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Politica

Vigilanza Rai: l’opposizione si dimette in blocco. Ma il copione è sempre quello: la Rai è della politica, non dei cittadini.

Floridia (M5s) e i consiglieri di Pd, 5Stelle, Avs e Iv abbandonano la commissione bicamerale. «La misura è colma». Anche la nostra, diremmo noi.
Byoblu·02 luglio 2026
Politica — Byoblu

Nella mattina di oggi tutti i componenti dell’opposizione nella Commissione parlamentare di Vigilanza sulla Rai hanno rassegnato le proprie dimissioni. Ad andarsene sono i rappresentanti di Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi-Sinistra e Italia Viva, insieme alla presidente della commissione bicamerale stessa, Barbara Floridia del M5S. Una rottura formale e simbolica con un organismo che da settimane era di fatto paralizzato.

Le parole di Floridia: «Manca persino il pudore»

Floridia ha affidato ai social la spiegazione del gesto. «Perché oggi? Perché la misura è colma», ha scritto. «Perché manca un anno alle elezioni e servirebbe una Commissione attiva e vigile sul servizio pubblico, perché manca persino il pudore di nascondere ciò che sta accadendo. Io non sono disposta a trascorrere l’ultimo anno di questa legislatura assistendo impotente alle richieste di audizioni da parte delle opposizioni sistematicamente bocciate dalla maggioranza per impedire di fare domande, di pretendere risposte, di chiedere conto a chi sta gestendo la Rai».

Secondo l’ex presidente, la maggioranza avrebbe usato i numeri in commissione per bloccare sistematicamente qualsiasi tentativo di controllo reale sulla gestione del servizio pubblico radiotelevisivo.

Un precedente già nell’aria

L’ipotesi di dimissioni di massa non era nuova. Già nel febbraio 2025, la tentazione di azzerare la Vigilanza per sbloccare uno stallo ormai cronico circolava sia tra le fila dell’opposizione sia, in modo più sotterraneo, in quelle della maggioranza. Il precedente storico citato in quell’occasione era quello dell’ex senatore Riccardo Villari, che nel 2009 si dimise dalla presidenza della stessa commissione in circostanze analoghe di paralisi istituzionale.

La Rai e il nodo mai sciolto della lottizzazione

Le dimissioni di oggi non cadono nel vuoto. Cadono su un terreno che da decenni presenta le stesse caratteristiche: una televisione pubblica che risponde prima agli equilibri di partito e poi — molto dopo — agli interessi dei cittadini che la finanziano obbligatoriamente attraverso il canone in bolletta.

Non è la prima volta che la Rai finisce al centro di polemiche per episodi che vanno ben oltre la normale dialettica politica. Vale la pena ricordare il caso di Marc Innaro, l’inviato a Mosca allontanato perché la sua narrazione non si allineava alla vulgata occidentale sul conflitto russo-ucraino. Vale la pena ricordare le pressioni di Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo, sulla Rai che hanno impedito a Massimo Giletti di intervistare Vladimir Solovyev, intervista che poi fece Byoblu in televisione, ricavandone una interrogazione alla Commissione UE a firma Picierno, che chiedeva l’oscuramento dell’emittente. Episodi che, al di là delle ricostruzioni parziali, fotografano un sistema in cui il confine tra servizio pubblico e strumento politico è sistematicamente poroso.

Un balletto double face

Sarebbe ingenuo presentare le dimissioni di oggi come un atto di purezza democratica. La politica italiana conosce bene questi copioni: con la maggioranza e l’opposizione a parti inverse, il balletto sarebbe andato in scena esattamente allo stesso modo. Chi governa usa la Rai, chi è all’opposizione protesta. Poi si alternano, e i ruoli si invertono. La macchina, però, non cambia mai.

Il problema non è chi siede oggi alla Vigilanza o chi si dimette. Il problema è strutturale: finché la Rai resterà agganciata al carro della politica, ogni commissione di vigilanza sarà solo il campo di battaglia su cui i partiti si combattono per il controllo dell’informazione. A pagare il conto, come sempre, sono i contribuenti — con il canone in bolletta — e i cittadini che cercano informazione pubblica affidabile e trovano, invece, propaganda di turno.


Fonti:

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