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Esteri

Ecco la nostra “Teoria della Vittoria”: il piano Nato contro la Russia. Droni e AI. Ma “Teoria della Sfiga” forse sarebbe meglio.

Lunedì a Varsavia il generale Grynkewich presenta la strategia per battere la Russia sul fianco est. Ma il nome porta male e Mosca ha le testate.
Byoblu·07 ottobre 2026
Esteri — Byoblu

Si chiama «Teoria della Vittoria» ed è il piano con cui la Nato pensa di respingere un eventuale attacco russo sul fianco orientale, dalla Finlandia alla Bulgaria. L’ha scritto il generale americano Alexus Grynkewich, comandante supremo delle forze alleate in Europa. Lo presenterà lunedì prossimo, 12 ottobre, al Forum sulla sicurezza di Varsavia. La ricetta è questa: droni a basso costo, intelligenza artificiale, poi la controffensiva. Una versione non classificata del documento è già uscita. Il portavoce del generale ne conferma l’esistenza, ma sui dettagli tace.

Prima di entrare nel merito, una premessa. Chiamare un piano di guerra «Teoria della Vittoria» è come battezzare una nave «Inaffondabile». Chiamarlo “Teoria della Sfiga” forse era meglio. Nel 1914 dicevano «a Natale tutti a casa». Da Napoleone in poi, chi ha marciato verso Mosca con la vittoria già in tasca è tornato a piedi. Quando va bene.

Come funziona la Teoria della Vittoria

Lo schema, stando alle versioni circolate, ha tre tempi.

Primo: le truppe di terra già schierate sul confine bloccano l’incursione.

Secondo: entrano in campo gli strumenti della Eastern Flank Deterrence Initiative, l’iniziativa di deterrenza del fianco est. Servono a «contrastare la massa e lo slancio dell’avversario» con sistemi «senza equipaggio a basso costo e sacrificabili», bersagli individuati dall’intelligenza artificiale e difese a più livelli. Poi si punta all’«annientamento» della catena di comando, controllo, comunicazioni e sorveglianza nemica, con colpi fisici e attacchi digitali.

Terzo: se serve, arriva l’artiglieria pesante. Aerei, missili, la distruzione del «sistema di combattimento» avversario. Con la possibilità esplicita di operare in territorio nemico. Cioè in Russia.

Il portavoce, il colonnello Martin O’Donnell, la mette giù semplice: «La teoria della vittoria del comandante supremo alleato in Europa è semplice: mantenere il vantaggio della Nato». E aggiunge che, dato un contesto globale «instabile e complesso», bisogna «creare fin da ora le condizioni per scoraggiare le aggressioni e, se necessario, vincere in caso di attacco». Nato, giura, «puramente difensiva».

Le fionde contro l’atomica

Ora, mettiamo in fila le cose. Da una parte droni «sacrificabili», low cost, guidati da pochi soldati e da un algoritmo. Dall’altra un Paese che il primo ottobre, per bocca del suo presidente, è tornato a evocare le armi nucleari in caso di conflitto con la Nato.

Davide contro Golia funziona nella Bibbia. Nella realtà Golia, cioè Putin, ha seimila testate. Davide invece, gli Usa, ne hanno circa 3.700, senza quelle ritirate e in attesa di smantellamento, ma solo 1.770 sono schierate. Le altre sono conservate in riserva. In Europa si stimano circa 100–120 bombe nucleari americane B61, distribuite tra Belgio, Germania, Italia, Paesi Bassi, Turchia e, possibilmente, Regno Unito. Poi, detto per inciso, non si capisce a cosa servano tutte queste testate, quando ne basta una e ci salutiamo tutti.

Tornando alla guerra dei droni e dell’intelligenza artificiale, la stiamo già vedendo in Ucraina, che ne è il laboratorio a cielo aperto. Risultato? Lo dice Macron in persona: «situazione di stallo al fronte». Altro che vittoria rapida.

Nel documento, per quel che se ne sa, mancano le risposte alle domande che contano. Quanti morti si mettono in conto? In quali reparti? E soprattutto: cosa fa un uomo con il dito sul bottone nucleare se lo spingi all’angolo?

