I continui blackout di Torino e i problemi di acqua: è solo il caldo? O c’è altro?

Torino ha vissuto ieri mattina uno dei momenti più critici dell’ondata di caldo che da settimane tiene in scacco la città. Alle 10:35, l’impianto di potabilizzazione del Po di SMAT, in corso Unità d’Italia, è rimasto improvvisamente senza corrente: tutte e quattro le linee elettriche gestite da Ireti — le due principali e le due di riserva — si sono disattivate in simultanea, lasciando senza alimentazione una struttura che produce circa 1.200 litri d’acqua al secondo e che serve non solo Torino ma anche diversi comuni della collina torinese.
La crisi è rientrata solo in parte alle 13:00, quando SMAT ha attivato due gruppi elettrogeni di emergenza capaci di erogare ulteriori 400 litri al secondo. Il pieno ripristino della prima linea elettrica principale da parte di Ireti è avvenuto soltanto alle 15:00, a quasi cinque ore dall’inizio dell’evento. La seconda linea, stando a quanto comunicato dall’azienda, sarebbe stata riattivata entro la giornata.
Il piano d’emergenza ha retto, ma per quanto?
SMAT ha assicurato che il servizio idrico non ha subito interruzioni grazie all’attivazione tempestiva del piano di emergenza, all’incremento delle portate dai serbatoi e dai campi pozzi esterni e al monitoraggio costante della Control Room, operativa 24 ore su 24. Stando alle comunicazioni ufficiali dell’azienda, i cittadini non hanno registrato disagi nell’erogazione dell’acqua.
Tuttavia, alcune fonti locali hanno riferito di possibili carenze localizzate, con pressioni ridotte in alcune zone e rubinetti che funzionavano a singhiozzo. Il rischio di sospensione dell’erogazione nei comuni collinari, alimentati proprio dall’impianto di corso Unità d’Italia, è stato considerato concreto nelle prime ore dell’emergenza, prima che i generatori entrassero in funzione.
La domanda che in pochi si pongono apertamente è quella più scomoda: cosa sarebbe successo se i gruppi elettrogeni non avessero retto, o se il blackout si fosse protratto oltre le due-tre ore critiche? La risposta, ricavabile dagli stessi comunicati tecnici, è che la distribuzione idrica avrebbe potuto interrompersi completamente in alcune aree.
Il nono giorno consecutivo: non è solo il caldo
Quello di ieri era il nono giorno consecutivo di interruzioni elettriche a Torino. Il copione si ripete: caldo record — le temperature hanno toccato i 34 gradi, con punte di 37° in Piemonte — uso massiccio dei condizionatori, rete sotto pressione, blackout a cascata. Quartieri come corso Unione Sovietica, via Nizza, Mirafiori e San Salvario sono rimasti al buio in più frangenti. Alcuni condomini hanno subito interruzioni superiori alle tredici ore; un caso in via Principi d’Acaja ha registrato un blackout prolungato dalla sera precedente fino alle 16:15 del giorno stesso, per un totale di quasi 23 ore senza corrente.
Iren, attraverso la controllata Ireti, rivendica di intervenire “entro 40 minuti dall’80% dei disservizi”. Ma le segnalazioni raccolte dai residenti raccontano un’altra storia: ascensori bloccati, impossibilità di conservare farmaci al fresco, attività commerciali in ginocchio. Persino Palazzo Civico, sede del Comune, e il Consiglio Regionale del Piemonte sono stati colpiti da blackout, con dipendenti rimasti temporaneamente intrappolati negli ascensori.
Infrastrutture fragili: la rete non è solo vittima del caldo
Il caldo è il detonatore, ma la polvere da sparo è una rete elettrica che molti esperti e sindacati definiscono obsoleta e sottofinanziata. I sindacati hanno già aperto una vertenza con Iren, sostenendo che l’azienda avrebbe distribuito dividendi eccessivi a fronte di investimenti insufficienti nella manutenzione e nel potenziamento delle infrastrutture.
Il punto è strutturale: una città come Torino, con estati sempre più torride, non può affidarsi a piani di emergenza attivati di volta in volta come rattoppi. Servirebbero investimenti sostanziali sulla ridondanza delle linee elettriche, sull’ammodernamento dei nodi critici — a partire dagli impianti idrici strategici — e su sistemi di accumulo e generazione distribuita che rendano la rete meno vulnerabile ai picchi di domanda.
L’assessore alla Protezione Civile Francesco Tresso ha dichiarato che la situazione è monitorata e che “l’auspicio è che i disagi possano essere contenuti al massimo”. Un auspicio, appunto: non un piano con risorse e scadenze.
Il dibattito politico e l’ipotesi che nessuno vuole nominare
L’episodio ha riacceso le polemiche politiche. Fabrizio Ricca della Lega aveva parlato di “città senz’acqua”; il capogruppo PD Claudio Cerrato ha risposto definendo quelle dichiarazioni “irresponsabili” e “propaganda costruita sulla pelle dei cittadini”. Il Movimento 5 Stelle ha chiesto “misure straordinarie”, Forza Italia ha ironizzato sull’emergenza che entra direttamente in Comune. Il sindaco Stefano Lo Russo, interpellato dalla stampa, ha risposto che “succede in tante città, anche del nord Europa, come Parigi”: una risposta che ha lasciato più di qualcuno insoddisfatto.
La lettura “complottista”.
C’è poi una lettura “complottista”, probabilmente infondata, ma che reca seco (formula arcaica per “porta con sé”) un contorno comunque realistico. I blackout più pesanti si concentrano nelle giornate di picco di calore, quando l’impatto sulla vita quotidiana è massimo e la percezione dei cittadini è quella di una vulnerabilità insopportabile. Queste sequenze ormai lunghissime di disservizi gravi, tutte concentrate nei giorni peggiori dell’estate, finiscono per alimentare, consapevolmente o meno, una narrazione di urgenza energetica destinata a favorire scelte di sistema di lungo periodo: a partire dall’imminente dibattito pubblico sul nucleare e dal referendum che si profila all’orizzonte. Insomma, che l’esperienza diretta di una città senz’acqua e senza luce nei momenti di maggiore bisogno spinga i cittadini a chiedere interventi risolutivi in materia energetica è un’ovvietà: i promotori del ritorno al nucleare si ritroveranno con un bel serbatoio di voti.
Ciò che è certo, invece, è che gli interventi risolutivi esistono e sono noti: ridondanza reale delle linee elettriche che alimentano gli impianti critici, generatori permanenti e non di fortuna, investimenti nella resilienza idrica, trasparenza sui tempi e sui costi di ripristino. La domanda è: vogliamo indebitarci per 15 miliardi di euro per fare la guerra alla Russia, mantenendo il paese in questo degrado infrastrutturale, o vogliamo spenderne molto meno per far tornare al 2026 l’orologio di un paese che ogni giorno torna indietro di anni, dal punto di vista dei servizi di base?