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Opposizione israeliana anti-Netanyahu sceglie Eisenkot: «Governo sionista», ma senza gli arabi non ha i numeri

Cinque leader sostengono Eisenkot, ma senza i 19 seggi arabi manca la maggioranza. E su Gaza il candidato resta vicino al premier.
Byoblu·03 novembre 2026
Esteri — Byoblu

L’opposizione israeliana ha scelto il candidato per sostituire Benjamin Netanyahu, ma non ha ancora i numeri per farlo. Oggi i leader dei cinque partiti del cosiddetto «blocco del cambiamento» si sono riuniti per la prima volta dopo il voto del 27 ottobre. L’incontro si è svolto in un albergo di Herzliya, la città a nord di Tel Aviv dove vive l’ex capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot. Al termine hanno annunciato che lo indicheranno al presidente Isaac Herzog come premier incaricato. L’obiettivo dichiarato è formare un governo «il prima possibile» ed evitare che Israele venga «trascinato in un’altra elezione». Resta aperta la questione decisiva, cioè con chi governare. Le urne rendono indispensabili i deputati dei partiti arabi, e proprio su di loro il fronte anti-Netanyahu è diviso.

Opposizione israeliana, una maggioranza impossibile senza i partiti arabi

La Knesset, il Parlamento israeliano, conta 120 seggi e per governare ne servono 61. La coalizione di destra di Netanyahu ne ha ottenuti 53, contro i 64 del 2022. Il Likud resta il primo partito con 27. Il blocco guidato da Eisenkot si ferma a 48, di cui 21 conquistati da Yashar, la formazione da lui fondata.

A fare la differenza sono i 19 seggi dei partiti a maggioranza araba, un risultato senza precedenti: 11 alla Lista Comune, 8 a Ra’am. È il frutto di un’affluenza alta nella minoranza araba, circa il 20% della popolazione, discendente dei palestinesi rimasti entro i confini del nuovo Stato nel 1948. Sommati ai voti dell’opposizione, quei seggi porterebbero il totale a 67.

Il calendario stringe. Da domani Herzog avvia le consultazioni con i gruppi parlamentari, che proseguiranno giovedì. L’incarico va a chi ha più probabilità di costruire una maggioranza, anche se non guida il partito più grande. Il prescelto ha 28 giorni, prorogabili di altri 14. Se fallisce, il presidente indica un secondo nome. Se cade anche questo tentativo, si torna al voto.

Eisenkot e il «governo sionista»: le condizioni che pesano sugli arabi

Il comunicato congiunto parla di un «governo sionista» da costituire «alla prima occasione», fondato sui quattro principi fissati da Eisenkot. Fra questi, l’obbligo per chi entra nell’esecutivo di riconoscere Israele come Stato ebraico e di definire Hamas un’organizzazione terroristica. Il testo evoca anche un «governo di emergenza nazionale» che sostituisca quello che l’opposizione chiama il «governo del 7 ottobre».

Sono clausole che colpiscono soprattutto i partiti arabi. I loro leader hanno condannato all’unanimità l’attacco del 7 ottobre 2023, senza però qualificare Hamas come gruppo terroristico. Il leader di Ra’am ha riconosciuto Israele come «Stato ebraico», gli altri respingono questa definizione.

Stando a resoconti della stampa israeliana privi di fonti esplicite, nella riunione i leader avrebbero dato più peso a un’intesa con i partiti ebraici ultraortodossi, alleati storici di Netanyahu, che a un accordo con i deputati arabi.

L’ex premier Naftali Bennett, il cui partito Beyachad è arrivato terzo, ha garantito il proprio sostegno a Eisenkot: «Non abbiamo tempo, dobbiamo agire con grande urgenza». Ha poi parlato di un «governo sionista di correzione» per «cominciare a riparare lo Stato».

Liberman e Golan, la frattura dentro il blocco anti-Netanyahu

Il sostegno a Eisenkot copre divergenze profonde. Avigdor Liberman, leader della destra laica di Yisrael Beiteinu, esclude ogni collaborazione con le liste arabe, pur dicendo di voler evitare nuove elezioni. Su X ha sostenuto che «con una navigazione accorta» si può arrivare rapidamente a «un governo funzionante e stabile» senza Ra’am e la Lista Comune. Il messaggio non indica quali forze compenserebbero quei 19 seggi.

All’estremo opposto c’è Yair Golan, leader dei Democratici, l’unico nell’opposizione a sostenere apertamente l’alleanza: escludere la minoranza araba, ha detto, è razzismo. Prima della riunione ha incontrato i vertici della Lista Comune. Ha promesso un impegno contro la criminalità che devasta le città arabe e per «prosperità e uguaglianza». Le due parti hanno poi rivendicato l’interesse comune a usare la maggioranza parlamentare per abbattere il governo «Netanyahu-Ben-Gvir-Smotrich». Eisenkot sta nel mezzo: ha espresso riserve, ma non ha escluso pubblicamente l’ipotesi.

