Zuckerberg: «Bloccare l’IA cinese non aiuterà gli Stati Uniti»

Mark Zuckerberg ha scelto la settimana giusta per rompere il silenzio. In un’intervista pubblicata martedì da un grande quotidiano americano, e in un intervento a sua firma comparso in questi giorni sulle pagine di opinione di un giornale finanziario statunitense, il fondatore di Meta (Facebook) ha attaccato frontalmente la linea sostenuta da OpenAI e Anthropic: costruire l’intelligenza artificiale dentro laboratori chiusi, sotto controllo strettissimo, e chiedere a Washington di mettere fuori mercato i modelli sviluppati in Cina. Secondo Zuckerberg, quella strada porterebbe a una «centralizzazione» del potere tecnologico e, di fatto, a «rinunciare ai nostri valori». La sua tesi, ripetuta da giorni, è che bloccare l’IA cinese non renderà gli Stati Uniti più forti.
Il 42enne amministratore delegato di Meta non ha nominato i concorrenti. Ma il bersaglio era evidente. «Gran parte del discorso che arriva da molti altri laboratori è dominato da visioni catastrofiste», ha detto. «Servono una voce, o più voci, che portino un po’ di realismo in questo dibattito».
Di che cosa si sta litigando, spiegato semplice
Per capire la posta in gioco bisogna afferrare una distinzione che sembra da addetti ai lavori e invece decide chi comanderà nei prossimi vent’anni.
Un modello di intelligenza artificiale è, in sostanza, un enorme insieme di numeri — i cosiddetti “pesi” — ottenuto macinando quantità gigantesche di testi, immagini e codice. Quei numeri sono il cervello del sistema.
Ci sono due modi di gestirli. Il primo: li tieni chiusi nei tuoi server e vendi l’accesso, come fa un’azienda elettrica che ti dà la corrente ma non ti lascia entrare nella centrale. È il modello di OpenAI e di Anthropic. Il secondo: pubblichi i pesi, chiunque li scarica, li installa sui propri computer, li modifica e li usa senza chiedere permesso a nessuno. È il modello “aperto”, quello che Meta ha praticato per anni regalando i suoi sistemi (sul “chiunque” poi ci sarebbe da discutere, visto che i modelli recenti richiedono server farm da centinaia di migliaia di euro).
La differenza non è ideologica. È di potere. Nel primo caso l’accesso alla tecnologia dipende dalla decisione di un’azienda privata — o di un governo che su quell’azienda può mettere le mani. Nel secondo caso la tecnologia, una volta uscita, non torna più dentro.
La scintilla: un modello cinese chiamato Kimi K3
La polemica è deflagrata a metà luglio. Il 16 luglio la società cinese Moonshot AI ha presentato Kimi K3, un modello dichiarato a 2.800 miliardi di parametri, distribuito in modalità “open weight”: scaricabile e installabile, anche se l’azienda non pubblica i dati di addestramento né l’intero processo con cui è stato costruito. In alcuni test comparativi si è piazzato ai vertici delle classifiche sulla programmazione, affiancando o superando sistemi americani molto più costosi. La domanda ha saturato i server di Moonshot, che ha dovuto sospendere temporaneamente i nuovi abbonamenti.
Tradotto: il vantaggio tecnologico americano, dato per incolmabile, si è assottigliato in pochi mesi. E si è assottigliato con un prodotto che costa una frazione degli equivalenti statunitensi e che chiunque può portarsi in casa.
Anthropic sostiene che quei progressi non siano tutti frutto di ricerca autonoma. A febbraio ha accusato Moonshot AI, DeepSeek e MiniMax di aver usato il suo modello Claude per una “distillazione industriale”: in pratica, interrogare in massa un sistema più bravo per addestrare il proprio con le risposte ottenute. La tecnica in sé è comune e viene usata anche dalle aziende americane per creare versioni più piccole ed economiche dei propri modelli; secondo Anthropic, però, in questo caso è stata organizzata su scala industriale. L’azienda parla di circa 24.000 account fraudolenti e oltre 16 milioni di conversazioni generate aggirando i blocchi geografici tramite intermediari e servizi proxy. Le società cinesi coinvolte non hanno confermato gli addebiti.
