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Terre rare, Cina sotto pressione: Bessent chiede di onorare Busan «pienamente e immediatamente»

Telefonata con He Lifeng a meno di due settimane dall’Apec. Pechino replica: prima il taglio dei dazi promesso, poi gli acquisti agricoli.
Byoblu·07 novembre 2026
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Gli Stati Uniti alzano il tono con la Cina su terre rare e acquisti agricoli. Ieri il segretario al Tesoro Scott Bessent, affiancato dal rappresentante per il Commercio Jamieson Greer, ha telefonato al vicepremier cinese He Lifeng, capo negoziatore di Pechino. Ha chiesto che gli impegni sottoscritti a Busan, in Corea del Sud, nell’ottobre 2025 vengano rispettati «pienamente e immediatamente». Il colloquio cade a meno di due settimane dal vertice dell’Apec, la Cooperazione economica Asia-Pacifico, in programma a Shenzhen il 18 e 19 novembre, dove Donald Trump dovrebbe incontrare Xi Jinping.

Subito dopo la chiamata Bessent ha affidato ai social il suo messaggio: «Ho sottolineato l’importanza che la Cina onori pienamente e immediatamente i propri impegni, ho espresso preoccupazione per le recenti azioni cinesi e ho ribadito che i progressi dipendono da risultati concreti». Il comunicato del Tesoro aggiunge che Washington «valuterà attentamente» come Pechino applica l’intesa. Greer, in un post su X, ha indicato i capitoli che contano: acquisti agricoli, terre rare e altri minerali critici. Secondo il Financial Times, un funzionario americano ha spiegato che Trump considera la questione una «priorità».

Terre rare e soia, cosa prevede l’accordo di Busan

L’intesa raggiunta da Trump e Xi in Corea del Sud aveva fermato la spirale di dazi e ritorsioni dell’anno scorso. Washington ha ridotto le tariffe in cambio di tre impegni cinesi: una stretta sui precursori chimici del fentanyl, la ripresa degli acquisti di soia e la sospensione dei controlli sull’export di terre rare.

Secondo Reuters, il patto fissa un tetto di circa il 20% ai dazi introdotti da Trump nel secondo mandato sulle merci cinesi. La tv russa RT parla invece di un taglio dal 57 al 47% dell’aliquota complessiva. Pechino si è impegnata ad acquistare 25 milioni di tonnellate di soia americana e ad aumentare di 17 miliardi di dollari le importazioni di altri prodotti agricoli. A maggio, durante la visita di Trump in Cina, l’impegno è stato precisato: 17 miliardi l’anno dal 2026 al 2028. A fine settembre, con Xi in visita di Stato a Washington, la tregua è stata prorogata di due mesi, fino al 10 gennaio 2027.

Le contestazioni americane sono note da tempo. A settembre fonti dell’amministrazione avevano riferito al Financial Times che la Cina aveva rispettato soltanto due terzi degli impegni sulle terre rare. Bessent ne aveva parlato di persona con He Lifeng a New York, senza che le forniture aumentassero. Sulla soia Washington considera l’obbligo assolto. Sul resto dell’agroalimentare i numeri raccontano altro: secondo dati doganali citati da Reuters, fra gennaio e settembre Pechino ha comprato prodotti agricoli diversi dalla soia per 7,2 miliardi di dollari, il livello più basso dalla prima guerra commerciale del 2019.

Terre rare, l’ittrio e la leva cinese sul Giappone

Il nodo più delicato riguarda i magneti a base di terre rare, indispensabili per automobili, smartphone e sistemi d’arma. Washington lamenta il ritmo lento delle spedizioni e segnala le difficoltà delle proprie aziende a ottenere quantità sufficienti di materiali.

C’è poi l’ittrio, elemento usato nei motori dei jet e nei missili. La Cina ne ha limitato l’export verso il Giappone, che produce componenti destinati all’industria americana. Le imprese giapponesi hanno avvertito Tokyo che le scorte stanno scendendo a livelli pericolosi. È la dimostrazione di come Pechino possa colpire la filiera statunitense passando per un alleato.

