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Cronaca

Brambilla licenziato dal Secolo XIX. La fitta rete di pressioni e influenze, e che lezione possiamo trarne.

L’editore Blue Media (MSC) parla di riorganizzazione, l’ex direttore corregge: è un licenziamento. Sullo sfondo il caso dei “dossier” della Regione.
Byoblu·28 luglio 2026
Cronaca — Byoblu
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Michele Brambilla non è più il direttore del Secolo XIX. L’annuncio è arrivato ieri con una nota di Blue Media, la società editrice interamente controllata da MSC, il gruppo armatoriale della famiglia Aponte: si parla di “riorganizzazione aziendale” e di un ringraziamento all’ex direttore “per la preziosa opera prestata nella prima fase di consolidamento e rilancio del giornale”. La direzione passa ad interim al vicedirettore Andrea Castanini.

Poche ore dopo, però, è arrivata la precisazione dell’interessato. Brambilla ha fatto sapere di aver letto “con sorpresa” la comunicazione, diffusa secondo lui “con un giorno di anticipo rispetto agli accordi”, e ancor più “con stupore” la formula secondo cui “lascia da oggi la direzione”: una frase che, sostiene, lascerebbe intendere una scelta personale. “La verità è che si tratta di un licenziamento: del tutto legittimo ovviamente, ma pur sempre un licenziamento”, ha messo a verbale.

Un punto, questo, che vale chiarire subito: nessun direttore ha diritto a restare alla guida di una testata, e l’editore ha piena facoltà di sostituirlo quando ritiene che non rispecchi la propria linea. La questione giuridica, insomma, non è la questione. È il contesto che rende la vicenda interessante.

Dal caso dei “dossier” al cambio al vertice

Brambilla era arrivato al timone del quotidiano ligure il 29 settembre 2024, scelto dalla nuova proprietà dopo il passaggio della testata dal gruppo Gedi a Blue Media, la società presieduta da Pier Francesco Vago, manager MSC e genero dell’armatore Gianluigi Aponte.

Lo scorso marzo lo scontro è diventato pubblico. Brambilla ha accusato il presidente della Regione Liguria Marco Bucci e il suo portavoce Federico Casabella di aver confezionato per mesi “dossier” critici sul giornale e di averli fatti arrivare anche all’editore, con l’obiettivo di spostare la linea editoriale verso il centrodestra. Materiale che, nella ricostruzione dell’ex direttore, consisteva in note e appunti su titoli, virgolettati, dimensione delle fotografie, righe dedicate ai singoli candidati durante la campagna elettorale per il Comune di Genova.

La versione della Regione è opposta: si trattava di “semplici rassegne stampa”, ha spiegato lo staff, mentre Bucci ha parlato di normali scambi di valutazioni, negando in conferenza stampa di aver esercitato pressioni sull’editore. Brambilla ha replicato di avere le chat per dimostrare il contrario. Casabella, davanti al consiglio di disciplina dell’Ordine dei giornalisti, ha sostenuto che le note nascessero da un accordo tra Bucci e il direttore; ricostruzione che Brambilla ha smentito, sostenendo di averlo fatto “documentalmente”. L’istruttoria dell’Ordine si è chiusa senza sanzioni.

La partita è approdata alla procura di Genova, che ha ricevuto querele da entrambe le parti. Nessuno, oggi, può dire chi abbia agito indebitamente: è la magistratura a doverlo stabilire.

Perché MSC ha comprato il giornale

Un elemento di contesto che nessuna cronaca può omettere: MSC a Genova ha interessi industriali enormi. Controlla una parte rilevante del porto, movimenta container, crociere e traghetti, occupa migliaia di persone. Ed è la principale beneficiaria della nuova diga foranea, la grande opera di cui Bucci è commissario straordinario. Bucci, prima di guidare la Regione, è stato sindaco di Genova dal 2017 al 2024.

