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Francia sull’orlo del baratro: debito record e bilancio 2027. Per il NYTimes non ha più il controllo del proprio destino.

Per Mujtaba Rahman di Eurasia Group la crisi fiscale è la più grave delle tre che scuotono Parigi. Martedì il primo voto decisivo sulla manovra.
Byoblu·15 ottobre 2026
Economia — Byoblu

La Francia è sull’orlo del baratro. Lo sostiene Mujtaba Rahman, direttore per l’Europa di Eurasia Group, società di consulenza che valuta i rischi politici per investitori e governi. Lo ha scritto oggi in un editoriale sul New York Times, firmato da Bruxelles. Secondo Rahman il Paese è finito in un engrenage, un ingranaggio che si autoalimenta: tre crisi maturate negli anni, ciascuna delle quali ora accelera le altre. La più pericolosa, a suo giudizio, è quella dei conti pubblici. Il primo banco di prova arriva martedì prossimo, 20 ottobre, con il voto dell’Assemblea nazionale sul bilancio 2027.

Le tre crisi della Francia secondo il New York Times

La prima è una crisi della democrazia liberale. I sondaggi indicano che l’estrema destra potrebbe conquistare l’Eliseo alle presidenziali della prossima primavera.

La seconda è una crisi fiscale. Il debito pubblico francese ha toccato il record di circa 4.000 miliardi di dollari, pari a oltre 3.500 miliardi di euro. Il costo dei nuovi prestiti contratti dallo Stato ha superato quello di Italia e Grecia.

La terza riguarda i giovani. Nelle ultime settimane gli studenti hanno bloccato quasi metà dei licei del Paese.

Rahman riconosce il peso delle proteste e dell’avanzata della destra radicale. Ma individua nel dissesto dei conti la radice di gran parte dei problemi. Una crisi che, scrive, rischia di portare il Paese alla rovina.

Le scuole in piazza e il paradosso della spesa

Le proteste sono partite a metà settembre dalle periferie povere di Parigi. Poi si sono estese alle scuole statali di ogni regione, dalle grandi città ai centri di provincia. I manifestanti hanno tra i 15 e i 18 anni. Contestano orari lunghi, classi sovraffollate, assenze frequenti dei docenti ed edifici fatiscenti. Temono il riscaldamento globale, la crescita dell’estrema destra e l’impatto dell’intelligenza artificiale sul lavoro dei giovani. Al centro c’è la richiesta di più investimenti.

Martedì, secondo il ministero dell’Interno, circa 161.500 persone tra studenti, insegnanti, genitori e sindacalisti sono scese in piazza in tutta la Francia. A Parigi erano circa 41.500. In corteo c’era anche l’attivista svedese Greta Thunberg. La polizia ha usato i lacrimogeni vicino agli Invalides, a Parigi, e a Nantes.

Rahman segnala un apparente paradosso. Lo Stato francese spende per l’istruzione circa 100 miliardi di dollari l’anno, il 5,1% del prodotto interno lordo, più della media dell’Unione europea. Oltre un quarto di quella cifra, però, non va alle scuole: paga le pensioni degli insegnanti a riposo. Per l’analista è il sintomo di un problema più generale. Circa un quarto della spesa pubblica complessiva va in pensioni, un altro quarto in servizi sociali, dalla sanità ai sussidi di disoccupazione.

Cinquantadue anni senza un bilancio in pareggio

Nessun governo francese chiude i conti in attivo da 52 anni. Il debito, pari al 119% del Pil, resta comunque inferiore a quello di altri Paesi, Stati Uniti compresi. Nel 2019 Emmanuel Macron era riuscito a riportare il deficit annuo sotto il 3% del Pil, la soglia fissata dalle regole europee.

Poi è arrivata la pandemia. Con la promessa di spendere “whatever it takes”, tutto il necessario, per sostenere l’economia durante i lockdown, il deficit è salito al 9,2% nel 2020. In un solo anno il debito è cresciuto di 335 miliardi di dollari. Secondo Rahman, Parigi ha ritirato gli aiuti più lentamente degli altri partner europei. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, nel 2022, ha speso altri 95 miliardi per proteggere famiglie e imprese dal caro energia.