Cina, la replica di Pechino: «30 miliardi per 30 miliardi»

La versione cinese ribalta la prospettiva. Secondo l’agenzia ufficiale Xinhua, He Lifeng ha espresso «seria preoccupazione» per le recenti restrizioni commerciali decise da Washington, pur concordando di proseguire le consultazioni per uno sviluppo «stabile e positivo» dei rapporti. Pechino respinge l’accusa di aver mancato gli impegni sulle terre rare.

Giovedì la portavoce del ministero del Commercio, Huang Ling, aveva fissato la condizione: la Cina è «sempre stata aperta ad ampliare gli acquisti di prodotti agricoli dagli Stati Uniti», ma solo se le due parti attueranno l’intesa di riduzione reciproca dei dazi «30 miliardi per 30 miliardi». Il pacchetto da 60 miliardi complessivi, proposto a settembre e relativo a prodotti agricoli, elettrodomestici e apparecchiature mediche, resta sulla carta. Secondo osservatori sentiti da Voice of America, dopo le elezioni di metà mandato le sue prospettive sono ancora più incerte. Lo stesso giorno Pechino ha confermato per altri cinque anni i dazi antidumping e compensativi sul propanolo americano.

Bessent e Greer, la diplomazia commerciale come strumento di pressione

Il linguaggio usato dal Tesoro è stato definito da Craig Singleton, esperto di rapporti sino-americani della Foundation for Defense of Democracies, «piuttosto diretto» per gli standard diplomatici. Washington, osserva, non sembra disposta a discutere nuove concessioni finché Pechino non avrà onorato quelle vecchie. E avverte: «Se le due parti non riescono nemmeno ad accordarsi su cosa si siano promesse a vicenda, prorogare la tregua potrebbe diventare più complicato».

La postura americana ha una logica precisa. L’obbligo di adempiere viene presentato come unidirezionale, mentre le leve di Washington restano sul tavolo: i dazi ancora in vigore, le nuove restrizioni contestate da Pechino, il taglio tariffario reciproco mai attuato. Bessent si conferma il volto più duro di questa strategia. Il Tesoro la riassume nella formula delle politiche «a beneficio di lavoratori, agricoltori e imprese americane» e della sicurezza nazionale. È quest’ultima espressione a rivelare la vera posta.

Terre rare dall’Ucraina alla Groenlandia: la guerra mondiale delle materie prime

La contesa con Pechino si inserisce in uno schema più ampio, che attraversa quasi tutti i fronti aperti. Nell’aprile 2025 Washington ha firmato con Kiev un accordo sui minerali che lega il sostegno americano allo sfruttamento del sottosuolo ucraino, ricco di litio, titanio, grafite e terre rare, in parte situati nelle regioni contese con la Russia. Trump ha più volte rivendicato la Groenlandia, dove si trovano alcuni dei giacimenti di terre rare più promettenti fuori dalla Cina. E la Cina controlla, secondo le stime più citate, circa il 90% della raffinazione mondiale di questi elementi e della produzione di magneti.

Le materie prime critiche alimentano l’intera economia tecnologica: chip, batterie, motori elettrici, armamenti e i data center dell’intelligenza artificiale. Chi ne domina estrazione e lavorazione detiene il potere di decidere chi può costruire cosa. In questa chiave la competizione in corso ha i tratti di una terza guerra mondiale combattuta con licenze di esportazione, dazi e contratti minerari. Pechino usa il proprio quasi-monopolio come arma, come mostra il caso dell’ittrio. Washington risponde con la pressione commerciale e cercando giacimenti alternativi, dall’Ucraina all’Artico. L’Europa, priva di filiere proprie, assiste da spettatrice e subisce le conseguenze di entrambe le strategie.

Il calendario è già fissato. Secondo il Financial Times, a Shenzhen il commercio non dovrebbe essere il tema principale dell’incontro fra Trump e Xi. Il confronto vero è atteso al G20 di Miami del 14 e 15 dicembre, preceduto da un incontro diretto fra Bessent, Greer e le controparti cinesi. Poi resteranno meno di quattro settimane prima della scadenza della tregua, il 10 gennaio.

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