Purga nel Partito comunista cinese, la più vasta da Mao: 628mila incriminati, cade il generale Zhang Youxia

Il Partito comunista cinese ha adottato un vasto programma di «auto-rivoluzione» interna contro la corruzione e contro l’intreccio fra funzionari e capitale privato nei propri ranghi. La risoluzione è stata approvata dal quinto plenum del Comitato centrale, riunito a Pechino dal 26 al 29 ottobre. Arriva al culmine della purga più estesa dai tempi di Mao Zedong. Secondo le stime di Minxin Pei, docente di scienze di governo al Claremont McKenna College, in California, sotto Xi Jinping circa 628mila funzionari sono stati perseguiti penalmente. L’organizzazione che all’estero si presenta come un blocco compatto riconosce così, in un documento ufficiale, di avere al proprio interno un problema strutturale.
Purga nel Partito comunista cinese, i numeri dell’era Xi
Le cifre di Pei coprono 11 dei 13 anni di governo di Xi per i quali esistono statistiche. Con ogni probabilità i 628mila perseguiti sono finiti in carcere. Il confronto con un altro dato chiarisce le proporzioni: nel 2024 la popolazione detenuta in Cina era di 1,69 milioni di persone. Pei somma poi tutte le sanzioni, politiche, amministrative e giudiziarie. Arriva così a 7,2 milioni di iscritti colpiti. Fra loro ci sono almeno 632 «tigri»: in Cina si chiamano così i dirigenti dal rango di viceministro o di vicegovernatore di provincia in su.
I dati ufficiali sono ancora più alti. Zhang Fuhai è vicesegretario della Commissione centrale per l’ispezione disciplinare, l’organo anticorruzione del Partito. Secondo i suoi dati, dal 2012 sono stati aperti 8,105 milioni di procedimenti e sono state sanzionate 7,922 milioni di persone. Fra queste figurano 963 alti funzionari sotto la supervisione diretta del Comitato centrale. Zhang ha parlato di una vittoria schiacciante della campagna e ha ribadito la linea della tolleranza zero.
La progressione è netta. Nel secondo mandato di Hu Jintao le sanzioni disciplinari riguardavano in media 145.800 funzionari l’anno, con circa 5.460 procedimenti penali. Il terzo mandato di Xi è iniziato nel 2023. Da allora le sanzioni superano le 800mila l’anno, con il record di 983mila nel 2025. I casi penali sono saliti a circa 75mila l’anno. In Cina oltre il 99% dei processi penali si chiude con una condanna. Secondo ScheerPost, nel solo 2025 sono finiti sotto indagine 115 dirigenti di livello ministeriale o superiore.
Plenum del PCC, svuotato il vertice militare
Al plenum di ottobre era assente circa un quarto dei delegati. La sessione ha confermato l’espulsione di 33 membri del Comitato centrale: secondo il sito indipendente statunitense ScheerPost, è il numero più alto dal 1978. Fra gli espulsi ci sono due ex membri del Politburo e un ex capo del Dipartimento internazionale del Partito. In cima all’elenco figura Zhang Youxia, fino a quest’anno il generale più alto in grado dell’Esercito popolare di liberazione e vicepresidente della Commissione militare centrale. Con lui è caduto l’ex capo di stato maggiore congiunto Liu Zhenli.
Nel 2022 erano stati eletti nel Comitato centrale 44 ufficiali in divisa. Ne restano due. Il primo è il ministro della Difesa Dong Jun. Il secondo è Zhang Shengmin, responsabile anticorruzione delle forze armate, promosso al Politburo. La Commissione militare centrale, che comanda l’esercito, conta ormai due soli membri: Xi Jinping e Zhang Shengmin.
Le epurazioni militari erano partite nel 2023 dalla corruzione negli appalti della Forza missilistica e del dipartimento equipaggiamenti. Quella stagione ha travolto un ministro della Difesa e i vertici delle forze nucleari. Il giornale dell’esercito ha accusato Zhang Youxia di aver minato la leadership assoluta del Partito sulle forze armate.
Auto-rivoluzione del PCC, il capitale dentro il Partito
La risoluzione è stata pubblicata domenica scorsa con il titolo «Perseverare nella piena e rigorosa autogestione del Partito». Nella versione inglese conta circa 14.500 parole. Il testo afferma che «gravi pericoli nascosti all’interno del Partito, dello Stato e delle forze armate sono stati rimossi». Secondo la sintesi della testata bielorussa Nasha Niva, il documento finale lascia ai funzionari due strade: obbedienza completa o espulsione.
