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Il Professor Siher della Casa di Cartapesta

La rivoluzione su Telegram, il fermo e la scarcerazione: cosa dicono le carte nell’editoriale di Claudio Messora
Claudio Messora·29 ottobre 2026
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Siamo tutti d’accordo sul fatto che non vorremmo vedere mai più scene di devastazione e saccheggio come quelle a cui abbiamo assistito a Milano. Siamo tutti d’accordo sul fatto che chi non è d’accordo (il gioco di parole è voluto) sia incompatibile con la legalità e vada perseguito. Ciò detto, l’Italia si fregia ancora della qualifica di Stato di Diritto. Significa che la legge è codificata e si applica.

Mi sono letto le carte del Pubblico Ministero che chiedevano l’incarcerazione di Youssef Siher, che poi è stato liberato dal Gip Tiziana Landoni. Se ne deduce francamente il quadro di un soggetto che, senza giri di parole e senza sofismi, può essere tranquillamente classificato come una specie di Professore della Casa di Carta: il Professor Siher della Casa di Cartapesta. Certamente è un rivoluzionario che organizza gruppi di persone, tra cui alcuni utenti che inneggiano alla violenza. Nel documento integrale trovato sul suo computer compaiono indicazioni per affrontare le forze dell’ordine, fino a rilanciare i lacrimogeni e oscurare con la vernice spray i vetri dei blindati. Secondo le motivazioni della Gip riportate dalla stampa, quelle indicazioni non erano nelle pagine effettivamente pubblicate su Telegram. Possedere quel materiale e diffonderlo sono due cose diverse. Tuttavia, nell’etica ideale del cittadino che segue le regole del vivere civile, le forze dell’ordine non si “confrontano” e non si ostacolano, danneggiando le loro attrezzature, ma si rispettano. Non sono certamente istruzioni attinenti a manifestazioni pacifiche, quanto veri e propri manuali per provocare e affrontare tafferugli e scontri.

Intendiamoci su una cosa: la rivoluzione per un popolo è sempre legittima. Lo insegnano al primo anno di Scienze Politiche. Lo è quando il popolo sente di avere perso il contatto diretto con le élite, che non governano più in suo favore. Però innanzitutto i numeri di una rivoluzione non sono qualche migliaio di persone arrabbiate su Telegram, e le manifestazioni, per quanto chiassose, non hanno certo mobilitato tutto il Paese, che anzi ha subito attonito queste violenze. E secondariamente fare la rivoluzione ha un prezzo, e bisogna essere disposti a pagarlo fino in fondo. Quindi non ci si può sorprendere se il sistema cerca di impedirti di fare la rivoluzione. Se bastasse chiedere, per farsi stendere i tappeti rossi, allora non ci sarebbe bisogno di nessuna rivoluzione. Quindi chi vuole fare la rivoluzione si accomodi, se ne è convinto e se ha i numeri per farla, ma non si sorprenda se poi viene represso. Citofonare Che Guevara, Rosa Luxemburg, Nelson Mandela: c’è chi si fece anni di carcere e chi pagò con la vita.

Quindi, Siher, alias “Il Professore”, è un rivoluzionario o aspirante tale che tenta di mettersi a capo di un movimento di persone da organizzare per mettere in crisi l’ordine pubblico. La Procura ne chiede l’arresto. Il Giudice per le indagini preliminari, che è lì apposta per decidere se le richieste del Pubblico Ministero siano giuste, rigetta la richiesta della custodia cautelare in carcere e lo libera. Ovviamente si scatena l’inferno.

Il Governo, che ovviamente ha bisogno di dare risposte ai cittadini, accusa il Gip. La magistratura la difende. Sui social tutti i Napalm51 invocano ghigliottine a caso. E siamo alle solite. Per chi ha qualche anno sulle spalle, non è niente di nuovo. Ma siccome dicevamo che in uno Stato di diritto si applica la legge, cerchiamo di vedere cosa avrebbe dovuto fare, questo benedetto Gip.

Innanzitutto, in Italia si possono organizzare liberamente le manifestazioni – sì – ma bisogna comunicarlo preventivamente alla Questura almeno tre giorni prima. Il Questore può vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica. Questo serve a garantire che il diritto a manifestare di qualcuno non leda la sicurezza di tutti gli altri. Bisogna valutare i percorsi della manifestazione, la dimensione delle forze dell’ordine da impiegare e così via. Ora, organizzare piazze riottose in tempo zero, cambiando i luoghi di ritrovo all’ultimo, come faceva Siher, non rispetta la legge manco un po’. Tuttavia se non rispetti queste previsioni, le norme attuali prevedono una semplice sanzione amministrativa e non il carcere. Quindi non si poteva invocare il mancato preavviso per tenere dentro Siher.

