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Esteri

Usa, sanzioni alla Corte Penale Internazionale dopo il Nobel a Navi Pillay, che accusa Israele di genocidio a Gaza

Rubio colpisce l’intero tribunale dell’Aia poche ore dopo il premio a Navi Pillay. L’Europa evoca lo scudo contro le sanzioni americane.
Byoblu·09 ottobre 2026
Esteri — Byoblu
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Gli Stati Uniti hanno annunciato oggi sanzioni contro la Corte penale internazionale (Cpi), il tribunale con sede all’Aia che giudica genocidio, crimini di guerra, crimini contro l’umanità e aggressione. Per la prima volta nel mirino non finiscono singoli giudici o procuratori, ma l’istituzione intera. La misura porta la firma del segretario di Stato Marco Rubio ed è resa operativa dal Dipartimento del Tesoro. È arrivata poche ore dopo che il comitato norvegese ha assegnato il Nobel per la pace a Navi Pillay, giurista sudafricana ed ex giudice della stessa Corte. La motivazione ufficiale è impedire che la Cpi possa processare cittadini americani. Sullo sfondo ci sono i mandati d’arresto contro il premier israeliano Benjamin Netanyahu.

Cosa prevedono le sanzioni Usa contro la Corte dell’Aia

Il meccanismo è quello classico del Tesoro americano. Vengono bloccati tutti i beni e gli interessi della Corte sotto giurisdizione Usa. È vietato a cittadini e aziende americane fornire denaro, beni o servizi al tribunale senza un’autorizzazione dell’OFAC, l’ufficio del Tesoro che gestisce le liste nere finanziarie.

Secondo quanto riportato dall’agenzia Associated Press, le imprese statunitensi avranno sei mesi per chiudere i rapporti con la Corte. Sono previste esenzioni temporanee per manutenzione, tecnologia e fondi pensione. Il Dipartimento di Stato spiega che servono a dare agli Stati membri il tempo di mostrare «progressi significativi» verso soluzioni che rispondano alle preoccupazioni americane.

In altre parole, le sanzioni sono anche una leva negoziale, con un conto alla rovescia.

Rubio: «O la Cpi smette, o la chiudiamo»

Rubio ha annunciato la misura con un video sui social. «Il presidente Trump non permetterà mai che la Corte penale internazionale processi gli americani», ha detto. Ha definito la Cpi un «tribunale canaglia» e ha promesso di tagliarne le risorse, «paralizzando la sua capacità di operare».

Poi la frase più dura: «O la Cpi mette fine alle sue minacce, o noi mettiamo fine alla Cpi». Se la Corte non cambierà rotta, ha aggiunto, Washington continuerà a smantellarla «passo dopo passo».

Il messaggio è rivolto anche agli alleati. Rubio si aspetta che limitino il lavoro del tribunale e ha ricordato che molti di loro ne sono membri e, insieme, dipendono dai soldati americani per la propria difesa. Già a luglio aveva lanciato una campagna per isolare la Corte, invitando altri Paesi a uscirne. Washington ha anche fatto sapere che terrà conto dei rapporti con la Cpi quando deciderà gli aiuti esteri.

Perché Washington vuole fermare il tribunale

La Cpi è nata nel 2002 con lo Statuto di Roma. Ne fanno parte 125 Stati, tra cui tutti i Paesi dell’Unione europea. Stati Uniti e Israele non vi hanno mai aderito. La Corte sostiene però di poter giudicare crimini commessi da chiunque sul territorio di uno Stato membro. La Palestina ne fa parte.

A novembre 2024 i giudici hanno emesso mandati d’arresto per Netanyahu e per l’allora ministro della Difesa Yoav Gallant, accusati di crimini di guerra e crimini contro l’umanità a Gaza. Israele respinge le accuse. Washington contesta anche una vecchia indagine sui militari americani in Afghanistan, che secondo Reuters è stata chiusa.

Ad oggi la Corte non ha mai cercato di processare un cittadino statunitense. Esiste inoltre una legge Usa del 2002 che vieta l’estradizione di americani all’Aia e autorizza l’uso della forza militare per liberare un cittadino detenuto dalla Corte. I critici la chiamano «clausola di invasione dell’Aia».

L’escalation ha una storia. Trump aveva già sanzionato funzionari della Corte nel primo mandato, misure poi revocate da Joe Biden. Dal ritorno alla Casa Bianca, a gennaio 2025, sono finiti nelle liste giudici, procuratori, organizzazioni palestinesi che hanno fornito prove al tribunale e la relatrice speciale Onu sui territori palestinesi occupati, l’italiana Francesca Albanese. Ad agosto è toccato alla presidente della Corte, Tomoko Akane. Secondo la Cpi, già allora erano sanzionati nove giudici su diciotto.