Il passaggio più rilevante riguarda l’origine del problema. Il testo ordina indagini sulla «collusione fra funzionari pubblici e uomini d’affari» e sul «capitale che penetra nella sfera politica». Chiede inoltre di resistere alle «regole delle transazioni commerciali» e ai rapporti di dipendenza che erodono la condotta interna. Descrive anche i canali del denaro: ex funzionari diventati intermediari d’affari, coniugi e figli, criptovalute e fondi parcheggiati all’estero. Ammette infine che la lotta alla corruzione «resta grave e complessa».
Lette insieme, queste formule indicano una fonte precisa della degenerazione di una parte della classe dirigente: il modello di sviluppo nato con le riforme di mercato del 1978. Gary Wilson firma l’analisi pubblicata da ScheerPost e lo sostiene esplicitamente, da una prospettiva marxista. Per lui la corruzione è «la forma politica che la pressione capitalista assume in un Paese socialista». Wilson respinge la lettura, diffusa in Occidente, di una semplice lotta di potere: i generali caduti, osserva, li aveva scelti lo stesso Xi. Indica però un limite della risoluzione. Il Partito si propone di sorvegliare il capitale con proprie cellule nelle aziende private, lasciandone intatto il peso economico.
Purghe e crisi economica cinese, il rischio paralisi
Le misure arrivano in una fase di stagnazione di fatto dell’economia cinese. Pesano la sovraccapacità produttiva, la domanda interna debole e una crisi immobiliare che dura da cinque anni. A questo si aggiunge una deflazione che il governo non riesce a invertire. Diversi analisti vedono un conflitto fra la campagna e gli obiettivi economici di Pechino.
Victor Shih studia l’economia politica cinese all’Università della California a San Diego. Ricorda che cinque anni fa le autorità avevano già tentato di riformare le istituzioni per liberarsi dei funzionari indisciplinati. L’aumento delle accuse, osserva, dimostra che quella riforma non ha dato i risultati attesi. Con la tolleranza zero, sostiene Shih, i funzionari competono fra loro raccogliendo prove contro i colleghi per eliminare i rivali nella corsa alle promozioni. Le amministrazioni locali rischiano così la paralisi: i grandi progetti coinvolgono molti appaltatori e muovono molto denaro, e diventano quindi un rischio personale. Sheana Yue è economista senior di Oxford Economics. Secondo lei, i dirigenti locali potrebbero privilegiare la dimostrazione di lealtà politica rispetto alla ricerca di soluzioni nuove.
C’è poi l’effetto «camera dell’eco»: i subordinati riferiscono al vertice solo ciò che vuole sentire e nascondono i problemi reali. Steve Tsang dirige il China Institute della SOAS di Londra. Secondo lui, la leadership si trova già in questo isolamento informativo, e il controllo di Xi è destinato a crescere. Transparency International registra progressi minimi. Dal 2012 la Cina è passata da 39 a 43 punti nell’indice di percezione della corruzione, dove un valore inferiore a 50 segnala problemi seri.
La questione ha ricadute concrete anche fuori dalla Cina. Molte filiere industriali europee e americane dipendono dall’economia cinese. Un apparato che evita decisioni e grandi opere per timore delle inchieste la rende meno prevedibile. Lo stesso vale per un vertice che riceve informazioni filtrate. I casi della Forza missilistica mostrano inoltre che la corruzione ha raggiunto anche gli appalti di settori strategici.
Pechino e l’immagine di compattezza, le letture all’estero
Fuori dalla Cina la stessa vicenda produce interpretazioni opposte. Peter T. C. Chang ha firmato un commento pubblicato a Hong Kong. Vi presenta l’«auto-rivoluzione» come un esempio di governo e si chiede se un Paese possa contribuire alla stabilità globale senza aver prima messo ordine in casa propria. È la cornice che Pechino privilegia: la disciplina come prova di solidità. Le espulsioni record e un comando militare ridotto a due persone si prestano anche a un’altra lettura. Segnalano un sistema che ricorre a campagne straordinarie per tenere unito il proprio apparato.
Pei collega la stretta al calendario politico. Rafforzare il controllo alla vigilia del congresso del 2027 servirebbe a garantire a Xi il sostegno per altri cinque anni. Dopo la morte di Mao si era consolidata la regola dei due mandati quinquennali. Xi l’ha già interrotta: non ha indicato un successore e ha ottenuto il terzo mandato. Al plenum ha dichiarato che la risoluzione invia «un segnale forte del nostro impegno a essere ancora più rigorosi negli anni a venire». Il prossimo congresso del Partito è previsto nell’autunno 2027. In quella sede è atteso il quarto mandato di Xi Jinping.