Poi c’è il Decreto Sicurezza, l’ultimo, fatto apposta per mandare in galera gli sfasciavetrine e buttare la chiave. Come tutti i testi di legge, la formulazione è arzigogolata perché procede per modifiche degli articoli del codice penale precedenti, ma ne ho ricostruito un testo coordinato.

Leggendolo, l’articolo che più è coerente nel caso di specie è il 420 bis. Il primo comma riguarda però la partecipazione materiale alle condotte violente descritte, che non risulta contestata a Siher, perché – senza stare a leggervelo – circoscrive il reato a chi partecipa effettivamente alle manifestazioni, in gruppi composti da almeno cinque persone e utilizzando strumenti offensivi. Non è il caso del nostro, che ha aperto il profilo Instagram e il canale Telegram la sera del 18 ottobre, dopo gli scontri, e che non ha partecipato a nessuna manifestazione di sfasciavetrine in seguito. Anche perché, con l’esercito e tutte le forze di polizia schierate, sarebbe stato difficile.

C’è però un comma successivo dello stesso articolo che chiama in causa “chiunque, anche mediante strumenti informatici o telematici, organizza o promuove la formazione” dei gruppi di almeno 5 persone di cui al primo comma, “oppure incita o istiga alla commissione delle condotte di cui al primo comma”. E qui arriva la punizione con la reclusione da quattro a dodici anni. Ora, Siher non ha istigato nessuno, almeno pubblicamente, a lanciare bastoni, mazze, oggetti contundenti o comunque atti a offendere. Il primo comma dice anche “strumenti in grado di nebulizzare gas contenenti principi attivi urticanti”. È vero che nel documento integrale trovato sul suo computer si parla di usare bombolette di vernice spray. Ma la vernice non è un gas urticante che determina “un concreto pericolo per l’incolumità delle persone”. Anche se si può sostenere che possa causare “danni alle cose” (i mezzi blindati, le divise e i caschi bisogna tentare di ripulirli).

Vedete che le basi per una condanna, in forza dell’ultimo Decreto Sicurezza, sono piuttosto fragili. Ma le condanne attengono ai processi, che sono quelli che entrano nel merito delle condotte di Siher. E il processo probabilmente si farà. La Gip, tuttavia, non doveva pronunciare una condanna, ma verificare se ci fossero gravi indizi di colpevolezza ed esigenze cautelari concrete tali da giustificare il carcere. E siccome Siher non ha partecipato alle proteste del 17/18 ottobre, e non ha organizzato o promosso la formazione di gruppi che usino strumenti offensivi (non risulta da nessuna parte), i gravi indizi per convalidare il fermo non erano per niente pacifici. Così come era difficile sostenere che potesse fuggire, dato che lui e la sua famiglia sono stabilmente radicati in Italia, qui si è formato, ha studiato, ottenendo posizioni lavorative anche di responsabilità e ben inserite nelle attività intellettuali, e qui risiede la sua famiglia.

Ed ecco spiegato perché “il Professore” della Casa di Cartapesta è a piede libero. Naturalmente, questo non risponde alla sensibilità di molti che avrebbero voluto una giustizia sommaria, anche a scopo dimostrativo (punirne uno per educarne cento), e che si sarebbero sentiti forse meglio, grazie all’illusoria percezione che giustizia sia stata fatta. Tuttavia, e per fortuna, uno stato di diritto non funziona così. Dico “per fortuna” perché se passa il concetto che basta parlare di rivoluzione, ospitare commenti dei follower alla Napalm51 e organizzare gruppi di manifestanti per finire in galera, forse qui nessuno di noi sarebbe a piede libero.

Tuttavia, come sapete, le pagine delle cronache sono piene di casi in cui la legge è stata applicata in maniera molto più dura e molto meno delicata di come è stata applicata dalla Gip a Youssef Siher. Ci sono sempre ottime ragioni per farlo, così come si trovano sempre ottime ragioni per non farlo. Se fosse tutto evidente, non ci sarebbe bisogno di un giudice. Ad esempio, Mario Adinolfi, perché pubblicava interventi giornalistici sul suo profilo Instagram, si è fatto un mese di carcere e ne è, temporaneamente, uscito solo oggi. E senza che nessuno l’abbia mai neppure condannato. Forse la stessa attenzione alle garanzie riservata al Professor Siher della Casa di Cartapesta non viene riservata a tutti.

Comunque, il caso Siher non dimostra che il Decreto Sicurezza non funzioni. Se Siher avesse organizzato piazze come quelle del 17/18 ottobre, e lo avesse fatto dopo l’entrata in vigore del decreto, adesso da quattro a dodici anni non glieli toglierebbe nessuno. Ha avuto la fortuna di provare a organizzarle quando lo Stato aveva già disposto l’impiego di altri cinquecento militari a Milano e le forze dell’ordine avevano coperto tutti i luoghi sensibili.

Quando si dice il culo.

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