Macron, le riforme e lo stallo parlamentare

Rieletto nel 2022, Macron ha perso la maggioranza all’Assemblea nazionale, la camera bassa del Parlamento, che può sfiduciare il governo. Nel 2023 ha imposto la riforma delle pensioni, che alza gradualmente l’età pensionabile da 62 a 64 anni. Rahman la giudica necessaria. Oltre il 70% dei francesi era contrario, e una parte della protesta è sfociata in scontri.

Nel 2024 il presidente ha sciolto la camera e convocato elezioni anticipate. L’analista le definisce una scelta sbagliata: la coalizione centrista ne è uscita ridotta. Da allora due primi ministri hanno presentato piani per contenere la spesa. Entrambi sono stati sfiduciati da una maggioranza formata da sinistra ed estrema destra.

Rahman distribuisce le responsabilità. Una parte ricade su Macron. Un’altra sulle opposizioni, dalla France Insoumise, la sinistra radicale di Jean-Luc Mélenchon, al Rassemblement National di Marine Le Pen, che secondo l’editorialista hanno preferito il calcolo politico all’emergenza dei conti. A febbraio i socialisti hanno lasciato passare il bilancio 2026, in cambio della sospensione della riforma delle pensioni.

Il voto del 20 ottobre e lo spettro del Fondo monetario

L’attuale premier, Sébastien Lecornu, ha presentato una manovra 2027 che punta a riportare il deficit al 5% del Pil. Quest’anno la previsione è del 5,4%. Il dibattito parlamentare è iniziato martedì scorso. Martedì prossimo è in programma il primo voto chiave.

Se la manovra non passa, scrive Rahman, il costo degli interessi sul debito potrebbe esplodere. Parigi potrebbe dover chiedere aiuto al Fondo monetario internazionale, l’istituzione che presta denaro agli Stati in difficoltà in cambio di condizioni severe. E sperare in un intervento della Banca centrale europea. Sarebbe un’umiliazione per la settima economia del mondo.

Il rendimento dei titoli di Stato francesi a dieci anni, cioè l’interesse che lo Stato paga per indebitarsi, si avvicina al 5%: il livello più alto da oltre vent’anni. Si allarga anche lo spread, la differenza di rendimento rispetto ai titoli tedeschi, considerati il riferimento più sicuro dell’Eurozona.

Per Rahman la sfiducia dei mercati ha origini politiche più che economiche. La Francia resta un Paese ricco e solido. Gli investitori dubitano però che un sistema frammentato e sempre più dominato dalle ali estreme accetti i sacrifici necessari a risanare i conti.

La Bce: “La soluzione è in Francia”

Da Francoforte non arrivano promesse di salvataggio. Ieri, a Bangkok, la presidente della Bce Christine Lagarde ha detto che per la Francia “la prima soluzione è in casa” e “riguarda le politiche di bilancio”. Lagarde ha anche ricordato che i rendimenti stanno salendo pure negli Stati Uniti, in Germania e in Giappone. Le cause indicate sono la crescita dei debiti pubblici e lo shock energetico legato alla guerra con l’Iran.

Sulla stessa linea Antonio Fatás, docente di economia all’INSEAD: la Bce interverrebbe in caso di crisi europea, ma “non salverà un Paese che non sa salvarsi da solo”.

C’è poi chi teme che l’aumento degli interessi finisca per comprimere altre voci di spesa, compresa la difesa. Intanto gli studenti chiedono più fondi per la scuola, mentre i mercati premono per i tagli.

Le Pen, l’ago della bilancia

Le presidenziali sono fissate a maggio, le legislative a giugno. Rahman prevede che il vincitore faticherà a ottenere una maggioranza parlamentare. Marine Le Pen è in testa ai sondaggi. La settimana scorsa ha presentato un piano di bilancio quinquennale che l’editorialista giudica carico di ossessioni ideologiche e di contabilità creativa.

Secondo Rahman, però, Le Pen sa che i mercati possono decidere le sorti della sua presidenza, e vuole accreditarsi come statista. Per questo, ipotizza, potrebbe chiedere ai 139 deputati del suo gruppo di astenersi e lasciar passare la manovra Lecornu. Una mossa che eviterebbe, almeno per ora, un tracollo simile a quello vissuto dalla Grecia dopo la crisi finanziaria. Anche in quel caso, conclude l’analista, la Francia non avrebbe più il controllo del proprio destino: l’engrenage è destinato a durare.

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