Ungheria resta nella CPI: il parlamento di Magyar cancella il ritiro di Orbán

Budapest, 27 maggio 2026. Il parlamento ungherese ha votato questa mattina per annullare il ritiro del Paese dalla Corte penale internazionale (CPI), bloccando così un provvedimento promosso dall’ex premier Viktor Orbán che sarebbe diventato operativo il prossimo 2 giugno. I voti favorevoli alla revoca sono stati 133, quelli contrari 37, con 5 astenuti. La vittoria politica va al nuovo premier Peter Magyar, che aveva assunto l’impegno pubblico di mantenere l’Ungheria all’interno dello Statuto di Roma già subito dopo la sua elezione, avvenuta il mese scorso.
Un anno di iter, cancellato in una mattinata
L’iter che aveva portato Budapest sull’orlo dell’uscita dalla CPI era iniziato all’inizio del 2025, quando il governo Orbán aveva notificato formalmente alle Nazioni Unite la volontà di ritirarsi dallo Statuto di Roma, il trattato istitutivo del tribunale dell’Aia. L’annuncio era arrivato nell’aprile del 2025, in occasione di una visita a Budapest del premier israeliano Benjamin Netanyahu — a sua volta destinatario di un mandato d’arresto emesso dalla Corte. La legge sul ritiro aveva completato il proprio iter in circa un anno: sarebbe entrata in vigore il 2 giugno, se il nuovo parlamento non fosse intervenuto.
Perché Orbán voleva uscire: i mandati su Putin e Netanyahu
La chiave di lettura politica è nella natura stessa dei mandati di arresto emessi dalla CPI. La Corte ha emesso un ordine di cattura nei confronti del presidente russo Vladimir Putin e, dal novembre 2024, nei confronti di Netanyahu per presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Gli Stati aderenti allo Statuto di Roma sono in linea di principio obbligati a eseguire tali mandati qualora i destinatari entrino nel loro territorio.
Orbán si era rifiutato categoricamente di ottemperare a queste disposizioni. La sua motivazione ufficiale era che la Corte fosse diventata uno strumento «politicizzato». Ma la tempistica — l’annuncio del ritiro coincise proprio con la visita di Netanyahu a Budapest — e i rapporti di stretta amicizia coltivati negli anni dal leader di Fidesz sia con il governo israeliano sia con il Cremlino rendono difficile separare la decisione dalle sue implicazioni diplomatiche concrete.
Uscire dalla CPI significava, in sostanza, liberarsi dall’obbligo giuridico di arrestare Putin o Netanyahu in caso di loro ingresso sul territorio ungherese — un’eventualità, nel caso di Putin, considerata da più osservatori sostanzialmente impossibile, ma che avrebbe comunque segnalato un allineamento simbolico con Mosca in pieno contrasto con la linea dell’Unione Europea.
Magyar e la scelta opposta: fedeltà agli obblighi internazionali
Peter Magyar ha scelto la direzione opposta, e lo ha fatto con toni netti. Poco dopo la sua elezione, il nuovo premier aveva dichiarato pubblicamente che l’Ungheria avrebbe arrestato Netanyahu qualora fosse entrato nel Paese, citando la necessità di «preservare la pace e la sicurezza internazionali e tutelare i diritti umani». Una dichiarazione che suona come un ribaltamento esplicito della linea Orbán.
Il voto di oggi — con i 133 deputati del partito Tisza favorevoli, i 37 della coalizione Fidesz-KDNP contrari e i 5 astenuti di Mi Hazánk — rispecchia fedelmente quella frattura politica.
La domanda che divide: obbedienza al diritto internazionale o sovranità politica?
La vicenda ungherese apre una questione più ampia che non riguarda solo Budapest. Il rifiuto di Orbán di eseguire i mandati CPI era parte di una visione politica coerente, per quanto controversa: quella di uno Stato che rivendica piena discrezionalità nelle proprie scelte di politica estera, senza essere vincolato da istituzioni percepite come influenzate dalla linea diplomatica di Bruxelles.
La critica a questa posizione è altrettanto strutturata: un sistema di giustizia internazionale funziona solo se gli Stati che vi aderiscono ne rispettano le decisioni, indipendentemente dalla convenienza politica del momento. Lasciare che ogni governo scelga quali mandati eseguire in base ai propri interessi svuoterebbe la CPI di qualsiasi efficacia deterrente.
Magyar sembra aver scelto il campo della compliance istituzionale. Resta da vedere se questa scelta si tradurrà in una politica estera ungherese strutturalmente più allineata con l’UE, o se rappresenti semplicemente il primo atto simbolico di una normalizzazione diplomatica ancora tutta da definire.
Prossimi sviluppi
Con la revoca approvata oggi, l’Ungheria rimane a tutti gli effetti membro della CPI oltre la data del 2 giugno. Il dossier più delicato rimane quello dei mandati attivi: qualsiasi visita ufficiale di Putin o Netanyahu a Budapest — per quanto improbabile nel caso del presidente russo — metterebbe il nuovo governo davanti a un test concreto della propria coerenza con gli obblighi assunti.