Da qui la richiesta al governo americano: proteggere la proprietà intellettuale dei modelli statunitensi, impedire che chip e infrastrutture americane finiscano ad alimentare sistemi concorrenti. In un intervento pubblicato lunedì, il capo di Anthropic Dario Amodei ha riassunto le priorità della sua azienda: tenere «i chip potenti fuori dalle mani dei regimi autoritari», fermare la distillazione su scala industriale, imporre test di sicurezza a tutti i modelli sufficientemente capaci, aperti o chiusi.
Il fronte opposto: startup, Nvidia e la paura del monopolio
Sul versante contrario si è formato uno schieramento eterogeneo. Il 22 luglio oltre duecento fondatori di startup, con la partecipazione di figure legate all’acceleratore Y Combinator, hanno scritto al segretario al Commercio e ad altri membri dell’amministrazione Trump per chiedere di non chiudere l’accesso ai modelli aperti sviluppati all’estero. L’argomento è pratico: chi non ha miliardi da spendere in addestramento usa i modelli scaricabili perché costano poco e si possono adattare. Un divieto, sostengono, colpirebbe le piccole imprese e i ricercatori indipendenti, non Pechino.
Un passaggio tecnico che vale la pena chiarire, perché è il cuore dell’equivoco: installare un modello cinese sui propri server non significa spedire i propri dati in Cina. Il software gira dentro l’infrastruttura di chi lo usa. È il ragionamento con cui l’amministratore delegato di Airbnb Brian Chesky ha difeso pubblicamente l’uso di Qwen, il modello di Alibaba. Aziende come Cursor e Siemens starebbero sperimentando sistemi cinesi per compiti specifici, dove risultano abbastanza potenti e molto più economici.
Venerdì scorso è entrato in campo anche Jensen Huang, numero uno di Nvidia, con una lettera in difesa dello sviluppo aperto attorno alla quale una parte della Silicon Valley si è compattata. Questa settimana ha annunciato una coalizione per costruire strumenti aperti di sicurezza e cybersicurezza per l’IA, alla quale hanno aderito tra gli altri SpaceX e IBM. Va detto per onestà che la posizione di Nvidia non è solo filosofica: più aziende sviluppano intelligenza artificiale, più chip si vendono. Restringere la diffusione dei modelli significa restringere il mercato su cui l’azienda ha costruito la propria crescita.
Anche dentro l’amministrazione americana le posizioni divergono. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha accusato le società cinesi di aver incorporato capacità estratte dai modelli americani, ipotizzando sanzioni e l’inserimento di alcune aziende nella Entity List, la lista del Dipartimento del Commercio che limita i rapporti con i fornitori statunitensi. Si valuta anche se Moonshot abbia utilizzato chip Nvidia soggetti a controlli sulle esportazioni, eventualmente passando da data center in Paesi terzi. Sul fronte opposto, il consigliere della Casa Bianca per l’intelligenza artificiale David Sacks ha accusato i grandi laboratori di volersi servire del governo per ridurre la concorrenza dei modelli aperti, invitando a fermare quello che ha definito il «panico Kimi». Questa settimana Huang, Altman e altri dirigenti sono a Washington per portare le rispettive ragioni davanti all’amministrazione, che deve ancora decidere.
La “superintelligenza personalizzata” e lo scetticismo di Zuckerberg
Il passaggio più netto dell’intervista riguarda la sicurezza. Amodei insiste da tempo sull'”alignment risk”, il rischio che un sistema molto potente non risulti allineato agli interessi umani. Zuckerberg ha risposto con una critica di metodo: «Molti pensano che, se si costruisce una qualche intelligenza artificiale unica, attraverso una forma idealizzata di allineamento si possa garantire che sia benevola verso l’umanità. Personalmente sono scettico su questa strada».