Il leader della Lista Comune, Yousef Jabareen, ha chiesto ieri da Nazareth all’opposizione di accettare la «realtà politica». Con l’attuale distribuzione dei seggi, ha spiegato, il governo Netanyahu non può essere sostituito senza un coordinamento con la sua lista. Si è detto pronto a sostenere provvedimenti su sicurezza, criminalità, demolizioni di case, discriminazioni ed equità dei bilanci. Ai possibili partner chiede però di riconoscere almeno la sua opposizione alla «linea di guerra» di Netanyahu, alla distruzione di Gaza e al «terrorismo dei coloni» in Cisgiordania. Rivendica posizioni fondate sui diritti umani e sul diritto internazionale, e a chi le definisce estreme risponde che chi lancia quell’accusa dimostra di essere lui stesso un estremista.

I sondaggi precedenti al voto mostravano un elettorato ebraico dell’opposizione diviso sull’ingresso degli arabi al governo e una destra nettamente contraria. Sabato, a Tel Aviv, i manifestanti antigovernativi hanno chiesto un esecutivo che li includa.

Gaza, il grande assente nelle trattative per il dopo-Netanyahu

Il profilo del candidato aiuta a capire perché un cambio di premier non garantisce un cambio di rotta. Eisenkot è stato capo di Stato maggiore dal 2015 al 2019. Da comandante del fronte nord aveva formulato la cosiddetta dottrina Dahiya: forza sproporzionata contro le aree civili da cui partono gli attacchi, dal nome del quartiere di Beirut colpito nel 2006. Dopo il 7 ottobre 2023 è entrato nel gabinetto di guerra di Netanyahu, lasciandolo nel giugno 2024.

Sulla sicurezza condivide molte posizioni del premier ed è contrario a uno Stato palestinese. Promette di riparare i danni che la guerra ha causato all’immagine internazionale di Israele e di contrastare la violenza dei coloni. Nei principi resi noti, Gaza compare soltanto attraverso la condanna di Hamas.

Anche l’attacco sferrato oggi da Eisenkot al premier riguarda altro. Donald Trump ha annunciato che Washington smetterà di versare a Israele 4 miliardi di dollari l’anno dalla fine dell’anno, continuando però a vendergli armi. Non è chiaro a quali fondi si riferisca: il memorandum che garantisce 3,8 miliardi annui di aiuti militari scade nel settembre 2028. Eisenkot ha commentato che l’apparato di sicurezza ha appreso dai media, come il pubblico, una svolta nel rapporto strategico con gli Stati Uniti. «Non ci si può più fidare di lui, va sostituito», ha concluso. Il rimprovero verte sull’affidabilità del premier verso l’alleato americano.

Netanyahu, 76 anni, è sotto processo per corruzione e destinatario di un mandato d’arresto della Corte penale internazionale per presunti crimini di guerra e contro l’umanità a Gaza. Secondo i conteggi riportati dalla stampa araba, i palestinesi uccisi nella Striscia dall’ottobre 2023 sono oltre 74 mila. Una commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite ha qualificato l’offensiva come genocidio. Le ragioni con cui l’opposizione respinge un governo di unità con lui sono altre: la sua capacità di dividere il Paese, le accuse di corruzione, il mancato contrasto all’attacco di Hamas. Dal 2023, intanto, almeno due ex esponenti politici arabi e un deputato in carica sono stati arrestati per breve tempo per dichiarazioni o iniziative critiche verso la guerra e l’occupazione.

Netanyahu, le accuse di brogli e la carta del tempo

Ieri Netanyahu ha proposto un «ampio governo nazionale» guidato da lui, forte del primato del Likud, dicendosi «aperto al dialogo». Esclude qualsiasi intesa con le liste arabe, che a suo dire «sostengono il terrorismo e negano l’esistenza dello Stato ebraico». Nessun leader dell’opposizione ha raccolto l’offerta.

Il Likud sostiene che le elezioni siano state «rubate» e accusa i partiti arabi di brogli, senza aver reso pubbliche prove. Ha evocato interferenze straniere e chiesto di rinviare la certificazione dei risultati, prevista per domani. Il presidente della Commissione elettorale centrale, Noam Solberg, ha respinto la richiesta: il voto si è svolto regolarmente. L’opposizione parla di una campagna «pericolosa e infondata».

Sul calendario pesa anche il timore di un nuovo ciclo di scontri con l’Iran, che potrebbe rallentare la formazione del governo. In caso di stallo e di ritorno alle urne, Netanyahu resterebbe in carica per mesi.

Fra chi chiede all’opposizione di non cedere c’è Merav Svirsky: i suoi genitori sono stati uccisi il 7 ottobre, il fratello rapito e poi ucciso. Ha consegnato ai leader una petizione contro qualsiasi alleanza con Netanyahu. «Ogni collaborazione con i membri del governo del massacro legittimerebbe l’abbandono che abbiamo subito», ha detto.

Fuori da Israele il racconto cambia con la latitudine. La stampa del mondo arabo insiste sul peso dei 19 deputati e sulla guerra a Gaza, definita apertamente genocida. Quella europea guarda soprattutto alle consultazioni e alle accuse di brogli del Likud.

Il bivio che si apre domani è già leggibile. Con i partiti arabi Eisenkot avrebbe i numeri, ma dovrebbe ammorbidire i propri principi e superare il veto di Liberman; in quel caso Gaza entrerebbe nella trattativa attraverso le richieste della Lista Comune. Con gli ultraortodossi, il nuovo esecutivo nascerebbe con una parte degli alleati di Netanyahu e un premier contrario allo Stato palestinese, e la guerra resterebbe ai margini del programma.

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