Ungheria, i media si liberano dopo Orbán. Ma perché il silenzio durava da anni?

Da quando il premier Viktor Orbán ha subito la sconfitta elettorale dell’aprile 2026, i media pubblici ungheresi stanno vivendo quello che molti descrivono come un risveglio. Giornalisti licenziati tornano a parlare, i notiziari assumono toni neutrali, l’agenzia di stampa MTI dichiara di essersi «liberata». Tutto bene, quindi. Eppure qualcosa non torna.
La macchina propagandistica esiste da sedici anni
Secondo le ricostruzioni dell’AGI, che cita testimonianze di ex dipendenti e whistleblower, il controllo del governo sui media pubblici ungheresi si era strutturato fin dal ritorno di Orbán al potere nel 2010. Televisioni, radio e l’agenzia di stampa statale erano state accorpate nell’unica struttura MTVA. Anche diversi media privati erano finiti sotto l’influenza di imprenditori vicini all’esecutivo nazionalista.
Le testimonianze che emergono oggi sono circostanziate. Janos Karpati, giornalista con trent’anni di carriera all’agenzia MTI, racconta che «le bozze su certi temi venivano inviate ad ambienti politici e tornavano con indicazioni su cosa tagliare». Karpati fu licenziato nel 2015 dopo aver rivolto una domanda a Orbán da Bruxelles senza la preventiva autorizzazione dei superiori. Aranka Szavuly, ex giornalista della televisione di Stato, aveva perso il lavoro già nel 2011 in seguito a uno sciopero della fame contro le interferenze governative nei notiziari.
Dunque non si tratta di notizie nuove. Si tratta di fatti noti — o conoscibili — da anni.
Il nuovo corso di Magyar
Il neo-premier Peter Magyar, insediatosi dopo la vittoria di aprile, ha ordinato un audit completo sui media pubblici, che dispongono di un bilancio annuo di oltre 430 milioni di euro, e durante la campagna elettorale aveva parlato esplicitamente di «fabbrica di menzogne» e di «cambio di regime» nell’informazione. Secondo un’analisi del think tank liberale Republikon Institute, già nella settimana successiva alle elezioni la copertura televisiva pubblica avrebbe assunto un tono marcatamente più neutrale. Anche Tv2, principale emittente privata vicina all’orbita orbaniana, ha sostituito i vertici del settore news.
Sono segnali concreti. Ma è legittimo interrogarsi su quanto questi cambiamenti siano destinati a durare, e quanto siano frutto di una reale riforma strutturale piuttosto che di un semplice cambio di casacca ai piani alti.
La storia la scrivono i vincitori?
Qui emerge il nodo editorialmente più rilevante. Reporters Without Borders classifica da anni l’Ungheria tra i Paesi europei con le peggiori performance in fatto di libertà di stampa. Eppure, per lungo tempo, il tema ha faticato a imporsi nell’agenda pubblica europea con la stessa forza con cui appare oggi, nell’ora della sconfitta di Orbán.
Va ricordato, per esempio, che esponenti politici europei — tra cui la vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno — avevano apertamente auspicato la fine del governo Orbán. Una posizione legittima, ma che pone una domanda scomoda: l’interesse per la libertà di stampa ungherese era genuino e costante, oppure è diventato urgente soprattutto quando è tornato utile alla narrativa del «dopo»?
La stessa Szavuly, pur accogliendo con favore i cambiamenti in corso, avverte che «una semplice sostituzione del management potrebbe non bastare» e che occorre «ripensare l’intero funzionamento». Un monito che suona come un invito alla cautela: i sistemi di controllo sull’informazione non si smontano con un cambio di governo, e chi oggi celebra la «libertà ritrovata» farebbe bene a non dimenticare con quanta fretta si era taciuto quando quella libertà veniva compressa.
Cosa succederà ora
Nei prossimi mesi l’audit ordinato da Magyar sui media pubblici ungheresi fornirà elementi concreti per valutare la portata reale delle riforme. La vera prova, però, sarà verificare se la nuova governance garantirà pluralismo anche verso le voci scomode per il nuovo potere. La libertà di stampa non è un trofeo da assegnare ai vincitori delle elezioni: è una condizione strutturale, che vale per tutti — e che va difesa anche quando il governo di turno ci è simpatico.