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Esteri

Trump: «Senza di me Israele non esisterebbe più», «Sarebbero stati colpiti da un’arma atomica».

Alla Casa Bianca il presidente americano rivendica i raid contro l’Iran e attacca l’accordo nucleare di Obama.
Byoblu·27 luglio 2026
Esteri — Byoblu

Si presenta davanti ai giornalisti alla Casa Bianca, oggi, e piazza la frase che farà il giro del mondo: se non fosse stato eletto lui, Israele oggi non esisterebbe più, sarebbe stato «colpito da un’arma nucleare». Donald Trump non usa il condizionale della prudenza, usa l’indicativo dell’uomo della Provvidenza. E per non lasciare dubbi su chi sia il colpevole della catastrofe evitata, tira in mezzo il predecessore chiamandolo con nome e cognome completi, «Barack Hussein Obama», e il suo accordo sul nucleare iraniano: un patto «pessimo», dice, che era in realtà «una strada verso l’arma atomica».

Tradotto in italiano corrente: io ho bombardato, quindi vi ho salvati. Prego, non ringraziate.

Il copione è sempre lo stesso

Chi segue il personaggio sa che non è una battuta improvvisata. È un ritornello. Già a inizio giugno, in un’intervista a un podcast di area newyorkese, Trump aveva liquidato con una risata l’accusa più fastidiosa che gli venga rivolta in America: quella di essersi fatto trascinare in guerra contro l’Iran da Benyamin Netanyahu. «Mi ha ingannato? Sono stato io a cominciare», la risposta. Nessun raggiro, nessuna manina israeliana: l’iniziativa era sua, perché l’Iran non doveva avere la bomba. E anche lì, la chiusa: «Se non ci fossi stato io, Israele non esisterebbe adesso».

È una rivendicazione che serve a due pubblici diversi allo stesso tempo. Al pubblico americano dice: non sono il burattino di nessuno, decido io. Al pubblico israeliano dice: mi dovete tutto. Doppia fatturazione, stesso incasso.

Perché poi, quando conviene, il tono cambia. Sempre a giugno, lo stesso presidente invitava pubblicamente Netanyahu a essere «più responsabile» sul dossier libanese. Prima la cambiale, poi il richiamo all’ordine. Il messaggio implicito è chiaro: l’alleato è utile finché resta dentro il perimetro deciso a Washington.

Un po’ di contesto

Nel 2015 Stati Uniti, Europa, Russia e Cina firmano con Teheran il famoso accordo sul nucleare: controlli in cambio di allentamento delle sanzioni. Nel 2018 è lo stesso Trump, primo mandato, a strapparlo. Da allora l’Iran ha progressivamente alzato i livelli di arricchimento dell’uranio, quindi bisognava bombardare.

Sull’esistenza effettiva di un programma iraniano per l’arma atomica non c’è mai stata una fotografia pubblica e definitiva. Ci sono valutazioni di intelligence, ci sono rapporti dell’agenzia atomica di Vienna, ci sono interpretazioni. C’è, soprattutto, una lunga tradizione di guerre annunciate come inevitabili sulla base di armi che poi nessuno ha trovato. Chiedere le prove non è tifo per Teheran: è il minimo sindacale di un cittadino che paga le tasse e, eventualmente, manda i figli al fronte.

Il pacificatore con il libretto delle missioni

Qui sta il nodo politico che riguarda anche noi. Trump è arrivato alla Casa Bianca promettendo la fine delle guerre eterne, il ritorno al negoziato, il disgelo con Mosca. Una parte importante del malcontento occidentale ci ha creduto, e non era irragionevole crederci: l’establishment che aveva prodotto due decenni di interventi disastrosi era esattamente quello che lo detestava.

Oggi però il bilancio va letto per quello che è. Dazi contro tutti, alleati compresi. Pressione sull’Europa perché aumenti la spesa militare. Armi che continuano a viaggiare. E adesso la rivendicazione orgogliosa di un attacco all’Iran presentato come atto di legittima difesa preventiva, categoria giuridica che non esiste in nessun diritto internazionale ma funziona benissimo in conferenza stampa.

Non è il pacificatore che qualcuno aveva sperato (e questo s’è capito, ma magari t’eri distratto). È un presidente pragmatico e imprevedibile, che usa la forza economica e quella militare come due leve dello stesso attrezzo: riaffermare il primato americano. Con una differenza rispetto ai predecessori: lo dice a voce alta. Gli altri bombardavano parlando di diritti umani, lui bombarda e ti spiega che ti ha fatto un favore.

Ma chi, quando e dove ha preso quelle decisioni?

Poi, che nessuno si domandi chi ha autorizzato quei raid, e con quale mandato del Congresso, per carità! E quali danni effettivi hanno prodotto ai siti iraniani, al di là dei comunicati trionfali? E soprattutto: se l’unica cosa che ha impedito l’annichilimento di uno Stato è stata l’elezione di un uomo, allora la sicurezza del Medio Oriente non è appesa a trattati, controlli e diplomazia, ma al risultato di una tornata elettorale in Pennsylvania.

Non è l’arroganza che stupisce. Quella è folklore, a tratti divertente (per un po’, poi annoia). È l’idea che la pace non sia un sistema di regole, ma derivi dal carisma personale. Perché se la salvezza dipende da un uomo solo, allora anche la catastrofe dipenderà da un uomo solo. E la prossima volta, magari, quell’uomo si sveglia di malumore.

Per i cittadini la soluzione sarebbe pretendere che le guerre tornassero a passare dai parlamenti, dalle prove, dai documenti. Roba noiosa, lo sappiamo. Molto meno spettacolare di John Wayne che dalla sella di un cavallo ti spiega di aver salvato un Paese dall’atomica, tra una boccata di un sigaro e un sorso di Whiskey.

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