La sua alternativa è quella che chiama «superintelligenza personalizzata»: sistemi configurati sulle esigenze e sui desideri di ciascuno, invece di un’unica intelligenza centrale incaricata di decidere il bene comune. «Credo che sia letteralmente impossibile avere una singola superintelligenza benevola che sia contemporaneamente allineata con tutti», ha detto.
Martedì, però, ricercatori di punta di Anthropic, OpenAI, Meta e Google hanno firmato insieme una lettera aperta intitolata «Pacing the Frontier», che chiede uno sforzo internazionale per costruire strumenti tecnici e di governance capaci di rallentare, per ragioni di sicurezza, la corsa allo sviluppo. Segno che le trincee sono meno nette di quanto le dichiarazioni pubbliche facciano sembrare.
Il conflitto d’interessi che nessuno può ignorare
Non si può leggere questa presa di posizione senza guardare al percorso di Meta, che è tutt’altro che lineare. Per anni l’azienda ha regalato i propri modelli, diventando la bandiera dell’IA aperta. Poi, la primavera scorsa, accortasi di essere rimasta indietro, ha cambiato passo: 14,3 miliardi di dollari investiti in ScaleAI, l’ingaggio del suo fondatore Alexandr Wang per rifondare la divisione di intelligenza artificiale — ribattezzata Meta Superintelligence Labs — miliardi spesi per costruire una squadra di ricercatori di primo livello. Quella squadra ha iniziato a sviluppare un modello non aperto, ma chiuso. E questo mese Meta ha cominciato a vendere l’accesso al suo ultimo sistema, Muse Spark: la prima volta nella sua storia. Contemporaneamente continua a rilasciare modelli aperti, e ha lanciato una campagna pubblicitaria nazionale con lo slogan della scommessa «sulle persone».
In altre parole: chi predica l’apertura la pratica a metà. E chi predica il controllo, come OpenAI, ricorda di aver sempre sostenuto il software libero e di collaborare con la Casa Bianca sulle modalità sicure di sviluppo. Ogni attore difende, insieme a un principio, un bilancio.
Perché riguarda anche chi l’intelligenza artificiale non la vuole
Si può guardare a tutto questo con fastidio, o con diffidenza, o semplicemente decidere di non usare nessun chatbot. Resta il fatto che l’infrastruttura che si sta costruendo in queste settimane finirà sotto la sanità, la scuola, le banche, le pubbliche amministrazioni, la logistica dei supermercati. E non perché sarà la politica a deciderlo, ma perché lo decideranno i costi.
Ora il punto. Se questa tecnologia resta nelle mani di tre o quattro società private con sede in California, sarà quel numero ristretto di consigli di amministrazione a stabilire chi può accedervi, a quale prezzo, con quali filtri su cosa si può chiedere e cosa no, e quali Paesi restano fuori (un po’ come è successo con internet, in misura diversa, e con i software di produttività come Office). Se invece i modelli restano scaricabili, un ospedale pubblico, un’università, un piccolo comune o una piccola azienda possono installarli in casa propria e non dipendere da nessuno — con il rovescio della medaglia che nessuno potrà più impedire che finiscano anche in mani sbagliate.
È un compromesso, non una soluzione: entrambe le opzioni hanno un prezzo, e chi lo nega sta vendendo qualcosa.
Zuckerberg ha ammesso che la discussione è aspra, e che non si aspetta un accordo generale: «Non so se l’obiettivo sia che tutti siano d’accordo su tutto». Sulla direzione della storia, però, non ha esitato: «Credo che l’arco generale del settore sia stato verso una maggiore apertura e verso il mettere il potere della tecnologia nelle mani di più persone, non di meno».
È una previsione, non un fatto. Nel frattempo, l’Europa osserva da spettatrice una partita che si gioca tra Washington, la Silicon Valley e Pechino, discutendo di altro. Noi abbiamo altre priorità: l’accesso ai minori, le regolamentazioni… Siamo pieni di regole, e non abbiamo niente a cui applicarle. E la decisione finale, quella che stabilirà se questa tecnologia sarà un bene diffuso o una rendita di posizione, verrà presa nelle prossime settimane in una stanza dove nessuno di noi – giustamente – è stato invitato.