Virus Shamonda, primo caso umano al mondo: un morto in Francia.

Oggi le autorità francesi hanno annunciato il primo caso umano al mondo di infezione da virus Shamonda. Un paziente ricoverato a Lione, con le difese immunitarie a terra per via di una malattia grave, è morto all’inizio di ottobre. Finora questo virus si era visto solo negli animali, soprattutto nelle mucche. Lo ha confermato anche l’ECDC, il Centro europeo che si occupa di prevenzione e controllo delle malattie. Perlomeno, questi sono i titoli, anche se a ben guardare… no: non è ancora certo che sia stato proprio il virus a ucciderlo. “‘nché senso?“, avrebbe detto Verdone. Ed è la stessa faccia che ho fatto io. Ma andiamo avanti.
Che cos’è il virus Shamonda, spiegato semplice
Lo Shamonda è un virus che colpisce il bestiame. Soprattutto i bovini, in particolare le mucche da latte. Ma può prendere anche pecore, capre e cavalli.
Non passa da una mucca all’altra come un raffreddore. A trasportarlo sono dei moscerini minuscoli, molto più piccoli di una zanzara, che si chiamano Culicoides. Il moscerino punge un animale infetto, poi ne punge un altro. E il virus fa il salto di ospite in ospite.
Nella mucca cosa succede? Febbre, stanchezza, diarrea. E soprattutto cala il latte: anche del 10-20% nei giorni successivi all’infezione. Poi la produzione si riprende, ma senza tornare del tutto come prima. Nelle mucche gravide può causare aborti e malformazioni nei vitelli. Un vaccino specifico, per gli animali oggi non c’è.
È parente stretto di un altro virus che forse qualche allevatore ricorda: lo Schmallenberg, arrivato in Europa nel 2011 e che fece parecchi danni nelle stalle.
Come si è infettato il paziente di Lione
Il paziente era ricoverato agli Hospices Civils de Lyon, il grande polo ospedaliero della città, per una malattia seria. Il suo sistema immunitario era molto indebolito. Tradotto: il suo corpo non riusciva a difendersi come quello di una persona sana.
Il 23 settembre sono comparsi i primi segnali neurologici, cioè problemi legati al cervello e ai nervi. Circa due settimane dopo, il paziente è morto.
I medici hanno analizzato il liquido che circonda il cervello e il midollo spinale. Lì dentro hanno trovato il virus, e precisamente una variante chiamata SHAV-EU1. Quella che circola in Europa.
L’ipotesi delle autorità francesi è semplice: il paziente sarebbe stato punto da uno di questi moscerini nell’est della Francia. Proprio una zona dove, in primavera e in estate, il virus girava tra gli animali. Quale specie di moscerino sia stata coinvolta, ancora non si sa.
Allora, è stato il virus a ucciderlo?
Il ministero francese dell’Agricoltura dice che le complicazioni al cervello osservate prima della morte sono «molto probabilmente» legate all’infezione. Ma “molto probabilmente” non significa sicuramente.
Le indagini cliniche, di laboratorio ed epidemiologiche vanno avanti. Bisogna capire due cose: se il virus ha causato o almeno contribuito alla morte, e come è avvenuto esattamente il contagio.
Dal board dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus ha espresso su X le sue «più sentite condoglianze ai suoi cari». Ha ricordato che il paziente era immunodepresso, quindi più esposto a una forma grave. E ha aggiunto che «sono necessari ulteriori studi per comprendere pienamente la trasmissione». Secondo l’OMS, con le informazioni disponibili oggi, si tratterebbe di un caso isolato, con poche probabilità di diffondersi oltre.
Le autorità francesi, per la popolazione generale, al momento non hanno individuato alcun rischio. Altri casi umani non ne sono stati segnalati.
Dalla Nigeria alle stalle d’Europa
Un po’ di storia, per capire da dove arriva. Il virus Shamonda è stato scoperto in Nigeria nel 1965. Per decenni è comparso qua e là nel bestiame in Africa e in Giappone. Mai un caso umano documentato.
