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Ambiente

L’invasione degli uomini di pietra: a migliaia sulle montagne.

Un esercito di ometti di sassi sta crescendo a dismisura e presidia ogni sentiero, confondendo gli escursionisti. Non è una scena tratta dal Signore degli Anelli né da Blair Witch Project: sta accadendo ora.
Byoblu·18 luglio 2026
Ambiente — Byoblu

Salgono in silenzio, uno sull’altro, sui crinali delle Alpi. Non camminano, non parlano, eppure si moltiplicano a vista d’occhio: sono gli uomini di pietra, le piccole torri di sassi che spuntano ormai a migliaia lungo i sentieri di montagna, dalle Dolomiti ai ghiacciai austriaci. E oggi, stando a quanto emerso dalle prese di posizione del club alpino austriaco Öav, riprese anche dal Cai altoatesino, questa moltiplicazione silenziosa è diventata un caso: il vicepresidente dell’Öav è arrivato a dire che questi ometti “fanno male alla natura”.

Un esercito che cresce a ogni escursione

Il fenomeno è sotto gli occhi di chiunque frequenti l’alta quota. Un tempo gli ometti di pietra erano rari, funzionali, quasi sacri: segnavano il percorso dove il sentiero svaniva tra le rocce, indicavano la via ai viandanti quando la nebbia inghiottiva ogni riferimento. Oggi, invece, sono diventati un tormentone di massa. Il Cai li paragona alle monetine lanciate nella Fontana di Trevi, e il club alpino austriaco li accosta anche alla mania dei lucchetti dell’amore agganciati ai ponti: un gesto che nasce come rito individuale e finisce per trasformarsi in fenomeno seriale, replicato da migliaia di escursionisti in cerca della foto perfetta.

Il problema, secondo l’Öav, non è estetico ma ecologico. Spostare i sassi — questo l’argomento del sodalizio austriaco — significa privare piante e piccoli animali del loro habitat. Sotto ogni pietra d’alta quota vive un microcosmo: licheni che impiegano decenni a colonizzare una superficie, insetti, microrganismi che in quegli anfratti trovano riparo dal gelo e dal vento. Sollevare una roccia per impilarla su un’altra, moltiplicato per decine di migliaia di gesti ogni estate, diventa — nella lettura dei club alpini — una forma di erosione dell’ambiente alpino. C’è poi la questione della sicurezza: un ometto costruito per gioco, fuori dal tracciato, può trarre in inganno chi negli ometti cerca ancora, come da tradizione, l’indicazione del sentiero giusto.

Tra leggenda e superstizione: i guardiani di sasso

Ma perché lo facciamo? Perché l’essere umano, arrivato in cima, sente il bisogno ancestrale di impilare pietre? Qui i fatti lasciano il passo al mito, ed è un mito antichissimo. Gli uomini di pietra abitano l’immaginario di quasi tutte le culture di montagna. Gli Inuit costruiscono da millenni gli inuksuit, figure antropomorfe di roccia che vegliano sulle distese artiche e “agiscono al posto dell’uomo”. In Tibet e in Mongolia i cumuli di pietre sono offerte agli spiriti dei valichi: ogni viandante aggiunge il suo sasso e con esso, si dice, lascia lì un peso dell’anima. Nelle saghe nordiche i troll sorpresi dalla luce dell’alba si pietrificavano, e ancora oggi in Islanda certe formazioni rocciose vengono indicate come giganti fossilizzati. Anche le Alpi hanno i loro: leggende di pastori impietriti per punizione divina, di anime dei camminatori custodite nei cumuli di sassi ai crocevia, dove un tempo si aggiungeva una pietra come preghiera per i morti senza sepoltura.

Visti così, gli ometti che oggi affollano i sentieri sembrano quasi una nuova specie che ha colonizzato la montagna: nata da un istinto arcaico, moltiplicata dall’epoca dei social, dove ogni torretta di sassi diventa uno scatto da condividere. L’antico rito propiziatorio si è trasformato in meme.

Due visioni a confronto

La questione, va detto, non è a senso unico. Da una parte c’è chi, come l’Öav e il Cai altoatesino, chiede di fermare la proliferazione in nome della tutela di flora, fauna e sicurezza dei sentieri. Dall’altra c’è chi vede in questo gesto una forma innocua di connessione con la montagna, l’eco di una tradizione che accompagna l’uomo da quando ha iniziato a camminare in alta quota — e ricorda che gli ometti “veri”, quelli segnavia, restano preziosi e legittimi. Il confine tra rito e vandalismo ambientale, tra memoria e moda, è la vera posta in gioco di questo dibattito.

Gli uomini di pietra, intanto, restano lì: muti testimoni di un’umanità che anche nell’era del GPS sente il bisogno di lasciare un segno sulla roccia. Che siano guardiani ancestrali o intrusi da smantellare, una cosa è certa: continueranno a interrogarci ogni volta che, dietro una curva del sentiero, li vedremo apparire come un piccolo popolo silenzioso in attesa.

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