Ue, stop ai finanziamenti da 2 milioni alla Biennale per il padiglione della Russia. Un intollerabile ricatto. Che se li tengano!

Alla fine l’hanno fatto davvero. Oggi la Commissione europea ha raccomandato ufficialmente all’Eacea, l’agenzia che gestisce i fondi per l’istruzione e la cultura, di revocare il finanziamento da 2 milioni di euro alla Biennale di Venezia. La colpa? Aver permesso alla Russia di riaprire il proprio padiglione ai Giardini, chiuso dal 2022. Ad annunciarlo, via social, è stata la vicepresidente esecutiva Henna Virkkunen: la decisione, ha spiegato, arriva dopo «un’attenta valutazione delle risposte fornite dalla Biennale» per giustificare la riapertura. Valutazione attenta, esito scontato.
La cultura coi soldi dei contribuenti, ma solo quella giusta
Virkkunen ha aggiunto che la cultura in Europa, «finanziata con i soldi dei contribuenti», deve promuovere i valori democratici, che a suo dire «non sono rispettati nella Russia di oggi». Traduzione: la cultura va bene, purché sia quella approvata da Bruxelles. Se una delle massime istituzioni artistiche del pianeta, con oltre 130 anni di storia, decide di non selezionare gli artisti in base al passaporto, si taglia il rubinetto. Punto.
Riavvolgiamo il nastro. Il padiglione russo, che è di proprietà di Mosca e sorge sul suolo dei Giardini per accordi che risalgono a più di un secolo fa, è stato riaperto per l’esposizione inaugurata lo scorso maggio, con il via libera del presidente Pietrangelo Buttafuoco. Le regole della Biennale, peraltro, parlano chiaro: qualsiasi Paese riconosciuto dall’Italia può esporre. Non c’è nessuna norma violata, e infatti la Biennale lo ha ribadito nero su bianco: è «certa di non aver violato alcuna norma» e di aver agito «in stretta osservanza delle leggi nazionali e internazionali vigenti». Ma a Bruxelles le leggi contano meno delle linee politiche.
Un iter che sapeva di sentenza già scritta
La procedura era partita l’11 aprile scorso, con la comunicazione formale il 23 aprile e i canonici trenta giorni concessi all’ente per «cambiare idea» o spiegarsi. Un meccanismo che ricorda da vicino certe proposte che non si possono rifiutare: o fai retromarcia, o perdi due milioni per il triennio. La Biennale non ha fatto retromarcia, e oggi è arrivata la mazzata. Nel frattempo perfino la giuria della 61esima Esposizione, come ha riferito il sindaco Luigi Brugnaro, ha annunciato che ignorerà i padiglioni di Russia e Israele nell’assegnazione dei premi, perché i rispettivi governi sono sotto la lente della Corte penale internazionale. Scelta autonoma dei giurati, rispettata dall’istituzione. Perché questo fa un’istituzione libera: rispetta le scelte, non le impone a colpi di tagli.
La politica italiana, per una volta, si è fatta sentire. Matteo Salvini ha parlato di «volgare ricatto da parte della burocrazia europea nei confronti di uno degli enti culturali più importanti e liberi del mondo». Il capogruppo M5S al Senato Luca Pirondini ha definito la mossa «un atto grave e arrogante», un’ingerenza politica sull’autonomia culturale degli italiani «espressa con il linguaggio dei burocrati». E Angelo Bonelli di Avs ha messo il dito nella piaga: il doppio standard. Perché sul padiglione russo Bruxelles minaccia e taglia, mentre su quello israeliano — presente anch’esso, con un governo pure oggetto di procedimenti internazionali — non ha sollevato alcuna criticità. Due pesi, due misure, una sola morale: quella di chi paga detta la linea.
Il precedente che dovrebbe spaventarci tutti
Sia chiaro: qui non si discute la posizione sulla guerra in Ucraina, né si fa l’apologia di Mosca. Si discute un metodo. Un’istituzione comunitaria che usa i finanziamenti come clava per punire un ente culturale sovrano di uno Stato membro, colpevole di non voler discriminare l’arte in base alla nazionalità, non sta difendendo i valori democratici: li sta calpestando\\. Le epurazioni culturali su base etnica e nazionale le abbiamo già viste nel Novecento\\, e non è un capitolo che l’Europa dovrebbe avere voglia di ripassare. Chi mette al bando gli artisti per il loro passaporto non è mai passato alla storia dalla parte giusta.
E allora la domanda è una sola: se la Commissione europea si sente in diritto di strangolare finanziariamente la Biennale di Venezia perché non obbedisce, cosa ci fa nella parola «Europa» la parola «cultura»? Forse la soluzione, alla fine, è più semplice di quanto sembri: che la Biennale rinunci a quei due milioni e se li tenga Bruxelles. La libertà, quella vera, non si compra a rate triennali. E soprattutto: se questa è la loro idea di valori democratici, teniamoci stretta la nostra idea di arte. Che, da Venezia, parla al mondo intero da prima che esistesse la Commissione europea. E continuerà a farlo quando la Commissione sarà solo una nota a piè di pagina.