Gaza, tende allagate. Sfollati: «Non vogliamo morire di freddo»

Settantamila tende allagate in dodici ore, 1.500 chiamate di soccorso in dieci, l’acqua salita fino a 40 centimetri dentro i rifugi. La prima tempesta dell’inverno ha investito la Striscia tra ieri sera e la mattina di oggi. Ha sommerso gli accampamenti degli sfollati palestinesi da Jabalia e Beit Lahia, a nord, fino a Deir al-Balah e Khan Yunis, a sud. Le tende allagate di Gaza misurano la profondità della devastazione. Secondo il comitato d’emergenza locale, oltre un milione di sfollati affronta l’inverno in teli di plastica consumati o in edifici sventrati dai bombardamenti israeliani. I materiali per ripararsi restano fermi ai valichi.
Le cifre sulle tende e sui danni, stimati in circa 3 milioni di dollari, sono dell’Ufficio stampa governativo di Gaza, che fa capo all’amministrazione di Hamas. L’ufficio ritiene Israele «pienamente responsabile» per la chiusura dei valichi e il blocco dei materiali per ripari e ricostruzione. La protezione civile ha descritto una notte di emergenza. «Quello che temevamo è accaduto», ha detto il portavoce Mahmoud Basal. «Alcuni centri di accoglienza sono stati completamente allagati e tutti quelli che vi si trovavano sono stati costretti a uscire verso l’ignoto». I più esposti, ha aggiunto, sono i neonati prematuri, gli anziani e i malati: «Chi vive in tenda rischia di morire in qualsiasi momento, e di ammalarsi in qualsiasi momento».
Gaza, gli sfollati: «Non vogliamo morire sotto le bombe o di freddo»
Off Mansour al-Sakni ha 33 anni e vive con la moglie e quattro figli in un riparo di teloni costruito sul tetto di un palazzo nel quartiere di al-Tuffah, a Gaza City. Trenta metri quadrati. Due settimane fa aveva venduto due bidoni per l’acqua per comprare teli nuovi. Alla prima tempesta sono stati inutili. «Ci siamo svegliati circondati dall’acqua. I bambini piangevano. Non sapevo cosa fare e ho cominciato a piangere anch’io», ha raccontato a Middle East Eye.
Prima della guerra vendeva giornali. Oggi la famiglia mangia grazie alla cucina comunitaria, la takiya. La figlia Jana, 10 anni, avrebbe bisogno di occhiali: un amico gli aveva dato 200 shekel per comprarli, e lui li ha spesi in legname per rinforzare il riparo. Una scheggia lo ha ferito alla schiena nel 2024, mentre era in fila davanti a un forno, e con il freddo il dolore torna. «Siamo gente povera. Vogliamo vivere. Non vogliamo morire sotto le bombe o di freddo. Basta. Abbiate pietà di noi».
Nel nord della Striscia, nella zona di Mashrou Amer, Nasmeh al-Khatib, 26 anni, vive con la figlia Alina, di due anni, in una casa colpita a ottobre 2025, pochi giorni prima del cessate il fuoco. Dei quattro piani ne resta uno, dove si sono sistemate cinque famiglie. Il marito è stato ucciso nel 2024. Nella notte il vento ha strappato i teli che coprivano le aperture, i tuoni hanno svegliato i bambini convinti che fossero bombe, i muri bagnati hanno cominciato a dare scosse elettriche. «Mia figlia ha pianto tutta la notte. Mi chiede: “Mamma, perché la pioggia è dentro casa e non fuori?”».
Nel campo di al-Mina, sul mare, dove vivono circa 1.700 famiglie, Rana Adnan Hmeida, 29 anni, ha passato la notte sveglia con la figlia di due mesi in braccio. «Al mattino ho trovato mio figlio e la piccola che tremavano. Che cosa dovrei fare? Tenere i miei figli o cercare di fermare l’acqua?», ha detto ad Al Jazeera.
Tende allagate a Gaza, la protezione civile: «Non abbiamo un solo telone»
Chi dovrebbe soccorrere queste famiglie arriva a mani vuote. «La protezione civile non ha un solo telone né una sola tenda», ha dichiarato Raed al-Dahshan, direttore della protezione civile nel governatorato di Gaza. «Ci occupiamo soltanto di salvare vite, e non basta». Le autorità locali denunciano la mancanza di carburante e la perdita dei mezzi. Secondo i funzionari di Hamas, durante la guerra Israele ha distrutto centinaia di veicoli, comprese ruspe e pompe per l’acqua, e dopo la tregua ha impedito l’ingresso dei macchinari pesanti.
La pioggia ha colpito anche gli edifici già danneggiati. A Nuseirat i soccorritori hanno evacuato un palazzo parzialmente crollato per il vento; nel nord due persone sono rimaste ferite dal cedimento di un muro, secondo l’agenzia palestinese Wafa. Nasser al-Hajj, 54 anni, vive proprio a Nuseirat, in un condominio colpito a settembre 2025. Dal soffitto sfondato entra l’acqua e un ingegnere lo ha avvertito che l’appartamento è pericoloso. «Sono costretto a vivere in un posto che potrebbe crollarci addosso in qualsiasi momento. Ma dove dovrei andare? L’affitto è caro, e nemmeno una tenda è sicura».