Navi Pillay, il Nobel e il rapporto sul genocidio a Gaza

Navi Pillay ha 85 anni. È stata giudice della Cpi dal 2003 al 2008. Nel 2025 ha guidato la commissione Onu che ha concluso che le azioni di Israele a Gaza costituiscono un genocidio. Israele contesta quella conclusione.

Il comitato del Nobel ha spiegato di voler lanciare un richiamo in un momento in cui «giudici e istituzioni del diritto internazionale sono sotto attacco politico». E ha aggiunto che un sistema in cui i criminali di guerra rispondono delle proprie azioni è «una precondizione per un mondo pacifico».

William Schabas, docente di diritto internazionale alla Middlesex University di Londra, legge nel premio un riconoscimento alla Corte e «una sorta di educato sostegno» al rapporto di Pillay su Israele. Schabas collega anche la tempistica delle sanzioni all’irritazione di Trump verso il comitato norvegese, al quale il presidente rimprovera di non avergli assegnato il premio.

C’è però un dato che va tenuto presente. Secondo fonti citate da Reuters, il pacchetto contro la Corte era pronto almeno da settembre e se ne prevedeva l’annuncio durante l’Assemblea generale dell’Onu. Le sanzioni non nascono quindi dal Nobel. Resta la scelta del giorno, che il ministro tedesco della Giustizia ha definito una «beffa amara».

Chi paga davvero il conto

Colpire un’istituzione intera, con circa 900 dipendenti, cambia la portata delle sanzioni. Banche, assicurazioni e fornitori di software rischiano di dover interrompere i rapporti. E gli istituti di credito tendono ad applicare le sanzioni americane oltre il necessario, perché non possono permettersi di perdere l’accesso al sistema finanziario Usa. Una scelta unilaterale di Washington diventa così un vincolo per soggetti di Paesi terzi.

La stessa Corte aveva avvertito che sarebbero a rischio servizi informatici, assicurazioni, assunzione di investigatori e perfino il pagamento degli stipendi, compresi quelli di decine di dipendenti americani. Gli osservatori temono effetti anche sulla rete di organizzazioni locali che raccolgono prove sul campo.

Il tribunale si prepara da oltre un anno. Ha sostituito i programmi Microsoft con software open source, ha stretto nuovi accordi bancari e sanitari e ha chiuso il rapporto con l’assicuratore francese Axa. «Hanno sviluppato un piano B», osserva Schabas. Quanto reggerà, ammette, «resta da vedere».

Negli Stati Uniti alcune organizzazioni per i diritti umani e giudici sanzionati hanno già fatto causa nei tribunali federali, sostenendo che queste misure violano libertà costituzionali.

Le reazioni: Europa tra condanna e scudo legale

La Cpi parla di un «attacco allo Stato di diritto». «La storia giudicherà questo momento», scrive in una nota. La presidente Akane assicura che la Corte continuerà a lavorare «sulla base del diritto e delle prove». La procuratrice aggiunta Nazhat Shameem Khan ha detto a Reuters che il lavoro proseguirà in tutte le indagini.

Netanyahu ha ringraziato Washington. Ha definito la Cpi «un’entità politica» e «un pericolo mortale per le democrazie rispettose del diritto».

La Commissione europea si dice «profondamente rammaricata» e pronta a «prendere tutte le misure necessarie». Ricorda anche che i sei mesi di transizione lasciano spazio al dialogo. Dalla Germania, la ministra della Giustizia Stefanie Hubig parla di «un giorno buio per il diritto internazionale» e ricorda che furono proprio gli Stati Uniti a volere i processi di Norimberga contro i gerarchi nazisti.

Il ministro degli Esteri belga Maxime Prévot chiede di attivare il blocking statute. È un regolamento europeo che vieta alle aziende dell’Unione di adeguarsi a determinate sanzioni extraterritoriali di Paesi terzi e ne neutralizza gli effetti nel mercato interno. Era stato sollecitato già in settimana dal cancelliere della Corte, Osvaldo Zavala Giler.

Più prudente il Giappone. Tokyo esprime «profonda preoccupazione», ma aggiunge che la Corte deve risolvere i propri problemi di gestione per conservare la fiducia della comunità internazionale.

Non tutto il mondo fa quadrato attorno all’Aia. A luglio Ciad e Venezuela hanno avviato l’uscita dalla Corte, dopo Burkina Faso, Mali e Niger. Diversi Paesi del Sud del mondo la accusano da tempo di applicare la giustizia in modo diseguale, colpendo soprattutto i governi più deboli.

Per Mark Kersten, esperto di diritto internazionale, si è materializzato «lo scenario peggiore». Senza un intervento concreto degli Stati membri, sostiene, la Corte non sopravviverà.

La partita si sposta ora a Bruxelles. Prévot ha annunciato che il tema sarà discusso lunedì 12 ottobre dai ministri degli Esteri dell’Unione e al Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre. Da lì partono i sei mesi concessi alle aziende americane prima che il blocco diventi pieno.

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