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Kamel, profilo LinkedIn chiuso dopo il video su Gaza. Soldati israeliani: «Non esistono civili non coinvolti»

L’ordinario di Torino aveva rilanciato un video del 2023 in cui soldati israeliani cantano «non esistono civili non coinvolti»
Byoblu·08 novembre 2026
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Il profilo LinkedIn di Lorenzo Kamel, ordinario di Storia delle Relazioni internazionali all’Università di Torino, è stato chiuso a ridosso della pubblicazione di un video su Gaza. Lo ha denunciato oggi lo stesso docente sui social. Kamel sostiene di essere stato «punito» per aver diffuso le immagini di alcuni soldati israeliani che cantano che nella Striscia «non ci sono civili innocenti». Il filmato era stato condiviso venerdì su X. Nel giro di due giorni il professore si è ritrovato fuori dal principale social network professionale del mondo, di proprietà di Microsoft dal 2016.

Kamel e il video di Gaza: soldati israeliani e «nessun civile non coinvolto»

Il video risale al 7 dicembre 2023, due mesi dopo l’attacco di Hamas e nelle prime settimane dell’offensiva israeliana sulla Striscia. Vi si vedono militari israeliani intonare un coro in cui si afferma che «non esistono civili non coinvolti», con un evidente riferimento alla popolazione di Gaza.

Il materiale era già noto. Negli anni scorsi ha avuto un’ampia circolazione in rete. Kamel, in sostanza, ha rilanciato un documento pubblico, che mostra cosa cantavano alcuni soldati impegnati in un’operazione militare con un bilancio di vittime civili senza precedenti nel conflitto.

L’idea di una responsabilità collettiva della popolazione palestinese è uno dei nodi esaminati dalla Corte internazionale di giustizia nel procedimento per genocidio avviato dal Sudafrica. Nell’ordinanza del 26 gennaio 2024 i giudici dell’Aia hanno richiamato dichiarazioni di esponenti israeliani che attribuivano all’intera popolazione di Gaza la responsabilità del 7 ottobre.

LinkedIn e le segnalazioni «principalmente da un Paese»

Dopo la chiusura, Kamel ha chiesto spiegazioni alla piattaforma. In risposta a un utente, ha poi riferito che sotto il post erano comparsi numerosi commenti di persone provenienti «principalmente da un Paese», che non ha indicato. Secondo il docente, con ogni probabilità quegli stessi utenti avevano segnalato il contenuto.

È un meccanismo noto. I sistemi di moderazione delle grandi piattaforme reagiscono al volume delle segnalazioni. Una campagna coordinata può così ottenere, attraverso procedure automatiche, la sospensione di un account senza che nessuno debba esaminare nel merito ciò che vi è stato pubblicato.

Profilo LinkedIn chiuso: passaporto, notaio e un numero di telefono di 18 anni fa

Per riattivare il profilo, ha raccontato Kamel, LinkedIn gli ha chiesto in un primo momento «passaporto, foto, documenti o la dichiarazione giurata resa davanti a un notaio». Ieri la piattaforma ha poi indicato come canale di verifica un indirizzo email legato all’account aperto 18 anni fa, «quando vivevo a Gerusalemme». Il codice è stato inviato a un numero di telefono che il professore non possiede più.

Il risultato pratico è un muro burocratico. Le procedure di sicurezza, nate per proteggere gli utenti, diventano un percorso a ostacoli per chi è stato colpito da una sospensione.

Chi è Lorenzo Kamel, lo storico di Torino escluso da LinkedIn

Kamel ha 46 anni. Ha conseguito un master biennale in Scienze sociali all’Università Ebraica di Gerusalemme e un dottorato in Storia all’Università di Bologna. Ha insegnato in atenei di Europa, Stati Uniti e Medio Oriente. A Torino è professore associato dal 2018 e ordinario dal 2024. Ha firmato 18 libri e una trentina di articoli scientifici, tradotti in 15 lingue. Diversi colleghi gli hanno espresso solidarietà sui social.

Censura su Gaza, la leva delle piattaforme private

Il caso si inserisce in un quadro più ampio. A dicembre 2023 Human Rights Watch ha documentato oltre 1.050 casi di rimozione o limitazione di contenuti filopalestinesi su Instagram e Facebook nelle settimane successive al 7 ottobre, quasi tutti di natura pacifica. Nello stesso periodo l’Unità cyber della Procura di Stato israeliana ha inviato alle piattaforme migliaia di richieste formali di rimozione.

Gli studiosi delle libertà digitali chiamano «jawboning» la pressione esercitata da autorità pubbliche su intermediari privati per ottenere ciò che la legge non consentirebbe di imporre direttamente. Quando a decidere è un’azienda, le garanzie del diritto pubblico si dissolvono: niente motivazione formale, niente contraddittorio, niente giudice. Resta un servizio clienti e un modulo di verifica dell’identità.

La combinazione di segnalazioni di massa, pressioni istituzionali e moderazione automatizzata produce un effetto preciso: rende costoso, per chiunque, parlare di Gaza con immagini scomode. Un ordinario con diciotto libri all’attivo, per tornare sul principale network professionale del pianeta, deve oggi dimostrare chi è con un passaporto o una dichiarazione giurata davanti a un notaio.

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