Schlein: serve un SALTO IN AVANTI nell’integrazione europea. E Mattarella chiede più Europa!

Elly Schlein vuole togliere all’Italia il diritto di veto in Europa. Lo ha detto oggi a Bruxelles, a margine della cerimonia con cui il Parlamento europeo ha intitolato un edificio a David Sassoli. La segretaria del Partito Democratico chiede un salto in avanti nell’integrazione europea attraverso il superamento dell’unanimità. Si è detta addolorata perché il governo italiano non ha firmato il documento che va in questa direzione. Nella stessa cerimonia è stato letto un messaggio del presidente della Repubblica Sergio Mattarella: «urge» il rafforzamento delle istituzioni europee.
Schlein e il superamento dell’unanimità: le sue parole
Secondo il ragionamento della leader dem, il “salto in avanti” si può ottenere in due modi. «Una strada è superare l’unanimità, superarla anche con le cooperazioni rafforzate partendo con gli Stati che ci stanno». Poi l’affondo sul governo: «Ci sono 11 Paesi che hanno firmato per superare l’unanimità, è un dolore che non ci fosse la firma anche dell’Italia, l’unico Paese fondatore che mancava».
Il principale partito di opposizione considera una colpa ciò che molti italiani vedono come una tutela: il fatto che Roma non abbia rinunciato al proprio veto.
Che cos’è l’unanimità e perché conta
Nell’Unione europea molte decisioni passano a maggioranza. Su alcune materie decisive resta però l’unanimità: politica estera, difesa, fisco, allargamento a nuovi Stati, modifica dei Trattati. Su questi temi decide il Consiglio dell’Unione europea, dove siedono i governi nazionali. Ogni Paese, da solo, può bloccare una decisione.
Superare l’unanimità significa passare al voto a maggioranza qualificata. In concreto: l’Italia potrebbe trovarsi vincolata a scelte di politica estera o fiscale che il suo governo, e il suo Parlamento, hanno respinto.
Le cooperazioni rafforzate sono lo strumento previsto dai Trattati per far procedere un gruppo di almeno nove Stati senza aspettare gli altri. È l’Europa a più velocità. Chi resta fuori perde voce, e prima o poi viene spinto a salire sul treno.
Mattarella: «urgente» rafforzare le istituzioni Ue
Il messaggio del Capo dello Stato, letto dall’ambasciatore d’Italia presso l’Unione europea Vincenzo Celeste, ricorda Sassoli come «uomo delle istituzioni e del dialogo». Poi entra nel merito. Mattarella richiama la Conferenza sul futuro dell’Europa, il percorso di consultazione promosso anche da Sassoli, le cui conclusioni sono state lasciate cadere «in maniera imprevidente laddove urge, invece, il rafforzamento delle istituzioni europee».
Tra le proposte di quella Conferenza c’era proprio l’abbandono dell’unanimità. Mattarella non lo nomina, ma il riferimento è lì.
E questa urgenza viene ricollegata al quadro internazionale: la consapevolezza dell’Europa come «comunità di destino» sarebbe oggi «assai diffusa per l’aggravarsi di conflitti alle porte del continente». È la linea atlantista che il Quirinale sostiene da anni. Ma le guerre vicine vengono usate come argomento per accentrare i poteri a Bruxelles, mentre proprio sulle scelte di guerra e di pace il veto nazionale è l’ultima leva che resta ai cittadini, attraverso i governi che eleggono. Inoltre, non sembra che la UE stia assolvendo al suo intento originario: preservare la pace. L’Europa della Von Der Leyen e della Kallas pare più guerrafondaia che mai, invece, avvicinando con le sue politiche per nulla concilianti, ogni giorno che passa, l’intero continente verso una guerra che appare sempre più inevitabile.
Ucraina, Trump e il nodo Conte
Ai cronisti che le chiedevano se la difesa dei valori europei implichi il sostegno a Kiev, Schlein ha risposto: «Sì, certamente». E ha aggiunto: il progetto europeo, «mentre continua a sostenere un popolo che subisce un’invasione criminale», deve portare avanti uno sforzo diplomatico che «per noi deve tradursi in un unico negoziatore, per non lasciare spazio alle telefonate ambigue di Trump con Putin. Una pace giusta non può essere una resa alle ragioni dell’aggressore».
È un messaggio rivolto anche a Giuseppe Conte. Sull’Ucraina il Movimento 5 Stelle ha posizioni diverse da quelle del Pd, e la questione pesa sull’alleanza in vista delle elezioni politiche del 2027.
A Bruxelles c’erano anche Roberta Metsola, presidente del Parlamento europeo, Ursula von der Leyen, presidente della Commissione, il ministro degli Esteri Antonio Tajani e mezzo gruppo dirigente dem di ieri e di oggi: Romano Prodi, Enrico Letta, Nicola Zingaretti, Giorgio Gori, Graziano Delrio. Prodi ha offerto la frase forse migliore della giornata: Sassoli «non sarebbe contento, come non lo sono io. Quello di cui ho paura non è certo la rottura dell’Europa ma il suo assopimento». I Patrioti e l’AfD, secondo le cronache, non hanno commentato.
Un’integrazione costruita facendo e rifacendo i referendum
La storia dell’integrazione europea insegna qualcosa su cosa accade quando i popoli dicono no. Nel 1992 la Danimarca respinse il Trattato di Maastricht: si tornò a votare l’anno dopo, con alcune esenzioni. Nel 2001 l’Irlanda bocciò il Trattato di Nizza: nuovo voto nel 2002. Nel 2005 francesi e olandesi respinsero la Costituzione europea. Il testo fu riscritto e ribattezzato Trattato di Lisbona, questa volta senza consultare quei popoli. L’Irlanda, l’unica chiamata a votarlo, lo bocciò nel 2008. Si rivotò nel 2009.
Il veto nazionale è ciò che resta di quel potere di dire no. Toglierlo significa completare per via tecnica un percorso che per via democratica ha incontrato più di un ostacolo.
Più Europa, per fare cosa?
C’è poi la domanda sul contenuto. Negli ultimi anni l’Europa più integrata ha preso soprattutto la forma del riarmo. Nel 2025 la Commissione ha lanciato il piano ReArm Europe, presentato come capace di mobilitare fino a 800 miliardi di euro per la difesa. Nello stesso anno i Paesi della Nato si sono impegnati a portare la spesa militare al 5% del Pil entro il 2035.
Per una parte consistente dei cittadini italiani, questa è la faccia concreta di Bruxelles: centinaia di miliardi per gli armamenti in funzione antirussa, mentre sanità, scuole, trasporti e manutenzione del territorio chiedono risorse che non arrivano. In questo quadro, una politica estera decisa a maggioranza vorrebbe dire che l’Italia potrebbe essere trascinata in scelte di escalation anche contro la volontà del proprio governo.
In serata è arrivato il commento della premier Giorgia Meloni, che ha celebrato «il giusto riconoscimento ad un italiano che ha servito con onore le istituzioni europee e ha creduto nella democrazia», pur con «idee e posizioni politiche diverse dalle mie». Sul veto, per ora, la firma dell’Italia resta assente.