Secondo l’Ocha, l’Ufficio Onu per il coordinamento degli affari umanitari, 44.000 palestinesi vivono in edifici strutturalmente insicuri e oltre 4.000 costruzioni andrebbero demolite in tutto o in parte. Il portavoce del Comune di Gaza, Hosni Muhanna, parla di più di 2.000 palazzi a rischio crollo nella sola Gaza City e di oltre 25 milioni di tonnellate di macerie. La rete di drenaggio è a pezzi: danneggiati 15 chilometri di condotte per l’acqua piovana e 212 di fognature, fuori uso otto stazioni di pompaggio. Quel che resta, nelle condizioni migliori, smaltisce al massimo il 20% della pioggia.
Gaza, allagato il pronto soccorso dell’ospedale al-Shifa
L’acqua è entrata anche nel pronto soccorso dell’ospedale al-Shifa, rimasto fuori servizio per circa quattro ore. Il direttore, Mohammed Abu Salmiya, prevede un aumento delle infezioni intestinali, respiratorie e cutanee, perché nelle tende la pioggia si mescola ai liquami. «Vedremo molti morti, decine e forse centinaia, tra i neonati che hanno bisogno di calore in queste tende», ha detto ad Al Jazeera. Negli ultimi tre inverni il freddo ha già ucciso diverse persone, tra cui molti neonati.
La costa è il punto più fragile. Ad al-Mawasi, nel sud, sono ammassati oltre 900.000 sfollati e più di 125.000 famiglie rischiano che il mare si porti via le tende. Molti di quei teli risalgono al primo anno di sfollamento, ricuciti e rattoppati più volte. «Ci hanno spinti a ovest, verso il mare», ha detto ad Al Jazeera un uomo sulla spiaggia di Gaza City. «Perché non ci buttano in mare e la fanno finita?».
Gaza, il quarto inverno di guerra sotto la tregua
La guerra è cominciata a ottobre 2023 e la Commissione d’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite ha qualificato come genocidio le operazioni condotte a Gaza da Israele. Il cessate il fuoco dell’11 ottobre 2025 ha lasciato sul terreno una scia di vittime: secondo il ministero della Salute di Gaza, al 5 novembre i morti dall’inizio della tregua erano 1.602, i feriti 5.799. Ieri, riferisce la giornalista gazawi Shaimaa Marwan, un quindicenne, Muhammad Nidal Barbah, è stato ucciso dal fuoco israeliano ad al-Mawasi.
La stessa perturbazione ha attraversato la costa israeliana. A Binyamina sono caduti 50 millimetri di pioggia in un’ora, a Tel Aviv 40 dalla serata di ieri; nella zona di Gan Yavne, vicino ad Ashdod, la corrente è saltata per gran parte della giornata. Strade chiuse, allerte per le piene improvvise, divieto di balneazione per gli scarichi fognari finiti in mare. La stampa israeliana ha raccontato una tempesta del Mediterraneo orientale. A pochi chilometri, la stessa pioggia ha travolto una popolazione privata di case, fogne e mezzi di soccorso.
Aiuti a Gaza, il legname respinto e le tende ferme in Egitto
Nel rapporto pubblicato giovedì, l’Ocha calcola che al 1° novembre servissero ancora circa 121.000 tende e 561.000 teloni. In magazzino ce n’erano 2.800 e 76.000. Kit d’emergenza per i ripari: zero. L’agenzia indica la ragione: l’ingresso del legname necessario per i kit continua a essere respinto dalle autorità israeliane. Già a ottobre il Norwegian Refugee Council aveva avvertito che le restrizioni israeliane e la mancanza di finanziamenti internazionali avrebbero condannato 1,65 milioni di persone a un quarto inverno tra tende logore e palazzi danneggiati.
Mohammed Salha, direttore della rete delle Ong palestinesi, sostiene che entrano ogni giorno tra 180 e 200 camion, contro i 600 previsti dal protocollo umanitario della tregua, e che solo una quarantina trasporta aiuti umanitari. Dall’altra parte del confine egiziano, ha detto, attendono 50.000 tende. Salha ha definito «timida» la pressione internazionale su Israele. Mustafa Qazzaat, del comitato d’emergenza, chiede 200.000 case prefabbricate: il protocollo prevedeva l’arrivo di caravan al posto delle tende, e Israele li ha tenuti fuori.
Israele afferma di limitare l’ingresso di materiali che potrebbero avere anche un uso militare e accusa Hamas di saccheggiare gli aiuti. Il Cogat, l’ente del ministero della Difesa israeliano che coordina gli aiuti, ha comunicato ieri di aver intensificato gli interventi sanitari in vista delle piogge, insieme alle organizzazioni internazionali. Il governo Netanyahu ha legato l’avvio della ricostruzione al disarmo di Hamas: il riparo di oltre un milione di sfollati dipende così da una condizione politica.
L’Ocha avverte che, tra restrizioni, ritardi nelle autorizzazioni e fondi insufficienti, parte dei materiali potrebbe arrivare soltanto nella seconda metà dell’inverno. Per la prossima settimana sono previste nuove piogge e temperature in calo.