E l’Italia, in Lettonia?

I nostri militari sono schierati proprio in Lettonia, nel cuore del teatro di cui parla il piano. E proprio da lì le cronache recenti ci hanno consegnato militari italiani feriti durante un’esercitazione, colpiti, secondo le ricostruzioni, nel corso di un’attività addestrativa tra commilitoni. Si sono sparati a vicenda, insomma. E si stavano solo allenando.

Non è colpa dei soldati, che fanno il loro mestiere con quello che gli danno. Ma la domanda sorge spontanea: se ci facciamo male da soli in tempo di pace, su quali basi poggiano le ricostruzioni di vittorie travolgenti contro la Russia, otttenute «rapidamente e in modo soverchiante»?

La guerra che nessuno ha votato

Un ex alto ufficiale Nato, il generale in pensione Gordon «Skip» Davis Jr., spiega che le forze schierate dalla Finlandia alla Romania, se attaccate, non dovrebbero aspettare una decisione politica a Bruxelles. «Non avrebbero bisogno di permesso per rispondere», scrive. E il comandante supremo può mandare la forza di reazione alleata in un Paese minacciato senza attendere il Consiglio Nord Atlantico. Il Generale Masiello, capo di Stato Maggiore in Italia, ha detto più o meno la stessa cosa.

La questione, dice ancora Davis, è fin dove spingersi. E chiarisce la filosofia: non si cerca solo di fermare le frecce, si colpisce l’arciere.

Traduzione per i cittadini: la decisione più grave che un Paese possa prendere, entrare in guerra con una potenza nucleare, rischia di essere delegata in anticipo a un protocollo militare e a un software che sceglie i bersagli. Il Parlamento italiano ne ha discusso? Qualcuno ha votato? No. Si scivola verso il conflitto per inerzia, un piano alla volta.

Allarmi a cascata

La guerra in Ucraina è iniziata nel 2014 ed è esplosa su vasta scala nel febbraio 2022. Da allora la Nato ha piazzato gruppi di combattimento multinazionali lungo tutto il confine orientale. Mosca, dal canto suo, ha sempre letto l’avanzata dell’Alleanza a est come una minaccia esistenziale, con l’enclave di Kaliningrad stretta tra Polonia e Lituania come nervo scoperto.

In questi giorni gli allarmi si rincorrono. L’Estonia avvicina le truppe al confine e si arma per colpire in profondità. I servizi tedeschi parlano di una Russia che «sta conducendo una guerra ombra contro di noi». Il cancelliere Merz giura che Mosca vuole «dividere la Nato» e che non glielo permetterà. A Bruxelles si discute di un protocollo comune contro sabotaggi e attacchi ibridi.

Tuttavia, fate attenzione a questo. Gli stessi vertici militari e dell’intelligence estone, quelli in prima linea, non credono che Mosca voglia una guerra su vasta scala con la Nato, almeno nei prossimi due anni. E mentre in Europa si danno alle stampe teorie della vittoria, Zelensky parla di possibili tavoli tecnici a tre con Stati Uniti e Russia. Washington tratta col Cremlino. La UE, sulla nostra pelle, si prepara a combattere Putin mentre gli sherpa USA vanno avanti e indietro da Mosca e organizzano tavoli tecnici ai quali noi non siamo invitati e non partecipiamo. Cosa stiamo guadagnando, a recitare questo ruolo da cowboy, storicamente appannaggio degli yankee?

La vera deterrenza

La soluzione esiste ed è meno spettacolare di uno sciame di droni. Si chiama politica. Un piano che prevede operazioni in territorio russo deve passare dal Parlamento, alla luce del sole, prima di Varsavia. E l’Italia, invece di aspettare ordini, dovrebbe spingere perché quei tavoli negoziali diventino l’unica strategia seria sul tavolo.

Perché contro una potenza nucleare non esiste nessuna teoria della vittoria. Esiste solo la pratica della sconfitta. E il generale Grynkewich non ne pagherebbe certo le conseguenze (lui se ne torna a casa tranquilllo). Volete una foto attendibile degli unici che ci rimettono? Scattatevi un selfie e guardatelo.

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