USA bloccano i modelli IA di Anthropic per stranieri: sicurezza nazionale o supremazia tecnologica?

Venerdì 12 giugno 2026, alle 17:21 ora di Washington, il governo degli Stati Uniti ha inviato un ordine formale ad Anthropic — una delle principali startup americane nel campo dell’intelligenza artificiale — imponendo la sospensione immediata dell’accesso ai suoi due modelli più potenti, Fable 5 e Mythos 5. Tutto questo a soli tre giorni dal lancio commerciale dei prodotti. La motivazione ufficiale è la «sicurezza nazionale».
La notizia, rilanciata da ANSA, Il Sole 24 Ore e La Stampa tra il 12 e il 13 giugno 2026, mette al centro del dibattito globale una domanda sempre più urgente: l’intelligenza artificiale è diventata una questione di potere geopolitico prima ancora che di tecnologia?
Cosa sono Fable 5 e Mythos 5: perché sono così importanti
Prima di capire cosa è successo, è utile spiegare di cosa si parla. Anthropic è una società americana fondata da ex ricercatori di OpenAI (l’azienda dietro ChatGPT) e produce modelli di intelligenza artificiale avanzati chiamati Claude. I modelli di IA sono, in parole semplici, programmi informatici addestrati su enormi quantità di dati che riescono a rispondere a domande, scrivere testi, analizzare documenti, scrivere codice informatico e molto altro — con un livello di capacità sempre più vicino a quello umano.
Fable 5 e Mythos 5 rappresentano, secondo Anthropic stessa, il vertice attuale della propria tecnologia. Nei cosiddetti benchmark — cioè le prove standardizzate che misurano le capacità di un sistema di IA — questi modelli avrebbero ottenuto risultati di punta nel settore. Fable 5 è stato descritto come il primo modello di Anthropic reso disponibile al grande pubblico con caratteristiche così avanzate, dotato di nuove misure di sicurezza in grado di bloccare automaticamente risposte in aree considerate ad alto rischio. Mythos 5, invece, è la versione aggiornata di Claude Mythos Preview, un modello che già ad aprile 2026 aveva colpito positivamente sia gli investitori di Wall Street sia i funzionari governativi americani per le sue straordinarie capacità nel campo della cybersecurity — ovvero la sicurezza informatica.
A tal punto che all’epoca Anthropic aveva scelto di non renderlo disponibile al pubblico generico, limitandone l’accesso a un gruppo ristretto di aziende selezionate nell’ambito del cosiddetto Project Glasswing, un’iniziativa dedicata alla sicurezza informatica.
L’ordine del governo e la reazione di Anthropic
Sabato pomeriggio, Anthropic ha comunicato pubblicamente di aver ricevuto l’ordine governativo invocando le normative sul controllo delle esportazioni. Si tratta di leggi americane che regolano la circolazione di beni, tecnologie e servizi considerati strategici al di fuori dei confini degli Stati Uniti — o verso soggetti stranieri. In questo caso, il governo ha stabilito che Fable 5 e Mythos 5 non possono essere accessibili a «qualsiasi cittadino straniero, all’interno o all’esterno degli USA», comprese le persone che lavorano per Anthropic stessa ma che non possiedono la cittadinanza americana.
Il problema, ha spiegato l’azienda, è tecnico oltre che legale: non è possibile filtrare gli utenti in base alla nazionalità in modo affidabile. Di conseguenza, Anthropic ha dovuto sospendere l’accesso a tutti i clienti, senza distinzione, precisando che tutti gli altri modelli della gamma Claude non sono stati interessati dalla misura.
Nella dichiarazione ufficiale, la società si è scusata con i propri clienti per il disservizio, ma ha anche espresso una critica esplicita all’operato del governo. Anthropic ha ricordato di aver sostenuto pubblicamente «che il governo debba avere la facoltà di bloccare le applicazioni non sicure, nell’ambito di un processo normativo trasparente, equo, chiaro e basato su dati tecnici concreti», aggiungendo però che «questa azione non rispetta tali principi».
Una presa di posizione netta, che fotografa un rapporto già teso tra la startup e l’amministrazione Trump.
Il conflitto in corso tra Anthropic e il Pentagono
Quello di venerdì non è il primo scontro tra Anthropic e Washington. All’inizio del 2026, il Pentagono — il ministero della Difesa statunitense — ha classificato Anthropic come un «rischio per la catena degli approvvigionamenti», attribuendole un’etichetta normalmente riservata ad avversari stranieri come la Cina o la Russia. Tale classificazione obbliga i contractor della difesa — cioè le aziende private che lavorano per le forze armate americane — a certificare che non utilizzeranno i modelli Claude in attività militari.
Anthopic ha risposto portando in giudizio l’amministrazione Trump, chiedendo la revoca del provvedimento. La controversia legale è ancora in corso.
È una situazione paradossale: un’azienda americana, con sede in California, finanziata da capitali americani e fondata da ricercatori formatisi negli Stati Uniti, viene trattata dal proprio governo come una potenziale minaccia. La ragione, secondo gli osservatori, va cercata non tanto nella storia di Anthropic quanto nella natura della tecnologia che produce: un’IA sufficientemente avanzata da essere considerata, in mani sbagliate, uno strumento di potenza paragonabile a un’arma.
