USA: arriva il JAWBONE Act contro la censura governativa occulta. Ora quello che subito Byoblu ha un nome?

Nell’arco di pochi giorni, il dibattito sulla libertà di espressione online negli Stati Uniti ha ricevuto un impulso inatteso: due senatori appartenenti a schieramenti opposti, il repubblicano Ted Cruz e il democratico Ron Wyden, hanno presentato mercoledì 18 giugno 2026 il cosiddetto JAWBONE Act — acronimo di Justice Against Weaponized Bureaucratic Overreach to Networked Expression. La proposta di legge mira a contrastare il fenomeno del «jawboning», ovvero la pratica con cui agenti governativi esercitano pressioni informali — spesso opache — sulle piattaforme digitali, sulle emittenti radiotelevisive e sui fornitori di intelligenza artificiale, inducendoli a rimuovere contenuti o a silenziare voci che godono piena tutela costituzionale.
Che cos’è il «jawboning» e perché è difficile combatterlo
Il termine «jawboning» indica una zona grigia del diritto: il governo non emette un provvedimento formale, non pubblica un’ordinanza, non firma un decreto. Si limita a «suggerire», a «raccomandare», oppure — in casi più gravi — a minacciare conseguenze legali o regolatorie se la piattaforma non si adegua. Il confine tra comunicazione legittima e coercizione incostituzionale è sottile e, soprattutto, difficile da dimostrare in tribunale.
Un caso emblematico, citato da analisti giuridici e commentatori, è quello che coinvolse lo sceriffo della Contea di Cook, Thomas Dart, che inviò lettere su carta intestata ufficiale alle società di carte di credito intimando loro di interrompere i rapporti con il sito Backpage. Il giudice Richard Posner, nella sentenza relativa, chiarì con nettezza la distinzione: una cosa è un funzionario che esprime un’opinione personale, altra cosa è un’autorità che, mediante il simbolo del proprio ufficio, trasmette implicitamente una minaccia di conseguenze legali. Quella, scrisse Posner, è coercizione.
Cosa prevede il disegno di legge
Il JAWBONE Act introduce tre strumenti principali:
1. Una causa di azione diretta in sede federale per chiunque sia vittima di pressioni governative illegittime tese a censurare contenuti legalmente protetti dal Primo Emendamento;
2. Una procedura di discovery anticipata, che consente alle vittime di acquisire rapidamente prove e comunicazioni riservate prima che i funzionari coinvolti lascino le loro cariche;
3. Un sistema di trasparenza obbligatoria sulle comunicazioni tra agenzie governative e piattaforme digitali, in modo da rendere visibile ciò che oggi avviene nell’ombra.
La legge si concentra esplicitamente sulla coercizione, non sulla comunicazione ordinaria: il testo cita come illecito il tentativo di «costringere o indurre» un’emittente o un fornitore di servizi digitali ad agire contro contenuti legittimi. In tal modo cerca di preservare la possibilità, ritenuta legittima, di scambi informativi tra governo e piattaforme in buona fede.
Un caso concreto: l’app ICEBlock
A rendere urgente il dibattito contribuisce un caso recente e concreto. L’Electronic Frontier Foundation (EFF) rappresenta Joshua Aaron, sviluppatore dell’app ICEBlock, che permetteva ai cittadini di segnalare nelle proprie comunità la presenza di operazioni della polizia di frontiera. Stando a quanto riportato dall’EFF, nel giugno 2025 funzionari federali di alto livello avrebbero iniziato a minacciare indagini e azioni penali contro Aaron. Nell’ottobre 2025, il Procuratore Generale degli Stati Uniti avrebbe richiesto ad Apple la rimozione dell’app dall’App Store; Apple avrebbe poi acconsentito. L’EFF sostiene che tale coercizione abbia violato i diritti del Primo Emendamento di Aaron e ha già avviato una causa ai sensi del Freedom of Information Act per ottenere la divulgazione delle comunicazioni tra le agenzie governative e Apple, Google e Meta.
Luci e ombre della proposta
Non mancano le riserve. Commentatori come Mike Masnick di Techdirt osservano che la norma sulla discovery anticipata rischia di aprire la porta a contenziosi strumentali: chiunque si senta «censurato» potrebbe citare in giudizio funzionari governativi costringendoli a defatiganti procedure probatorie. Masnick ricorda inoltre che nel caso Murthy v. Missouri, già caratterizzato da un’ampia fase di discovery, non emerse alcuna prova di coercizione sistematica da parte dell’amministrazione Biden, portando la Corte Suprema a negare la legittimazione attiva ai ricorrenti per mancanza di danni dimostrabili.
Analisti giuridici sottolineano anche un limite strutturale: i tribunali hanno storicamente reso molto difficile citare in giudizio funzionari pubblici per violazioni dei diritti individuali. Il JAWBONE Act potrebbe non superare questo ostacolo, anche qualora diventasse legge.
L’EFF, dal canto suo, accoglie favorevolmente l’iniziativa pur ricordando un principio fondamentale spesso dimenticato nel dibattito politico: le piattaforme digitali non sono «attori statali» e conservano il proprio diritto costituzionale di moderare i contenuti degli utenti. Obbligarle ad accettare qualsiasi contenuto sarebbe un’altra forma di interferenza governativa, questa volta nella direzione opposta.
Il nodo irrisolto: la censura silenziosa
Il valore simbolico e pratico del JAWBONE Act risiede soprattutto nel tentativo di portare alla luce ciò che normalmente rimane invisibile. La censura più insidiosa non è quella dichiarata, quella che si firma con un decreto o si annuncia con una conferenza stampa. È quella che si manifesta attraverso pressioni informali, telefonate, email non protocollate, «suggerimenti» recapitati nel silenzio degli uffici istituzionali. È quella che trasforma problemi apparentemente tecnici o burocratici — un contratto rescisso, un pignoramento bloccato senza ragione apparente, una fattura rifiutata con rigidità improvvisa — in strumenti di silenziamento.
Come quello che è successo a Byoblu, che dopo avere replicato con una lettera firmata da 50 mila persone e indirizzata alla Commissione Europea, in conseguenza dell’interrogazione parlamentare a Bruxelles di Pina Picierno, vice presidente del Parlamento Europeo, che di Byoblu chiedeva proprio la chiusura, ha perso gli studi televisivi, ha avuto pignoramenti dei conti durati oltre mezzo anno e ha perso il segnale televisivo. Coincidenze che forse, oggi, potrebbero finalmente avere un nome: jawboning.
Così come Byoblu è stata sicuramente vittima eccellente di Jawboning quando fu oscurata da Youtube nel marzo 2021. Successivamente, emersero confessioni dei social network in merito alle enormi pressioni del Governo Biden per oscurare chi faceva una critica razionale e non mainstream della fase pandemica.
Se la proposta di Cruz e Wyden diventerà legge è ancora da vedere: le probabilità sembrano scarse, anche in ragione delle divisioni politiche al Congresso. Ma il solo fatto che senatori di opposto orientamento abbiano trovato un terreno comune su questo tema segnala che il problema esiste, è reale e merita risposte all’altezza della sua complessità.
Fonti: