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Ben Gvir, arresto dei leader arabi «nei sotterranei dello Shin Bet»: «Le elezioni sono state rubate»

Il capo dello Shin Bet, uomo di Netanyahu, voleva interrogare i vertici delle liste arabe. Per la procuratrice generale mancano le prove
Byoblu·04 novembre 2026
Esteri — Byoblu

Il ministro della Sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben Gvir ha chiesto oggi l’arresto di tutti i leader dei partiti arabi e il congelamento dei risultati elettorali, sostenendo che il voto del 27 ottobre sia stato «rubato». L’appello è rivolto al capo dello Shin Bet, il servizio di sicurezza interno, David Zini. Arriva poche ore dopo la certificazione dell’esito delle urne da parte della Commissione elettorale centrale, che non ha rilevato irregolarità. E arriva il giorno dopo il rifiuto della procuratrice generale Gali Baharav-Miara di autorizzare gli interrogatori dei vertici arabi chiesti dallo stesso Zini. Il motivo del rifiuto è l’assenza di prove.

Ben Gvir e l’arresto dei leader arabi «nei sotterranei dello Shin Bet»

Il leader del partito di estrema destra Otzma Yehudit ha chiesto a Zini di agire «anche senza l’approvazione della procuratrice generale», di arrestare tutti i capi dei partiti arabi e interrogarli nei sotterranei dello Shin Bet finché i sospetti non saranno chiariti, e di bloccare subito la certificazione del voto e la formazione del governo. «Qui, nello Stato di Israele, le elezioni sono state rubate», ha dichiarato, aggiungendo che non bisogna lasciare «nessuna pietra non rivoltata».

Ben Gvir ha chiesto anche la rimozione della procuratrice, accusandola di aver cercato di incriminarlo e di «contaminare l’indagine». «Il popolo d’Israele non accetta il furto delle elezioni!», ha scritto sui social.

La sua proposta prevede la detenzione di rappresentanti eletti da parte di un servizio di sicurezza, scavalcando l’autorità giudiziaria.

Shin Bet, la richiesta di Zini respinta per mancanza di prove

Ieri Zini aveva chiesto di interrogare Ahmad Tibi della Lista Comune, Mansour Abbas, presidente di Ra’am, Sami Abu Shehadeh, leader di Balad escluso dalla candidatura, e un quarto esponente di cui non è stato reso noto il nome. Secondo la stampa israeliana, lo Shin Bet disponeva di elementi a carico di uno solo dei quattro.

L’ipotesi avanzata da Zini, stando a quanto riportato in Israele, è che un’entità straniera abbia finanziato i partiti arabi e che quel denaro sia servito a comprare buoni carburante per gli elettori. Il materiale consegnato alla procuratrice si sarebbe basato su dicerie di dubbia attendibilità e su foto circolate sui social.

La risposta dell’ufficio di Baharav-Miara è stata netta. «Non è consentito interrogare cittadini o eletti senza prove che giustifichino un’azione del genere», si legge nella nota, che ricorda come Israele sia «uno Stato governato dalla legge». La procura ha richiamato anche l’immunità parlamentare e ha accusato lo Shin Bet di non aver trasmesso i materiali raccolti alla squadra investigativa speciale, ritardando di fatto l’indagine.

Il presidente della Commissione elettorale, il giudice Noam Sohlberg, aveva invece autorizzato l’uso di strumenti tecnologici e di sorveglianza nell’inchiesta sugli esponenti arabi.

David Zini, il colono scelto da Netanyahu alla guida dello Shin Bet

Zini è un colono, molto vicino al primo ministro Benjamin Netanyahu, al quale risponde direttamente. La sua nomina era stata contestata fin dall’inizio.

Domenica lo stesso Zini sedeva accanto a Sohlberg e alla procuratrice in un video in cui la Commissione ribadiva che il voto si era svolto regolarmente. Fonti della polizia e della magistratura israeliane hanno sottolineato la contraddizione. «Se le cose stanno così, com’è possibile che Zini abbia detto il giorno delle elezioni che il voto era sicuro? Se circolavano somme ingenti, andavano fermate».