La geopolitica dell’intelligenza artificiale: perché Trump vuole blindare i modelli più avanzati
Per capire le motivazioni profonde di questa mossa, bisogna allargare lo sguardo. Gli Stati Uniti sono impegnati in una corsa tecnologica senza precedenti con la Cina, e in misura minore con altri attori come l’Iran, nel campo dell’intelligenza artificiale. Pechino ha investito decine di miliardi di dollari nello sviluppo di propri modelli di IA — come DeepSeek, che ha sorpreso il mondo all’inizio del 2025 — e considera esplicitamente la supremazia tecnologica come un obiettivo strategico nazionale.
In questo contesto, un modello come Fable 5 o Mythos 5 — capace di ragionare in modo avanzato sulla cybersecurity, potenzialmente utilizzabile per individuare vulnerabilità nei sistemi informatici o per condurre operazioni di intelligence — diventa qualcosa di più di un prodotto commerciale. Diventa, secondo la visione dell’amministrazione americana, un asset strategico da proteggere come si protegge una tecnologia militare.
La logica sottostante è quella del cosiddetto export control: se un paese avversario riesce ad accedere alle tecnologie più avanzate sviluppate negli USA, può colmare il divario tecnologico senza aver investito nella ricerca. È esattamente quello che Washington teme: che ingegneri o agenti cinesi, iraniani o di altri paesi considerati non allineati ottengano accesso — anche solo indiretto, attraverso API o account commerciali — a modelli di IA di frontiera.
Dietro la scelta di bloccare persino i dipendenti stranieri di Anthropic c’è la preoccupazione che informazioni riservate sul funzionamento dei modelli — le architetture, i pesi, le capacità — possano essere trafugate verso paesi concorrenti. È una misura drastica, che sacrifica efficienza operativa sull’altare della sicurezza.
Non va trascurata, però, anche un’altra lettura: quella del vantaggio competitivo. Tenere i modelli più avanzati accessibili soltanto a cittadini americani significa garantire alle imprese e alle istituzioni statunitensi un vantaggio strutturale nell’adozione dell’IA rispetto al resto del mondo — inclusi gli alleati europei. È una forma di protezionismo tecnologico: si costruisce un perimetro attorno agli strumenti più potenti, favorendo chi è dentro quel perimetro.
Anthropic verso Wall Street: il contesto finanziario
La vicenda assume un ulteriore rilievo considerando che Anthropic ha depositato pochi giorni fa, in forma riservata, un prospetto informativo alla SEC — la Commissione americana per i titoli e gli scambi, equivalente alla nostra Consob — in vista di una quotazione in borsa a Wall Street. La valutazione di mercato della società, secondo quanto riportato dall’ANSA, avrebbe superato i 965 miliardi di dollari, collocandola tra le aziende tecnologiche più preziose al mondo.
In questo contesto, la sospensione dei modelli di punta rischia di creare incertezza tra i potenziali investitori: un’azienda che può essere costretta a ritirare i propri prodotti di punta con poche ore di preavviso è un’azienda esposta a un rischio regolatorio significativo. D’altro canto, essere percepita come uno strumento della sicurezza nazionale americana potrebbe in futuro garantirle contratti governativi e protezione istituzionale.
L’Europa e l’Italia: il rischio della dipendenza tecnologica
Questa vicenda parla anche a noi, e lo fa con un’urgenza che non possiamo permetterci di ignorare.
L’Italia e l’Europa non possiedono oggi modelli di intelligenza artificiale di frontiera paragonabili a quelli di Anthropic, OpenAI, Google DeepMind o dei laboratori cinesi. La nostra industria, le nostre pubbliche amministrazioni, le nostre università e i nostri sistemi di difesa sono — e saranno sempre di più — dipendenti da tecnologie sviluppate altrove, sotto giurisdizioni straniere, soggette a decisioni politiche su cui non abbiamo alcuna voce in capitolo.
Quello che è accaduto venerdì sera a Washington è una dimostrazione plastica di questa vulnerabilità: con un ordine emesso in un venerdì pomeriggio, il governo americano ha spento un prodotto commerciale per milioni di utenti nel mondo, inclusi potenzialmente utenti e aziende europee. Senza preavviso, senza consultazione, senza appello immediato.
La colonizzazione digitale non si compie con eserciti o sanzioni: si compie attraverso la dipendenza tecnologica. Un paese che non sviluppa proprie capacità nell’intelligenza artificiale è un paese che, nel prossimo decennio, si troverà a comprare servizi strategici da chi li controlla — accettandone le condizioni, i prezzi e, soprattutto, i limiti. Non sarà una conquista militare: sarà qualcosa di più sottile e più difficile da rovesciare. I lavoratori europei opereranno con strumenti sviluppati da altri, le nostre aziende competeranno in un mercato dove i concorrenti americani e cinesi avranno accesso a capacità precluse a noi, i nostri governi prenderanno decisioni su infrastrutture critiche governate da algoritmi che non capiscono e non controllano.
Il divario nell’intelligenza artificiale tra l’Europa e i leader globali — Stati Uniti e Cina — non è ancora incolmabile. Ma ogni anno che passa senza una strategia industriale e di ricerca credibile lo rende più difficile da recuperare. I segnali ci sono: la Francia con Mistral AI, la Germania con investimenti crescenti, l’Unione Europea con l’AI Act come quadro regolatorio. Ma la regolamentazione senza capacità produttiva è un recinto senza bestiame: definisce i confini di qualcosa che non abbiamo.
Procedere a passi spediti verso il recupero del gap tecnologico nell’IA non è un’opzione tra le altre. È una necessità strategica, paragonabile — per un paese industriale del XXI secolo — a quella di avere un’industria energetica, una difesa credibile, un sistema sanitario sovrano. Chi non capisce questo oggi, lo capirà domani — quando sarà troppo tardi per cambiare le regole del gioco. E forse lo è già.