» Trump intende le autorità russe. La sua è una presa di distanza dall’ipotesi più allarmante e, insieme, un riconoscimento della versione di Mosca. Resta però una formula prudente: la Casa Bianca non esclude nulla e aspetta risposte.
Cosa è successo a Irkutsk
La vittima lavorava come tecnica nell’istituto anti-peste della città siberiana. Qui l’articolo di approfondimento su Byoblu. Su che cosa l’abbia uccisa restano dubbi. Le autorità russe hanno isolato in fretta le persone entrate in contatto con lei e, nello stesso tempo, hanno ridimensionato l’ipotesi che la causa della morte fosse la peste. Allo stato attuale, quindi, una diagnosi ufficiale e definitiva non è stata resa pubblica.
Oggi è intervenuto il Rospotrebnadzor, il servizio federale russo per la sorveglianza sanitaria, l’ente che a Mosca gestisce epidemie e controlli sulle malattie infettive. Secondo l’agenzia non c’è alcun rischio epidemico e l’intervento di emergenza è in fase di chiusura. Il monitoraggio medico di «oltre il 90%» dei contatti della donna sarebbe concluso, senza che siano emersi agenti patogeni «pericolosi».
Il presunto secondo caso e la richiesta dell’Oms
Il quadro si complica con le notizie di un secondo decesso sospetto, che sarebbe legato a una forma di peste polmonare. Il Cremlino smentisce. Il portavoce di Vladimir Putin, Dmitrij Peskov, ha spiegato che Mosca ha informato l’Organizzazione mondiale della sanità della morte della ricercatrice «secondo la prassi consolidata». Sul secondo caso, però, non ha fornito chiarimenti.
L’Oms ha chiesto a Mosca di fare chiarezza: «La condivisione tempestiva, completa e trasparente delle informazioni è fondamentale per chiarire notizie contrastanti». È una richiesta formale e misurata, ma segnala che le informazioni arrivate finora all’agenzia di Ginevra non bastano a chiudere il caso.
La peste polmonare è la variante più insidiosa della malattia. Colpisce i polmoni e si trasmette da persona a persona attraverso le goccioline respiratorie. Senza cure è quasi sempre letale, ma se viene presa in tempo si tratta con gli antibiotici.
Nonostante le rassicurazioni russe sul rischio «basso», alcuni Paesi della regione hanno introdotto misure di quarantena alle frontiere. Quali siano, e con quale portata, non è ancora stato precisato.
Il canale tra Washington e Mosca
Gli Stati Uniti hanno presentato alla Russia una richiesta formale di informazioni. Trump ha detto di aspettarsi di parlarne direttamente con Putin. Il Cremlino ha risposto che al momento non è in agenda alcuna telefonata tra i due leader, ma che può essere organizzata se Washington la chiederà.
Un sospetto che ha una storia
La domanda posta a Trump nasce da un retroterra preciso. La Siberia e l’Asia centrale ospitano focolai naturali di peste, alimentati dai roditori selvatici. Per sorvegliarli la Russia ha ereditato dall’epoca sovietica una rete di istituti anti-peste, quello di Irkutsk compreso. Sono strutture che maneggiano patogeni pericolosi per mestiere.
A rendere il sospetto ricorrente c’è anche un precedente. Nel 1979 a Sverdlovsk, l’attuale Ekaterinburg, una fuga di antrace da un impianto militare provocò decine di morti. Per anni le autorità sovietiche attribuirono l’epidemia a carne contaminata. La verità fu ammessa solo nel 1992, da Boris Eltsin.
L’accusa di giocare con le armi biologiche, comunque, ha viaggiato in entrambe le direzioni. Nel 2022 era stata Mosca ad accusare Washington di finanziare laboratori biologici in Ucraina. Gli Stati Uniti respinsero le accuse, sostenendo che si trattava di strutture di ricerca sanitaria civile.
La scelta di Trump
Il presidente americano avrebbe potuto cavalcare il caso. Ha scelto invece di raffreddarlo, concedendo credito alla versione russa e rimandando la questione a un possibile colloquio diretto con Putin. È una lettura coerente con l’approccio che Trump ha tenuto finora verso Mosca: gestire i dossier sensibili attraverso il canale personale tra le due capitali, senza passare dall’allarme pubblico.
Sul piano dei fatti, però, le domande aperte restano. La causa della morte della tecnica non è stata chiarita in modo ufficiale. Sul secondo caso il Cremlino smentisce senza spiegare. E mentre Mosca dichiara chiusa l’emergenza, alcuni Paesi vicini chiudono le frontiere. Una risposta completa all’Oms e l’eventuale telefonata tra Trump e Putin sono i prossimi passaggi da seguire.