«Migliaia di persone»: l’interferenza estera senza nomi

Stamattina la presidenza della Commissione elettorale ha approvato i risultati dopo aver esaminato oltre 9.000 seggi, senza trovare elementi che indicassero un voto compromesso. Likud e Shas si sono astenuti. Il deputato del Likud Amit Halevi si è dimesso dalla Commissione, sostenendo che questa dovrebbe ratificare soltanto la scelta degli israeliani, «non quella dei governanti di Qatar, Iran o Turchia». Il partito di Netanyahu valuta un ricorso al tribunale amministrativo di Gerusalemme.

Solo dopo la certificazione lo Shin Bet ha riferito alla Commissione di operazioni di finanziamento e influenza straniera che coinvolgerebbero «migliaia di persone, forse anche di più». I fondi proverrebbero da Paesi e soggetti con «interessi nascosti e persino ostili». L’agenzia non ha indicato né i Paesi né le persone e ha spiegato che servono ulteriori accertamenti per stabilire la portata del fenomeno.

In serata, secondo l’emittente N12, lo Shin Bet ha corretto il tiro: la richiesta riguardava persone vicine ai deputati e non i deputati stessi. «Non mi sposterò di un centimetro da ciò che la procuratrice generale mi indica», avrebbe detto Zini a Sohlberg. «Non permetterò che il Paese venga dato alle fiamme».

Elezioni in Israele, i 19 seggi arabi che fermano Netanyahu

Il Likud è il primo partito con 27 seggi, contro i 21 di Yashar, la lista dell’ex capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot. Nessuno dei due blocchi raggiunge i 61 seggi necessari per governare. Ra’am e la Lista Comune, rompendo la tradizione dell’astensione, hanno conquistato insieme il record di 19 seggi. Rappresentano circa due milioni di cittadini palestinesi di Israele e sono oggi l’ago della bilancia.

Netanyahu punta a un governo di unità nazionale che li escluda. Gli alleati di Eisenkot sono divisi sull’opportunità di contare sul loro appoggio.

Likud contro la procuratrice, l’opposizione contro Zini

Il Likud accusa Baharav-Miara di «nascondere la verità ai cittadini d’Israele» e di «legare le mani allo Shin Bet». Accusa inoltre Eisenkot e Yair Golan di «istigazione e sedizione» contro i vertici della sicurezza.

Golan sostiene che Zini abbia trasformato lo Shin Bet in «uno strumento politico al servizio della campagna di Netanyahu per minare i risultati elettorali». Yoav Segalovitz, passato da Yesh Atid a Ra’am, ritiene che Zini violi la legge sullo Shin Bet e agisca come «strumento di Netanyahu, anche se Netanyahu ha perso le elezioni». Il centro legale Adalah, che tutela i diritti della minoranza araba, parla di una «grave escalation delle politiche razziste dello Shin Bet».

Mansour Abbas, che giovedì scorso aveva respinto ogni coinvolgimento in presunte manovre legate al Qatar, ha definito «inaccettabili» i tentativi di «diffamare il pubblico arabo». Si è detto pronto a comparire davanti a qualsiasi autorità e ha chiesto allo Stato di «rispettare la volontà degli elettori».

Shin Bet e voto arabo, lo Stato di diritto sotto pressione

La sequenza dei fatti è lineare. Un voto certificato come regolare. Un capo dell’intelligence nominato dal primo ministro che, a certificazione avvenuta, evoca un’interferenza di massa senza indicare chi l’avrebbe orchestrata. Un ministro del governo che invoca l’arresto, nei sotterranei di un servizio segreto, dei leader dei partiti decisivi per una maggioranza alternativa.

Arrestare i capi di forze d’opposizione dopo un esito sgradito, senza prove riconosciute dall’autorità giudiziaria, è una pratica che appartiene al repertorio dei regimi autoritari. In Israele, finora, l’argine è stato la procuratrice generale, la stessa che il governo cerca da tempo di rimuovere. I risultati sono attesi oggi sul tavolo del presidente Isaac Herzog, che dovrà avviare le consultazioni per l’incarico di governo.

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