Adinolfi si difende: “Sono totalmente innocente: ponetevi dubbi su tempistiche, mandanti e modalità ipermediatiche di questa vicenda”

Mario Adinolfi, leader del Popolo della Famiglia, è agli arresti domiciliari dal giorno prima — misura eseguita dalla Guardia di Finanza su richiesta della Procura di Roma — con le accuse di truffa aggravata ed evasione fiscale per circa 400mila euro. Al centro dell’inchiesta c’è la cosiddetta «Scommessa Collettiva», un circuito di raccolta fondi da privati con la promessa di rendimenti legati alle scommesse sportive. Ma ieri, a meno di ventiquattr’ore dall’esecuzione del provvedimento, Adinolfi ha rotto il silenzio con una lunga lettera affidata al suo avvocato Riccardo Di Lorenzo.
Ieri su Byoblu [3.0] avevo già ricostruito la vicenda nel dettaglio, sollevando anche alcune domande legittime sulle tempistiche e sul contesto in cui matura questo arresto: le battaglie mediatiche di Adinolfi contro Mediaset, la vicinanza a Fabrizio Corona, le trattative con Vannacci. Oggi vale la pena dare ampio spazio alle parole di Adinolfi stesso, che meritano di essere lette. Ricordiamo che non c’è un processo, in corso, se non quello mediatico.
“Dio manda Golia a Davide, non una corona”
«Vivo con la serenità che mi giunge dalla fede una vicenda surreale in cui è evidente l’ingiustizia grave patita da me e dalla mia famiglia», scrive Adinolfi. E ancora: «Ma Dio quando vuole mostrare la regalità di Davide non gli manda una corona, gli manda Golia». Un registro biblico che non sorprende in chi ha fatto della fede cattolica il proprio marchio identitario, ma che in questo contesto suona come una dichiarazione di guerra.
La difesa di Adinolfi è articolata e puntuale su diversi fronti.
Sul merito delle accuse: «Ai giudici posso solo dire: sono totalmente innocente. Sì, gioco da decenni e come tutti i giocatori lo faccio spesso collettivamente ma senza sollecitare mai nessuno. In molti con me giocando hanno guadagnato e sì, c’è qualcuno che ha perso: sono scommesse e il codice le definisce ‘obbligazioni naturali non ripetibili’, il gioco funziona così. Di certo non mi sono mai arricchito sulla pelle degli altri».
Sulle accuse di vita lussuosa — orologi, yacht, lingotti, viaggi alle Maldive e in Egitto — Adinolfi smonta pezzo per pezzo: «Ma è davvero tanto difficile verificare che alle Maldive o in Egitto non sono mai stato in vita mia? Che non solo non posseggo ma non sono mai salito in vita mia su uno yacht o su altre imbarcazioni private? Che mai e poi mai ho posseduto o acquistato quadri o lingotti di qualsiasi metallo? Esistono cinquemila fotografie e filmati in altrettanti eventi a cui ho partecipato nell’arco dei decenni ed è visibile a occhio nudo che non ho mai indossato in vita mia né un orologio di lusso né di altro tipo».
E sulla perquisizione durata quattordici ore: «I poveri finanzieri sono andati via con due fogli di carta e un bancomat, ecco il lusso che hanno trovato. Vivo da monaco, senza vizi. Mi vesto con un pantaloncino e una t-shirt, anche a dicembre. Il mio stile di vita a dir poco morigerato è noto a tutti».
La fuga di notizie e il braccialetto elettronico
Adinolfi allarga poi il fronte e attacca direttamente la gestione mediatica dell’inchiesta: «Affronterò la violazione istantanea del segreto istruttorio con la diffusione ai media di ogni dettaglio delle carte che dovrebbero essere secretate fino alla fine delle indagini preliminari. Affronterò i tg che in prima serata mi danno per colpevole non usando i condizionali e dicono che l’associazione Cristo Regna ha raccolto 3 milioni di euro — leggetele almeno bene le carte che vi hanno passato, c’è scritto 3mila euro».
Non risparmia una stoccata al braccialetto elettronico: «Affronterò l’onta del braccialetto elettronico che a Roma si riserva solo agli autori di crimini violenti e neanche a tutti loro». E chiede ai colleghi giornalisti «di porsi dei dubbi su tempistiche, mandanti e modalità ipermediatiche di questa vicenda».
Di qui l’annuncio del ricorso al Tribunale del Riesame: «Reiterazione del presunto reato, rischio di inquinamento delle prove e pericolo di fuga evidentemente non sussistono». La chiusura della lettera è affidata ancora una volta alla fede: «Ma alla fine quella che conta per me è la giustizia di Dio e davanti a quella mi presento puro come acqua di fonte. Cristo Regna».
Cosa dicono le carte
Il quadro accusatorio è tutt’altro che leggero. Secondo la Procura, nell’arco di cinque anni sarebbero stati raccolti oltre 4,7 milioni di euro. Solo una parte sarebbe confluita in scommesse sportive effettive; il resto sarebbe stato destinato a spese personali, trasferimenti a terzi e acquisti vari. Il gip ha sottolineato nella propria ordinanza «la scaltrezza, la pervicacia e la spregiudicatezza nella complessiva elaborazione e attuazione del progetto criminoso», nonché «una spiccata propensione all’occultamento dei flussi reddituali». Parole pesanti, che fotografano la versione della Procura.
La versione di Adinolfi è diametralmente opposta, e il processo — se ci sarà — dovrà stabilire chi ha ragione. Nel frattempo, come avevamo scritto ieri, sarebbe saggio resistere alla tentazione di sbattere il mostro in prima pagina prima ancora che la partita si sposti in aula. Adinolfi ha il diritto di difendersi, e le sue parole — nette, circostanziate, verificabili su molti punti — meritano almeno di essere lette prima di emettere sentenze.