In Europa è arrivato quest’anno. Nelle stalle i primi sintomi si sono visti a giugno, e a fine luglio il virus è stato identificato con certezza in bovini malati tra Germania del sud, Svizzera e Francia dell’est.
Da lì si è allargato: Austria, Belgio, Irlanda, Italia, Liechtenstein, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Spagna, l’isola di Jersey. Alcuni bollettini segnalano anche la Slovenia. In Svizzera si sono contati quasi 200 casi positivi in 22 cantoni, ma a metà ottobre gli esperti elvetici hanno detto che la fase più acuta si stava spegnendo. Il punto è che solo tre o quattro mesi dopo dalla sua comparsa in Europa arriva questa morte. Può essere un caso, ma va studiato bene.
Comunque c’è anche una buona notizia stagionale: con il freddo questi moscerini lavorano meno. Sono attivi soprattutto dalla primavera all’autunno.
E in Italia?
Come già anticipato più su, il virus c’è anche da noi, negli allevamenti. Il ministero della Salute l’aveva già segnalato il 17 settembre, chiedendo un’attenta sorveglianza veterinaria. A ricordarlo è Enrico Di Rosa, presidente della Società Italiana d’Igiene. Che oggi chiede di più: rafforzare il controllo sui virus, sulle malattie e anche sugli insetti che le portano. Questo caso, dice, è un richiamo a «non abbassare la guardia nei confronti delle malattie infettive emergenti».
Il virus non passa all’uomo né toccando gli animali né mangiando latte o carne. Nel caso di Lione si parla infatti di una puntura di insetto, non di cibo. Almeno fino ad oggi.
Il motivo di questi allarmi
Non c’è da preoccuparsi, ovviamente. Non adesso. Tuttavia, quando un virus minaccia la salute umana, seppure di una persona gravemente malata, va monitorato con attenzione. Quella persona, un domani, potremmo essere noi.
Inoltre, «finora considerato non trasmissibile all’uomo» significa quello che significa: “finora”. Vuol dire solo che non l’avevamo mai visto in un essere umano. È diverso dal dire che non poteva succedere. E infatti, in un modo o nell’altro, è successo.
C’è chi, come il ricercatore spagnolo David Roiz, spiega che con animali e merci che viaggiano per il mondo e un clima che cambia, casi così non sono strani. Può darsi. Un singolo episodio non dimostra niente. Lo Schmallenberg arrivò quindici anni fa, e nessuno ne fece una bandiera.
La riflessione che si può fare è un’altra. Il virus nelle mucche l’abbiamo trovato perché le mucche fanno meno latte. E meno latte significa meno soldi: l’allevatore se ne accorge subito. Ma una persona con febbre e mal di testa dopo una puntura in campagna, chi la controlla? A Lione l’hanno trovato perché cercavano nel liquido del cervello di un paziente gravissimo, in un grande ospedale. Questo significa che ogni giorno potrebbero succedere casi di infezione in grande numero, che tuttavia non vengono rivelati e causano problemi che si risolvono da soli.
L’umanità convive con una quantità impressionante di microorganismi e di materiale tossico o comunque potenzialmente nocivo. Lo fa da sempre, e non ne conosciamo che una parte insignificante. Per di più, vediamo solo quella che vogliamo vedere, perché la cerchiamo appositamente con test specifici e costosi microscopi. Di solito il nostro organismo sconfigge ogni minaccia in maniera straordinariamente efficiente. Talvolta non va così. E spesso moriamo senza neanche sapere perché. Ricorderete i casi anche recenti di sfortunatissimi bimbi a cui sono venute febbri altissime che in poche ore non hanno lasciato loro scampo. Né i giornali né gli ospedali avevano una spiegazione. È qualcosa che fa tremar le vene e i polsi a ogni genitore del mondo. E non è successo in una campagna sconosciuta, ma nel civilissimo e attrezzatissimo nord Italia. Non sappiamo cosa sia stato, semplicemente perché non sappiamo cosa cercare. Ci dobbiamo inciampare sopra, per dargli un nome.
Quindi un moscerino è un moscerino, ma ogni agente patogeno che scopriamo e che potenzialmente può essere pericoloso per l’uomo è comunque una notizia da tenere sotto osservazione. Come questa.