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Cultura

Università italiane fuori dai top 100: anni di tagli affondano la ricerca

Nessun ateneo italiano tra i primi cento al mondo. Il FFO torna ai livelli del 2000, il PNRR si esaurisce e i ricercatori restano precari.
Byoblu·01 giugno 2026
Cultura — Byoblu

Nessuna università italiana riesce a entrare tra le prime cento al mondo. È la fotografia impietosa scattata dalle più recenti classifiche internazionali, pubblicate il 1° giugno 2026, che vedono la Sapienza di Roma come miglior ateneo italiano con una posizione che supera appena la centoventinovesima piazza globale, seguita dall’Università di Padova e dal Politecnico di Milano. Secondo la classifica CWUR, il 79% degli atenei italiani ha perso posizioni rispetto all’anno precedente. A trionfare è Harvard, mentre la Cina continua la propria ascesa, consolidando un primato costruito su decenni di investimenti massicci nell’istruzione superiore e nella ricerca scientifica.

La diagnosi degli esperti è unanime: anni di finanziamenti inadeguati hanno eroso la capacità competitiva del sistema universitario italiano.

I numeri di un disinvestimento strutturale

A rendere più concreta questa diagnosi ci pensa l’Osservatorio CPI dell’Università Cattolica, che ha ricostruito la storia dei finanziamenti pubblici agli atenei italiani. Il Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO), la principale leva con cui lo Stato trasferisce risorse alle università pubbliche — coprendo quasi due terzi dei loro finanziamenti per la ricerca — è tornato, in termini reali, ai livelli dell’anno 2000. Nel 2024 è stato tagliato di 173 milioni rispetto all’anno precedente, con una riduzione reale del 3,9%. Se si considera anche la mancata erogazione dei fondi previsti dal piano straordinario di assunzioni del governo Draghi, il taglio effettivo supererebbe i 500 milioni di euro.

Parallelamente, a partire dal 2026 si stanno esaurendo i fondi del PNRR che, negli anni precedenti, avevano permesso di reclutare oltre 5.000 nuovi ricercatori a tempo determinato. Con il venir meno di queste risorse straordinarie, e senza un adeguamento strutturale del FFO, migliaia di ricercatori precari rischiano di non vedere rinnovati i propri contratti, con conseguenze gravi tanto per le carriere individuali quanto per la capacità di ricerca degli atenei.

Un Paese che spende meno di tutti

Il quadro complessivo è quello di un Paese che investe nella ricerca e nell’istruzione universitaria molto meno dei propri partner europei. La spesa pubblica in ricerca e sviluppo è ferma allo 0,5% del PIL, e nei prossimi quattro anni dovrebbe crescere di appena un decimo di punto. La spesa per studente universitario, rapportata al PIL pro capite, è pari al 16%, contro il 30% della Germania e il 26% della Francia. In questo contesto, anche tagli nell’ordine delle centinaia di milioni producono effetti sistemici.

Le università italiane, ricorda l’Osservatorio CPI, concentrano un quarto dell’intera spesa nazionale in ricerca e sviluppo — una quota superiore a quella di Germania e Francia — e più della metà della ricerca di base del Paese. Nonostante questo ruolo centrale, il dibattito pubblico sul loro finanziamento rimane ai margini dell’agenda politica.

La Cina sale, l’Italia scende: un confronto che fa riflettere

Mentre l’Italia arretra, la Cina avanza con determinazione. Il confronto non è casuale: Pechino ha fatto dell’eccellenza universitaria e della ricerca scientifica una priorità strategica nazionale, con stanziamenti in costante crescita. L’Europa stessa, sull’onda dei tagli federali alla ricerca negli Stati Uniti, ha lanciato il programma “Choose Europe for Science” con 500 milioni di euro per il biennio 2025-2027, proprio per attrarre ricercatori internazionali. Ma l’Italia, con le sue risorse strutturalmente insufficienti, rischia di non riuscire a beneficiare nemmeno di questa finestra di opportunità.

Le prospettive: riforma Bernini e il nodo della stabilizzazione

A complicare ulteriormente il quadro, secondo gli analisti dell’Università Cattolica, potrebbe intervenire la riforma Bernini del pre-ruolo universitario: se approvata nella sua forma attuale, rischierebbe di peggiorare ulteriormente le prospettive di stabilizzazione per i ricercatori precari, già a rischio con l’esaurimento del PNRR. Tra le soluzioni indicate dagli esperti, l’introduzione di figure contrattuali nuove — come quella del lecturer già diffusa nei sistemi anglosassoni — potrebbe rappresentare un percorso alternativo da esplorare.

Quello che emerge con chiarezza è un sistema universitario che, privato progressivamente di risorse adeguate, non riesce più a formare i propri giovani ai più alti standard internazionali né ad attrarre i talenti migliori. Un paese che non investe nei propri atenei non investe nel proprio futuro.

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