Insomma: l’editore del principale quotidiano ligure e il vertice politico della regione siedono ai due capi dello stesso, gigantesco cantiere.

Le posizioni in campo

Sul licenziamento le letture sono divergenti. Da un lato la sindaca di Genova Silvia Salis, che già a marzo aveva definito “inquietante” la vicenda, chiedendo se sia normale che un ufficio stampa pagato con denaro pubblico produca relazioni sul lavoro dei cronisti in campagna elettorale. Dall’altro chi, come il professor Paolo Becchi su Liguria Notizie, sostiene che Brambilla non avrebbe potuto restare a lungo dopo aver pubblicato messaggi WhatsApp privati del presidente della Regione, e chiede ad Aponte un giornale “né di destra né di sinistra”, con un progetto editoriale serio e più pluralismo.

Sullo sfondo, restano dettagli non del tutto chiariti: secondo la ricostruzione del Fatto Quotidiano ripresa da Primocanale, il cosiddetto “vademecum elettorale” non sarebbe stato inviato da Bucci ma da Alfonso Lavarello, indicato come uomo di riferimento di Aponte a Genova e in rapporti non semplici con Vago. Circostanza da verificare.

Per la successione sono circolati nomi di peso: Mario Sechi, Luca Ubaldeschi, Marco Imarisio. Da Ginevra, dove ha sede il gruppo, non è arrivata ancora alcuna decisione definitiva. Nel frattempo Castanini tiene la barra.

Il glitch

Ecco il punto che ci interessa, e non è il destino professionale di un direttore. È il glitch: quel fotogramma in cui il meccanismo per un breve istante si vede.

Per qualche giorno, in Liguria, è diventato visibile ciò che di norma resta sottotraccia: note su titoli e fotografie, messaggi inviati non al giornalista ma a chi paga gli stipendi, esposti, istruttorie, versioni contrapposte. Uno scambio di pressioni e resistenze che di solito non lascia traccia perché non fa rumore, non arriva in procura, non finisce in un editoriale, ma che è la norma in qualsiasi quotidiano, in qualsiasi testata medio-grande, e figurarsi in televisione.

Finché i media avranno editori che hanno interessi, industriali o politici, oppure di entrambi i tipi, i direttori saranno sottoposti a pressioni di ogni tipo, e siccome la loro carica dipende da quanto bene si adattano a navigare tra sciami meteorici fatti di email, telefonate, sms, piccioni viaggiatori, quando non direttamente minacce, velate o sfacciate, l’utopia dell’imparzialità resterà tale.

Lo vediamo tutti i giorni: pensate a quando partono le macchine del fango, le campagne di aggressione mediatica sincronizzate, dove improvvisamente i quotidiani smettono di essere garantisti e sbattono il mostro in prima pagina. L’abbiamo visto recentemente con il caso Adinolfi. Qui non si hanno informazioni per sostenere che sia innocente, colpevole, o una via di mezzo. Però una cosa la vediamo: laddove per altri casi (di gravità anche superiore), gli articoli di giornale si sono dimostrati cauti e garantisti, qui hanno fatto grandinare una serie di documenti e dati riservati che evidentemente gli sono stati passati con uno scopo, e hanno perso improvvisamente l’uso del condizionale. Una fustigazione sulla pubblica piazza che non passa inosservata a chi questi meccanismi li conosce. Di esempi così ne potremmo fare molti.

Non serve stabilire torti e ragioni per trarne una lezione. Il mercato delle pressioni esiste, e chi vive di appalti, concessioni, dighe e opere pubbliche ne è un attore naturale — dall’una e dall’altra parte dello scacchiere. E questo è il motivo per cui, spesso, certe verità si trovano nelle piccole iniziative editoriali indipendenti: hanno meno mezzi, meno pagine, meno inserzionisti (o nessuno). Vero. Ma non hanno padroni da tenere buoni. E questo compensa molto il loro valore editoriale.

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